(un)voluntary disclosure

Questo documento riassume il contesto nel quale è stata emanata la c.d. “Voluntary Disclosure” , integrato con i commenti, seppure sintetici, di due esperti fiscalisti e tributaristi, Massimo Giaconia e Federico Diomeda, che hanno cortesemente risposto ai nostri quesiti.
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L’Europa indebolisce gli Stati o le Regioni?

Prendiamo lo spunto da un articolo inviatoci da un Amico di ItaliAperta, Andrea Fluttero, per una meditazione.

Già oggi le statistiche Eurostat preferiscono pubblicare le confrontabilità per regioni in tutta Europa invece che la mera confrontabilità fra Stati. Vi è una logica in questo e sta nella massa critica. Un esempio: gli Stati Europei sono molto differenti in superficie, popolazione e morfologia. Le Regioni sono anche diverse fra loro, ma un po’ meno diverse. Inoltre le Regioni possono aggregarsi anche in modo cross confinario. Un esempio di questi anni e giorni è il lavoro che stanno facendo le regioni alpine di Francia, Austria, Svizzera e Italia (http://uk.businessinsider.com/afp-dismantling-ski-lifts-and-moving-villages-alps-adapt-to-climate-change-2014-11).  Le ragioni del progetto stanno nella necessità di riposizionamento economico delle attività turistiche legate alla neve, che come noto diminuisce in spessore, estensione e durata. Qui il cross-confinario è addirittura extra-Europeo, non essendo la Svizzera parte dell’Europa. Una considerazione più filosofica, ma basata sull’osservazione dei fenomeni, suggerisce che dove le democrazie si sviluppano, i confini spariscono. Come è noto i confini sono un’invenzione dell’epoca coloniale; allora il Globo venne completamente suddiviso da confini tracciati dalle potenze (Stati) dominanti. Quell’epoca terminò recentemente, poco dopo la seconda guerra mondiale. L’invenzione “confini” non è più utile in un mondo in cui i diritti individuali tendono a prevalere sui diritti degli Stati. Tuttavia si stima che ancora sei miliardi di persone vivano in sistemi non democratici; là vi è ancora utilità concreta, nei confni, per gli Stati dominanti sui diritti degli individui.

Il tema della stratificazione efficiente dell’amministrazione pubblica è ampio, urgente e utile. Specie alla luce di un antieuropeismo anacronistico diffuso. Il tema va ovviamente affrontato nel senso del tornaconto dei cittadini e non in chiave di “potere” degli amministratori pubblici che fin troppo spesso equivocano fra interesse proprio e interesse di cittadini.

Qui di seguito, pubblichiamo l’articolo di un Amico di ItaliAperta, Andrea Fluttero, che, sulla base della concreta esperienza vissuta di amministratore pubblico, esprime una pacata  e ragionata opinione. Oltre alla sua visione, Andrea F. mette in luce un più profondo e pericoloso fenomeno: gli amministratori pubblici tendono a prendersi quanto più potere possibile e la minore responsabilità possibile. E i Cittadini non sono sufficientemente preparati ad esercitare il loro ruolo di “proprietari” del Paese, cioè di sorvegliare l’operato degli amministratori e di dare loro indicazioni vincolanti.

Ben venga dunque un approfondimento pacato e ragionato fra cittadini sulla forma dell’Amministrazione Pubblica del presente, che è il futuro in formazione.

Scior Carera

– UNO STATO 20 REPUBBLICHE ASSURDO di Andrea Fluttero

Consapevole di sostenere posizioni che non godono di grande popolarità in questo periodo, ho però piacere di inviarvi alcune mie piccole considerazioni sul tema dell’eliminazione delle Province. Dal 1985 al 2011 sono stato consigliere comunale e assessore in un piccolo Comune, poi consigliere provinciale, e poi ancora sindaco e consigliere comunale in un Comune di medie dimensioni, vivendo quindi dall’interno il sistema degli enti locali. Semplificando possiamo dire che oggi ci troviamo di fronte a cinque livelli di governo: l’Europa, lo Stato nazionale, le Regioni, le Province e i Comuni. Tre di questi livelli legiferano, Europa, Stato e Regioni, due amministrano, Province e Comuni.
Partendo dal basso mi pare evidente che, escludendo le grandi città metropolitane, gli oltre 8mila Comuni italiani hanno bisogno di un livello sovracomunale nel quale gestire i servizi di area vasta e trovare economie di scala non raggiungibili a livello comunale. Tale livello è naturalmente e storicamente la Provincia, che potrebbe efficacemente diventare un organo di secondo livello, composto dai sindaci dei Comuni che vi apportano i servizi da far gestire. Con tale configurazione dovrebbero essere eliminate tutte le altre forme intermedie di gestione sovracomunale come Ato, Consorzi e Società varie. Le Province così definite non avrebbero la necessità di essere accorpate forzosamente e in modo innaturale, ma seguirebbero la naturale e storica propensione di un territorio di avere come riferimento la città più grande, che, spesso fin dal medioevo, ne rappresenta il capoluogo e ne definisce l’identità culturale e socio-economica.
Partendo dall’alto, invece, lo sviluppo e la concretizzazione del progetto europeo ha reso gli Stati nazionali sempre più “regioni d’Europa” che hanno, e dovrebbero sempre più avere, nella dimensione e nell’omogeneità culturale, linguistica ed economica gli elementi di forza per rappresentare in ambito europeo gli interessi dei propri cittadini. Dopo aver partecipato in fase ascendente alla definizione delle Direttive europee, il Parlamento nazionale si incarica di introdurne i principi nella legislazione. Due livelli che amministrano il territorio, Comune e Provincia, due livelli che legiferano, Europa e Stato nazionale.
A me pare, a questo punto, che il livello ridondante sia quello regionale, con 20 Regioni, per altro di dimensioni molto diverse tra loro, che legiferano su svariate materie, creando confusione normativa per chi vuole investire in Italia. Le Regioni sono storicamente poco definite, perché nate per scelta politico-amministrativa negli anni Settanta, e spesso disomogenee da un punto di vista sociale, culturale ed economico. Mi chiedo, per esempio, cosa leghi sotto questi aspetti Cuneo con Novara, Varese con Piacenza o Foggia con Taranto. Inoltre, la vicenda dei trasferimenti di competenze dallo Stato alle Regioni dimostra la scarsa utilità di questi enti. Infatti ogniqualvolta lo Stato ha trasferito competenze, come nel caso delle strade ex Anas o degli Uffici di collocamento, le Regioni hanno rapidamente trasferito queste competenze alle Province. Ancora più incomprensibile la gestione della sanità, che assorbe circa l’80% dei bilanci delle Regioni e che dovrebbe essere uno di quei servizi rispetto ai quali si deve garantire ai cittadini il massimo della omogeneità su tutto il territorio nazionale, anziché modelli qualitativamente diversi per ogni Regione.
Le Regioni che “giocano” a fare gli Stati, con presidenti che si credono “governatori” e aprono sedi di rappresentanza all’estero e a Roma, che legiferano in modo caotico e con frequenti conflitti di competenza con lo Stato, che sfondano regolarmente i budget di spesa sanitaria e che si indebitano con mutui per pagare la spesa corrente sono, come dimostra la recente cronaca e come dimostrano i preoccupanti dati di bilancio di molte di esse, non solo al Sud, il vero e grande problema da affrontare. In un’epoca caratterizzata da internet e video conferenze, da facilità di collegamenti aerei e ferroviari, il dialogo tra Europa e Stato, che legiferano, e Comuni e Province, che amministrano il territorio, può essere risolto settore per settore con meccanismi di confronto tra i ministeri dello Stato centrale e coordinamenti di Province che di volta in volta si formano in funzione della materia e non dei confini amministrativi. Capisco che dopo mesi di campagne mediatiche per l’eliminazione delle Provincie possa sembrare strano proporre di eliminare le Regioni, ma eliminando le Province a me parrebbe ancora più strano e discutibile il modello organizzativo nel quale ci verremmo a trovare, con tre che legiferano, Europa, Stato e Regione, e uno solo che amministra, il Comune. Sarà magari perché mi ricorda quelle vecchie barzellette nelle quali in tre dirigono e uno lavora…

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Fra PIGS e PIIGS la differenza sembra piccola: ma c’è di mezzo l’Italia.

L’osservazione ed il confronto sottolineano situazioni peculiari: l’osannata “Argentina-economy” spendacciona (e cialtrona) è stata archiviata, frettolosamente silenziosamente e doverosamente, nell’oblio con il suo gran buco; qualcuno provocatoriamente ricorda la percentuale di italiani con doppio passaporto, qui e là. Mentre fra i vicini di casa, la Grecia mostra un PIL in ripresa, l’Irlanda, grande PIGS, rimonta con la Spagna che dà segni di vita.
Che ci sia qualche (buona) scelta economica dietro questi effetti? Read more

Un paio di occhiali per l’ultimo imperatore.

Ricorderete la scena del film “L’ultimo imperatore” in cui Mr. Johnston (attore Peter O’Toole), il precettore privato inglese (o scozzese? coi tempi che corrono, meglio dire: “british”), chiede al Gran Ciambellano un paio di occhiali per il giovane imperatore miope; il Gran Ciambellano dice che non si può, che l’imperatore non può mettersi gli occhiali, che l’etichetta non lo consente; il precettore risponde, più o meno, così: “forse non volete che il giovane imperatore veda come i granai si svuotino ed i soldi rivenienti dalle tasse spariscano, e come a corte si sprechino risorse per mantenere 1.500 eunuchi, 350 dame di compagnia, 135 cuochi, dove si consumano 3.000 polli la settimana, e 840 guardie del corpo ed impiegati più un Gran Ciambellano si preoccupano di una sola cosa: avere la propria ciotola di riso ben piena”; al che il Gran Ciambellano replica piccato: “ma insomma, che cosa volete?”. “Un paio di occhiali”.

Chiediamo solo un paio di occhiali. Abbiamo solo un paio di occhiali.
Ci servono per vedere le cose come stanno; ci servono per non essere miopi dinanzi alle cose che non vanno e che spesso non riusciamo a vedere, individualmente.
Armiamoci tutti di un bel paio di occhiali, con lenti adatte e montatura robusta; insieme, tutti potremo vedere meglio e tante più cose.
Noi vogliamo vedere, bene.
Vedere bene, comprendere, è il primo passo per sapere; poi, verrà il momento di fare le nostre scelte.
In Italia non ci sono solo 1.500 eunuchi a corte, 350 dame di compagnia, 135 cuochi, non si mangiano solo 3.000 polli la settimana; gli sprechi sono molti, troppi; ma dobbiamo riuscire prima a vederli bene, a metterli a fuoco.

Ci servono solo un paio di occhiali.
Aiutateci a vedere meglio, insieme.
La redazione di ItaliAperta

La libertà dell’individuo nella Carta di Mandè, Mali, XIII secolo.

“”Lo spirito dell’uomo vive grazie a 3 cose: vedere ciò che ha voglia di vedere; dire ciò che ha voglia di dire; fare ciò che ha voglia di fare, perciò ora ciascuno risponde della sua persona, è libero nei suoi atti, nel rispetto delle leggi del suo paese”” (Carta di Mandè, o Kouroukan Fouga, emessa da Soundiatra Keita, Mali, inizio del XIII secolo)

Da: http://ilblogdisodocaustico.blogspot.it/2014/10/la-liberta-dellindividuo-nella-carta-di.html?spref=tw

Fuggire dal carcere è lecito?

Secondo Nozick l’essenza della democrazia sta nel poter scegliere e nel poter essere scelti. Sintesi che profondamente condivido. Non può essere obbligatorio farsi piacere le condizioni del paese in cui si vive, leggi incluse. Senza troppe teorizzazioni, l’umanità se ne è sempre andata via dai luoghi insufficientemente attrattivi, con o senza passaporto (*). Dall’articolo, dal quale prendo spunto, apprendo che almeno tre non irrilevanti Paesi (Germania, Svezia, Messico) considerano la fuga dalle carceri un comportamento lecito in quanto mirato alla ricerca di quelle libertà non concesse dalla comunità in cui si vive. Sono molto colpito dal coraggio dei principi sociali espressi dai quei paesi. Mi pare che essi interpretino, e parzialmente applichino, la Carta dei Diritti dell’Uomo.

Con lo scopo di comprendere coerenze e trappole, provo ad elaborare i principi e le logiche sottostanti:

  1. Se un cittadino sceglie di andarsene dal proprio Paese, nessuno lo obbliga a restare
  2. Se un cittadino sceglie di risiedere in un Paese, vuol dire che sta bene in quella comunità regolata da principi e leggi confacenti alle proprie aspettative.
  3. Infrangere principi e le leggi della comunità quindi può essere il risultato:
    1. di un comportamento voluto, provocatorio e mirato a innovare principi e leggi della comunità
    2. di un comportamento accidentale, erroneo, causa di danno a sè stessi e agli altri
    3. di un comportamento insofferente, di rifiuto, verso i principi e le regole della comunità
  4. In tutti i casi, gli “altri” hanno diritto al giusto risarcimento. Il singolo “danneggiatore” ha la possibilità di scegliere fra le opzioni:
    1. risarcire il danno (inclusa la rinuncia a parte delle libertà personali nei casi in cui vi sia un rischio di danno perdurante o reiterato)
    2. andarsene dalla comunità nella quale non può più rientrare se la comunità non lo accetta (per esempio a causa del mancato risarcimento del danno o della manifesta e concreta ostilità vorso la cominità ).

Su quest’ultimo punto, considerato che l’esilio forzoso è contrario ai Diritti dell’Uomo ma specialmente è ampiamente impraticabile, si pone una non facile domanda:  È lecito “confinare” le persone che non intendono nè andarsene nè accettare i principi e le regole della comunità?

Aggiungo, molte persone, che rifiutano le leggi del Paese o comunque le infrangono, volontariamente scelgono la fuga in Paesi senza patti di estradizione. Non possono rientrare se non a condizione di rispondere alla Giustizia. Pare che al momento non sia contemplata l’opzione di offrire al “socialmente incompatibile”  la possibilità di “volontariamente andarsene” dove più gli aggrada, ma con senza possibilità di rientro a meno dell’accettazione esplicita da parte della comunità. Non potrebbe presentare vantaggi per tutti? Qui la parola agli esperti.

 

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(*) Ai “signori dominanti” non è mai piaciuto che la “loro” gente scappasse dai “loro” territori. Invece di rendere attrattivo il proprio territorio, più spesso sceglievano la strada della coercizione. A partire dall’obbligo del passaporto la cui funzione prevalente è quella di controllare chi esce dal Paese. Mentre il “visto” serve a controllare chi entra.

 

http://berlinocacioepepemagazine.com/carcere-di-moabit-berlino/moabit-berlino/

Italia, grande produttrice di regole

Indro Montanelli, “Dal Governo Dini all’Ulivo”

 

L’Italia è la più grande produttrice di regole, ognuna delle quali è una riforma, è la riforma di un’altra regola. Gli stessi esperti pare che abbiano perso il conteggio delle regole che vigono in Italia, delle leggi, dei regolamenti che vigono in Italia: c’è qualcuno che parla di 200000, altri di 250000.

Ora, quando si pensa che la Germania ha in tutto 5000 leggi, la Francia pare 7000, l’Inghilterra nessuna, quasi nessuna. Hai dei principi, così stabiliti, e basta.

A cosa ha portato questa proliferazione di leggi?

A riempire gli scantinati dei nostri pubblici uffici, dove ci sono questi mucchi di legge che nessuno va nemmeno a consultare perché ognuna di queste leggi poi offre il modo di evaderle. Questa è la grande abilità dei legislatori italiani. I legislatori italiani sono quasi tutti degli avvocati. E gli avvocati a che cosa pensano? A ingarbugliare le leggi in modo da restarne loro i supremi e unici depositari.

Quindi noi… riforme: hai voglia se ne faremo, continuiamo a farne, è la nostra vocazione, questa.

Quanto poi all’attuazione. Allora è un altro discorso: le leggi in Italia non vengono osservate, anche perché sono formulate in modo che si possano non osservare. Ed è questo che spiega l’abbondanza, la prodigalità delle nostre classi politiche, delle nostre classi dirigenti, nello sfornarne di continuo. […]

Un Paese che ignora il proprio ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla, non può avere un domani. Io mi ricordo una definizione dell’Italia che mi dette in tempi lontanissimi un mio maestro e anche benefattore, che fu un grande giornalista, Ugo Ojetti, il quale mi disse: “Ma tu non hai ancora capito che l’Italia è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri perché senza memoria”. Io avevo 25-26 anni e la presi come una boutade, per una battuta, un paradosso. Mi sono accorto che aveva assolutamente ragione. […] Io sono sicuro che gli scienziati italiani, i medici italiani, gli specialisti italiani, i chimici, i fisici italiani quando avranno a disposizione dei gabinetti europei veramente attrezzati brilleranno. Gli italiani, l’Italia no. L’Italia non ci sarà, non c’è. […]

Per l’Italia non vedo un futuro, per gli italiani ne vedo uno brillante.

Estote parati.

C’era una volta… così cominciavano le belle fiabe cui credevamo (volevamo credere…); i ragazzi crescono, i politici italiani no.

Il 5 agosto 2011 il governatore della BCE Trichet e quello di Bd’I Draghi firmarono la “famosa lettera” (“this is the paper…”,  chi ben ricorda la storia europea ci perdoni l’impari confronto: ma il livello dei nostri governanti non è molto lontano, anzi, da quello dell’allora prime minister britannico), recapitata all’allora capo del governo italiano.

La storia si potrebbe ripetere?

Estote parati.

 

 

«Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:

 

1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed é cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.
a) E’ necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C’é anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.

c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2.Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. E’ possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo. Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.

3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’é l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.

Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,
Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

 

 

Ius utendi fruendi salva rerum substantia.

Ampiamente superati i primi 100 giorni del governo in carica, ne rileviamo una impalpabile sostanza; la dedizione alla “madre di tutte riforme” (“riformare” il Senato avrà impatti risibili sul quotidiano degli italiani, che infatti se ne disinteressano ampiamente) allontana ancor più il duro affrontare i temi reali: spesa pubblica, giustizia civile, crescita.
Qui ci vogliono provocazioni ardite: facendo riferimento al corpo umano, l’Italia non è solo sovrappeso (per cui basterebbero un poco di esercizio quotidiano ed una modesta dieta ipocalorica), ma è affetta da grave ed eccessiva obesità, avendo rinviato da tempo immemore (nel 1962 si stimò che il 30% dei dipendenti pubblici fosse in soprannumero) qualsiasi forma di intervento, cura, esercizio: il paese non riesce a camminare, respirare, dormire almeno un breve sonno. Ogni giorno che passa si avvicina la prospettiva dell’intervento chirurgico (sotto le sembianze della Troika, che prima arriva meglio è …).
E’ tempo di provocazioni forti: portare in parlamento la conversione di un semplice e smilzo decreto legge che eviti di racchiudere troppe disposizioni scritte riassunte in modo raffazzonato (.. così è più semplice disattenderle?…), e dia il senso della via da intraprendere: tutta in salita, tutta di sacrifici, tutta da percorrere, ed il tempo sarà lungo, mica mesi.
Essendo “agent provocateur” di vocazione, vi dispensiamo poche semplici ricette; siamo consci che esse sono provocatorie assai, e finiranno nel dimenticatoio per una ragione: sono semplici da adottare e di immediato effetto. Ma l’Italia è un paese dove si è ricchi di parole, poveracci di azioni.
Pubblica amministrazione: gli emolumenti per gli amministratori delle oltre 7.000 società a partecipazione pubblica vanno fissati ad 1 euro al giorno, non un centesimo in più; scommettiamo che entro 90 giorni l’80% delle società sarà liquidato? Spese di decine di miliardi annui, con un deficit annuo di 3 miliardi di euro, tutte sparite “dans l’espace d’un matin”? Toccate il portafoglio dei boiardi di stato, quelli delle posizioni “apicali”, e troverete la mappa del risanamento.

Giustizia civile: sospensione per 5 anni del grado di appello; scommettiamo che entro 3 anni la durata media dei processi civili sarà inferiore ai 2 anni? A chi protesta per il “vulnus” alla certezza del diritto replichiamo: meglio una giustizia imperfetta che una giustizia perfetta che arriva dopo 10 anni (perché è questo il tempo medio per arrivare a sentenza civile nel nostro paese). En passant, vietare ai magistrati i doppi incarichi sarebbe cosa assai doverosa: che si dedichino a smaltire i processi, per questo sono lautamente pagati.

Crescita: abbassare di 10 punti l’aliquota IVA (dal 22% al 12%) per 18 mesi, e di 5 punti (riportandola al 17%) nei 18 mesi successivi; i consumi ripartiranno e la crescita sarà elevata, a ritmi ben superiori a quelli pre-crisi, la perdita di gettito IVA sarà ampiamente compensata da maggiori utili, occupazione, redditi.

Patrimonio culturale: concedere ai privati gratuitamente per 5 anni i siti di interesse culturale, oggi dimenticati e non gestiti dalla stato in modo efficiente, perché questi li gestiscano secondo logiche privatistiche (inclusa, in primis, la gestione del personale: chi non ci sta, alla porta), avendo come unica condizione che i siti siano messi a norma ed in condizioni di sicurezza e fruibilità, a spese dei privati: pensiamo a Pompei, reggia di Caserta et similia. Come dicevano i latini “ius utendi fruendi salva rerum substantia”. Il tesoro va gestito, non lasciato ammuffire e cadere a pezzi. Il resto è poesia.

Se non si fa il primo passo, si fa il secondo arretramento. Ora o mai più, giovane amico.

La Spending Review degli altri…

In Canada, nel periodo 1994-1997 la “spending review” ha ridotto del 10% la spesa pubblica, con una riduzione del 19% (45.000 unità) del pubblico impiego; in Finlandia è prevista una riduzione di 4.882 unità entro il 2015; in Giappone il risparmio è stato di 42 miliardi di dollari; in Olanda, di 35 miliardi di euro; in Inghilterra la “spending review” (dopo la “rivoluzione thatcheriana”) è proseguita fra il 1998 ed il 2010 con tagli ripetuti, circa 20 miliardi di sterline annue (circa 250 miliardi totali); per il periodo sino al 2015 sono previsti altri 81 miliardi di sterline di tagli complessivi e risparmi sui costi dei ministeri con obiettivo -19%.

Anomalia europea od italiana?