La parola ambigua di oggi è: #accountability

La parola ambigua di oggi non è affatto ambigua. Ambiguo invece è l’uso che se ne fa nella maggior parte dei casi.
Mi imbatto spesso in persone che traducono accountability in “responsabilità” sempre premettendo che la parola è intraducibile in italiano. Il che è una contraddizione in termini. La mia impressione è che tale atteggiamento sia piuttosto una fuga semplicistica da qualsiasi tentativo di comprendere il sottostante significato etico-sociale.

Ho vanamente cercato nei dizionari una definizione semplice e comprensibile. Non mi sono arreso. Ora mi sento accountable verso me stesso per un uso responsabile di una parola così difficile.

Per il momento ho trovato uno schema un po’ provocatorio, ma non privo di efficacia: la parola accountable è diversa e complementare rispetto alla parola responsabile.

Responsabilità è una parola verticale che mette in relazione il subordinato con il suo capo. Sì che entrambi sono responsabili del proprio operato l’uno verso l’altro, ma con pesi diversi che è interessante mettere a fuoco. Il capo è responsabile per avere emanato la disposizione che impone al sottoposto di eseguire un ordine. All’estremo opposto, il subordinato non è per nulla responsabile degli effetti dell’esecuzione dell’ordine. Il subordinato non è affatto responsabile dei risultati, ma solo dell’esecuzione della procedura. La sua unica vera responsabilità è di dimostrare di avere eseguito quanto ordinato. Paradossalmente i sistemi sociali “verticali”, quand’anche collettivistici, si fondano sulla (ir)responsabilità dei subordinati. Per meglio interiorizzare il concetto,  come esperimento di antropologia pratica suggerisco di applicare questo principio comportamentale alle varie culture, per esempio, mediterranee, monocratiche, democratiche e di altra natura. Gli esiti possono porre in evidenza il significato etico della parola. È di aiuto anche osservare che nella maggior parte dei casi la responsabilità è precisamente definita e circosritta dalle leggi o dai rituali sociali. Le implicazioni legali e rituali della parola possono estendersi fino all’obbligo di non traferire alcuna informazione all’esterno del rapporto capo/subordinato.  Ad esempio, nelle appartenenze delle associazioni per delinquere. Gli esterni all’appartenenza, sono per definzione sacrificabili per il bene dell’appartenenza.

Accountability è una parola orizzontale che mette in relazione paritetica i concittadini. L’accountability implica l’obbligo etico, ma non legale, di riferire ai pari i fatti noti e utili ai concittadini a proposito del progresso nel raggiungimento degli obiettivi comuni, dei risultati attesi. È irrilevante se su di essi vi sia anche la responsabilità diretta.  L’obbligo di rendere conto di quanto si sa in merito, è un dovere non scritto, che non si può imporre con alcuna legge, e determina la dignità e la statura etica, civile, sociale della persona. Un modo frequente di tradurre accountability è appunto la parola trasparenza. Questa è una traduzione parziale, ma più precisa della parola responsabilità. Chi è a conoscenza dei fatti non può tacere; l’omertà è l’opposto dell’accountability. L’accountability misura la serità sociale, la dignità della singola persona rispetto ai propri pari. In certi casi l’accountability obbliga ad andare contro il principio di responsabilità. L’esempio forse più forte è rappresentato in alcuni codici militari nei quali è d’obbligo non eseguire l’ordine del superiore quando questo è acclamatamente contrario all’etica dei coinvolti. Dove per “acclamatamente” si intende che “più persone coinvolte nel contrasto etico” sono obbligate a non dare seguito ad un ordine ritenuto pericolosamente dannoso. Questo schema pone l’individuo, e le sue libere scelte, al centro della scena sociale e, ciò che colpisce di più, al centro di un’etica condivisa in una società paritetica tendenzialmente senza confini.

In conclusione, ecco due provocazioni che discendono direttamente da quanto detto:
– La democrazia si fonda sull’accountability individuale senza la quale la democrazia non esiste e non può esistere
– Colpisce che in italiano il concetto non sia facilmente traducibile se non con complesse e confondenti perifrasi.

PS
È evidente che le due parole sono qui presentate in un paradossale bianco e nero. Nelle infinite prospettive della “realtà” la convivenza delle due parole si mescola in una vasta gamma di grigio. Però gli esperimenti pratici di antropologia di cui sopra mostrano facilmente le prevalenze dell’una o dell’altra, in ciascun sistema sociale. Tali prevalenze spiegano anche alcuni enigmi comportamentali che difficilmente sono riconducibili ad altri fattori. Per esempio la tendenza a trascurare il bene pubblico oppure sistemi legali troppo complessi proprio perchè forzosi tentativi di piegare le istituzioni tendenzialmente democratiche ad adattarsi a culuture sostanzialmente monocratiche o collettivistiche, perciò contrarie alla pariteticità fra cittadini.

La parola ambigua di oggi pare essere: #Costituzione

Sembra che la Corte d’Appello di Milano abbia motivato una sua recente sentenza con la seguente affermazione: “L’identità religiosa va garantita”.

Premessa: La Costituzione e le leggi basilari della democrazia, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, prevedono che non vi sia discriminazione fra religioni, etnie, sesso, razza e altre diversità.

Qualche domanda per la Corte d’Appello di Milano:

  • Esiste una lista di religioni che vanno garantite?
  • Nel qual caso chi ha steso quella lista e dove si può reperire?
  • Esiste per ciascuna religione un protocollo di simboli e comportamenti che devono essere garantiti?
  • È possibile inventare nuove religioni e farle entrare negli elenchi di cui sopra?
  • In assenza di leggi, elenchi e protocolli, è sufficiente un auto-certificazione, una dichiarazione del proprio principio religioso (o etnico, o razziale, ecc.) per ottenere la salvaguardia della propria diversità?

Per il principio transitivo implicito nell’eventuale sentenza della Corte d’Appello di Milano:

  • Anche l’identità etnica va garantita?
  • O sessuale, o razziale, e altre diversità vanno garantite?
  • In caso positivo, anche ad esse si applicano le stesse domande di cui sopra.

Principi costituzionali:

  • Se esiste un elenco di comportamenti religiosi, sessuali o etnici da garantire, sarebbero diversi da quelli garantiti dall’attuale sistema di leggi e norme vigente in Italia?
  • Se esistessero elenchi e protocolli per regolare quanto sopra, non sarebbero questi i presupposti per discriminare, o al contrario per regolare, i comportamenti dei vari gruppi religiosi, razziali, sessuali o etnici?

Restiamo in fiduciosa attesa di chiarimenti per dipanare le ambiguità interpretative sul caso e sui principi della democrazia e della Costituzione.

#Dittatura – È la parola ambigua di oggi

Quasi tutti i dizionari riportano la stessa definizione: regime politico caratterizzato dalla concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale, che l’esercita senza alcun controllo.

Di primo acchito non si coglie alcuna ambiguità. È scontato che la “dittatura” sia l’opposto della “democrazia”. Quasi sempre però il “dare per scontato” nasconde insidiose trappole culturali e ambigue polisemie, dove le parole assumono significati diversi dei quali spesso non siamo consapevoli.

Concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale – È relativamente facile riconoscere una dittatura quando il potere è concentrato in una sola persona. Molti Paesi sono dominati da sovrani assoluti, dinastici, militari e di altri tipi; dall’Arabia Saudita alla Corea del Nord che sono accomunate dall’attributo “una sola persona al comando per ragioni dinastiche”. Il criterio “mono-dinastico” è però insufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie; esistono infatti dittature fondate sul potere conquistato da un’intera categoria (oligo-dinastiche): i militari, il partito, la religione e altri gruppi. Proseguendo nella scala dei neri, dei verdi e dei rossi, si aggiungono i Paesi che simulano, più o meno credibilmente, di essere democrazie dotate di sistemi elettorali.
Entriamo infine nella nebbia quando prendiamo in considerazione il fatto che anche le democrazie governano tramite un organo amministrativo nel quale si concentra il potere: lo Stato.

In sintesi: la concertazione del potere in un solo organo, tanto più se è collegiale e anche elettivo, non è purtroppo condizione sufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie.

Senza alcun controllo – Noi, che viviamo in quella parte di mondo che riteniamo sia democraticamente governata, diamo per scontato che i cittadini possano “controllare” l’enorme potere concentrato nelle mani degli amministratori pubblici (eletti e cooptati). Sappiamo bene invece che abbiamo solo limitate possibilità di indirizzare le scelte degli amministratori pubblici; ciò accade  nei distanziati momenti in cui esercitiamo il diritto di voto e quando manifestiamo pubblicamente le nostre opinioni. Sull’altro versante, le dittature si distinguono non per la mancanza assoluta del voto o della libera opinione, ma solo nel grado di esercitabilità del voto e di libera opinione. Questo è un confine labile, retorico, soggettivo, sottile che si misura nella possibilità di esprimere la propria opinione e nella possibilità di tentare di sostituire una minima parte dei 120 mila amministratori pubblici eletti ai quali si sommano gli inamovibili 70mila dirigenti che governano 3.6 milioni di dipendenti pubblici, ugualmente inamovibili. Per tentare sostituire gli amministraotri pubblici sarebbe prima necessario valutare il loro operato, ma mancano quasi totalmente i resoconti di gestione e contabili leggibili da un normale cittadino. Si potrebbe dire che le possibilità di controllo sono molto limitate nelle democrazie, e anche peggio nelle dittature.

In sintesi, la pratica istituzionalizzata dei sistemi di controllo, da parte dei cittadini sugli amministratori pubblici, è indispensabile, ma nemmeno questo fattore è dirimente sull’ambiguità fra dittatura e democrazia.

Dovremmo forse esplorare due altri due criteri quantitativi.

1) Concentrazione della decisioni – Le comunità più efficienti adottano un sistema delle decisioni di ispirazione “gravitazionale”: le decisioni sono prese dal gruppo più vicino al problema da risolvere, in sintonia con i gruppi contigui. Per esemplificare, la contiguità “orizzontale” si realizza quando Comuni limitrofi si incontrano per decidere insieme come risolvere un problema di traffico che li coinvolge tutti. Questo sistema decisionale è spontaneo, non particolarmente istituzionalizzato nel nostro Paese, oltre che non frequentissimo. Un esempio invece di contiguità “verticale” (gerarchica) si concretizza quando il Comune, e non lo Stato, decide come deve essere fatto un marciapiede. Questo sistema è invece molto istituzionalizzato in una forte catena di comando e controllo, tanto che spesso interviene lo Stato, al massimo livello organizzaativo, a regolamentare questioni tutto sommato piuttosto locali come le righe blu dei parcheggi o le licenze dei taxi. Va aggiunto che i sistemi gerarchici tendono a sovrapporre, e perciò a confondere, le responsabilità, invece di segregarle con chiarezza.

In sintesi tanto più elevato è il valore dell’indice di concentrazione delle decisioni al più alto livello organizzativo, tanto più è probabile che il sistema di governo assomigli ad un sistema oligo-dittarioriale, ben mimetizzato.
2) Successione – Nelle dittature dinastiche il meccanismo di successione è ovvio: il capo resta in carica a vita, ovvero finchè non muore di morte naturale o fino a che non viene fisicamente eliminato dal concorrente più aggressivo e con meno scrupoli. È un sistema assai diffuso anche fra altri esseri viventi (es: il branco). Secondo questa prospettiva, i nostri passati governi nostrani assomigliano ad un’oligo-dittatura di geronti inamovibili dalle loro poltrone. Non che un anziano non possa essere efficace come un giovane, ma quando sono tutti anziani, il problema non sta nell’età del singolo, ma nel meccanismo successorio che non premia i risultati, ma premia la fedeltà ai capi. Oltre ad essere antropologicamente primitivo, il sistema che premia l’anzianità, specie se associata alla “competenza”, aumenta la concentrazione del potere  nelle mani degli autoproclamati “più competenti”, i quali proteggono sè stessi selezionano i futuri leader secondo il ferreo principio di fedeltà.  Perfino la Costituzione prevede, anche per i ruoli cooptati, criteri di rotazione per gli incarichi potenzialmente più pericolosi per la democrazia. Le dittature sono bene distinguibili con l’indicatore di anzianità media degli organismi amministrativi; quando essa è maggiore dell’anzianità media della popolazione, la probabilità dell’esistenza di una dittatura mimetizzata è piuttosto alta. Questo principio non vale per i sovvertimenti di sistema dovuti a rivoluzioni o golpe che abbassano imporovvisamente l’età media.  Si tratta infatti dell’altra faccia del sistema successorio dinastico: quando i vecchi esagerano, i giovani e forti si stufano e cacciano violentemente i vecchi. L’età media si abbassa, ma non è detto che cambi il sistema. È più probabile che il sistema successiorio resti lo stesso, ma cambino gli attori. Come le rivoluzioni insegnano; prima fra tutte quella francese.

In sintesi, l’indicatore di rotazione e non ripetibilità degli incarichi, non solo quelli elettivi, ma specialmente quelli cooptati, misura quanto il sistema dittatoriale prevalga, anche se ben mimetizzato in istituzioni che sembrano democratiche.

#Gig economy

Non una parola ambigua, ma una nuova frase sociologica che viene dovei cambiamenti sociologici sono fenomeni accettati dalla società.

A gig economy is an environment in which temporary positions are common and organizations contract with independent workers for short-term engagements.

The trend toward a gig economy has begun. A study by Intuit predicted that by 2020, 40 percent of American workers would be independent contractors. There are a number of forces behind the rise in short-term jobs. For one thing, in this digital age, the workforce is increasingly mobile and work can increasingly be done from anywhere, so that job and location are decoupled. That means that freelancers can select among temporary jobs and projects around the world, while employers can select the best individuals for specific projects from a larger pool than that available in any given area.

Digitization has also contributed directly to a decrease in jobs as software replaces some types of work and means that others take much less time. Other influences include financial pressures on businesses leading to further staff reductions and the entrance of the Milennial generation into the workforce. The current reality is that people tend to change jobs several times throughout their working lives; the gig economy can be seen as an evolution of that trend.

In a gig economy, businesses save resources in terms of benefits, office space and training. They also have the ability to contract with experts for specific projects who might be too high-priced to maintain on staff. From the perspective of the freelancer, a gig economy can improve work-life balance over what is possible in most jobs. Ideally, the model is powered by independent workers selecting jobs that they’re interested in, rather than one in which people are forced into a position where, unable to attain employment, they pick up whatever temporary gigs they can land.

The gig economy is part of a shifting cultural and business environment that also includes the sharing economy, the gift economy and the barter economy.

I valori della #Democrazia sono largamente sopravvalutati

Il primo errore di valutazione sta nel far riferimento ad essi come se fossero i principi fondanti di un’ideologia e o di una religione; ma la democrazia non è un’ideologia, è un metodo organizzativo, una forma di governo.

Il secondo errore sta appunto nel ritenere che nelle democrazie siano andati smarriti i valori fondanti. Non è stato perduto alcun valore, tantomeno quelli fondanti. Al contrario la democrazia ha vinto su ogni altra forma di governo; ha dimostrato di essere la più equa forma di governo mai applicata dall’umanità, oltre che la più rapida nel produrre qualità della vita. Nulla lascia intravvedere che il percorso si interrompa. I valori della democrazia, se esistono, hanno funzionato e funzionano bene. Anzi, la democrazia ha funzionato bene nonostante sia difficile identificarne i valori.

La democrazia è stata inventata per sostituire l’esausto e millenario modello organizzativo centralistico. A questo modello dobbiamo riconoscere i notevoli risultati raggiunti nelle società umane che contavano più di qualche centinaio o migliaio di persone. Le tribù dapprima sono diventate etnie e poi, crescendo, hanno progressivamente perduto l’omogeneità interna. Il fenomeno richiese il passaggio a forme di governo (regni) in grado di gestire gli accorpamenti di culture diverse. I regni, con massa ed estensione ancora più grande, divennero imperi.  In quest’ultima fase evolutiva,  la vecchia, ma mai ferma Europa, propose esperimenti sociali come la tanto ammirata, quanto fallimentare, rivoluzione francese, e in seguito i regimi nazionalfascisti o comunisti. Molti imperi vennero sostituiti da governi sempre fortemente centralistici che però già fingevano di essere elettivi.

Solo poche società si sono sottratte ai passaggi violenti che le trasformazioni repentine implicano. Le pragmatiche società del nord-Europa, dove il nord non è il centro, si sono intelligentemente, progressivamente e tempestivamente adattate all’evoluzione del contesto.

È curioso che i Paesi apripista nella sperimentazione di nuovi modelli sociali e di governo vengano indicati, quasi vergognosamente, con la parafrasi “economie avanzate”. Non è comprensibile la vergogna di riconoscere che i governi democratici hanno dato ai propri cittadini un beneficio maggiore di quanto abbiamo dato i governi centralistici, per esempio quelli del socialismo reale.

Il beneficio della democrazia è stato solo economico? Sarebbe un grave errore ritenere che la capacità di misurare i fenomeni economici, tipica delle democrazie, sia invece una una focalizziazione delle democrazie sui soli aspetti economici; il che condurrebbe alla distruzione del sistema sociale. L’argomentazione “la democrazia si occupa solo di economia e non dell’uomo” è ideologica ed è empiricamente inverosimile perché:

  1. Lo “sviluppo dell’uomo”, in altri termini una migliore equità fra esseri umani, è uno dei più brillanti risultati delle democrazie
  2. I socialismi, anche quelli devianti, hanno radicato la loro fede nelle teorie economiche di metà ottocento. Sono quindi i socialismi che hanno elevato le fragili teorie economiche ad utopie ideologiche; la loro applicazione nella realtà ha avuto impatto sfavorevole sulla qualità della vita dei Cittadini.

Nelle democrazie non si misurano i benefici sociali qualitativi, non perchè esse siano disinteressate o non vogliano, ma perché tali “qualità” sono non misurabili con gli strumenti attuali. Ciò nonostante il modello liberal democratico produce comunque ampi benefici sociali che appunto spaziano ben oltre il misurabile. Gli indicatori economici, come ad esempio il tanto contestato PIL e la ancor più contestata produttività (valore aggiunto), sono il prodotto di un’intelligenza diffusa, analitica, pragmatica, che apprende dall’esperienza e si adatta. Misurare è saper vedere, saper imparare e saper innovare; il ragionamento democratico non si ferma al piano delle teorie filosofiche ed economiche, al contrario le usa ma anche le sfida e quasi sempre le demolisce. Ciò detto, chi a lungo ha disprezato l’economia, ha dovuto seguire corsi accelerati di recupero.

Dello smarrimento della democrazia bisogna però prendere atto; è un sentimento che cresce in quella terra di mezzo che sta fra gli ormai bisecolari modelli organizzativi delle democrazie e i nuovi modelli sperimentali del terzo millennio.

I vecchi, e stanchi, Stati europei hanno generato, per mitosi, per distacco, le democrazie ultra-oceaniche, libere dagli inceppamenti della storia. Le nuove e le vecchie democrazie si ritrovano di nuovo insieme per fare i conti con i nuovi fenomeni che loro stesse hanno realizzato; per esempio la sparizione dei confini. Nessuno vuole rinunciare al faticosamente conquistato beneficio della libertà di circolazione delle persone; nonostante vi siano nuovi arrivati, che riconoscono il grande vantaggio di un mondo senza confini e pretendono di goderne senza averne letto il manuale d’uso. D’altra parte chi legge più i manuali d’uso? Il trambusto migratorio distrae l’attenzione e fa sembrare la scomparsa dei confini un male della democrazia. È invece un male prodotto da Amministratori Pubblici incapaci. Lo stesso vale per la libera circolazione delle merci, del denaro, per arrivare alla realizzazione degli altri diritti dell’uomo e dell’individuo.

Torniamo perciò al punto dei “valori della democrazia”. Esistono? Esiste un testo di riferimento che elenchi e descriva i valori della democrazia? Non ho una risposta, ma forse si può fare un esercizio che distilli i “valori della democrazia” dalle Costituzioni (che però sono i documenti organizzativi che definiscono il modello di governo di ciascuno Stato). Purtroppo a chi scrive viene in mente un solo principio e un solo assioma:

  • Principio – La democrazia si fonda sul diritto di ciascuno di essere un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sulle proprie risorse e sui propri beni
  • Assioma – Gli esseri umani desiderano aggregarsi contemporaneamente in molteplici società, e disassociarsene, alle quali non appartengono, ma delle quali possiedono partecipazioni.

Perché le democrazie sarebbero stanche? Non sono stanche, sono invece scientemente ostacolate nella loro evoluzione da una enorme popolazione di Amministratori Pubblici, eletti e cooptati, che difende una propria pretesa superiorità sui Cittadini.
Nei tempi andati è stato necessario rimuovere re, imperatori e le loro burocrazie; ora si tratta di ridimensionare il potere degli Amministratori Pubblici nazionali. Le Nazioni servono sempre meno; sono anacronistiche; ai Cittadini servono nuove società nelle quali risiedere temporaneamente e anche contemporaneamente. Gli uomini sono ora più liberi, più prosperi, più sovrani sul proprio destino. Gli Amministratori Pubblici non si capacitano e resistono.

Molti Cittadini però ancora esitano.
Molti Cittadini credono ancora nell’efficacia dei sistemi centralizzati.
Molti Cittadini credono che lo Stato, gli Amministratori Pubblici, siano “migliori” dei “propri” Cittadini.
I fatti quotidianamente (di)mostrano esattamente il contrario, eppure …

Ecco allora qualche domanda che potrebbe fornire qualche spunto per una rifondazione dei rapporti fra gli stessi Cittadini Sovrani e fra Cittadini e Amministratori Pubblici:

  1. Gli Amministratori Pubblici Nazionali non vogliono cedere il controllo sui loro servizi di intelligence nazionale. Per quale razionale motivo un cittadino italiano e uno tedesco dovrebbero opporsi ad un servizio di intelligence europea, continentale o addirittura di più vasta portata?
  2. Gli Amministratori Pubblici si riservano di decidere dove debba essere la residenza fiscale dei “loro” Cittadini. Gli AP hanno facoltà di decidere la residenza fiscale di ciascuno secondo il principio geografico del “centro degli interessi” non solo della singola persona, ma addirittura di tutta la sua famiglia. Perché un Cittadino non può avere interessi in vari Paesi e avere la certezza di pagare il giusto contributo fiscale a seconda dei servizi dei quali usufruisce in ciascun Paese?
  3. Gli Amministratori Pubblici tendono ad assecondare l’abolizione di Schengen. I Cittadini sono sicuri che gli AP non stiano approfittando dello stato emotivo generale per rafforzare il controllo nazionalistico dei propri confini? Sono sicuri i Cittadini che questo non sia strumentale a ritardare la creazione di servizi federali europei? Non è che gli AP stanno boicottando l’Europa e resistono alla creazione di un’Europa per i Cittadini, un’Europa con un governo elettivo, democratico?

Vi è la percezione piuttosto diffusa che l’Europa abbia un modello di governo primitivamente nazionalistico. Purtroppo il centralismo nazionalistico è sostenuto non solo dagli Amministratori Pubblici contro gli interessi dei Cittadini, ma anche da un’ampia parte della popolazione.

Inoltre vi è una grande confusione a proposito delle tensioni indipendentiste in varie regioni bloccate in ciascuna nazione. Gli indipendentismi sembrano giocare contro l’idea stessa di Europa, ma farebbero bene piuttosto ad esercitare il proprio indipendentismo a favore di un’Europa Unita, ma con Nazioni più deboli, similmente all’attuale linea scozzese.

Il prevalente incrocio di interessi nazionalistici sopprime, neutralizza, anestetizza, la necessità di un modello di governo “democrazia dem3 (del terzo millennio)” da applicarsi coerentemente entro gli Stati, nel continente e anche oltre. Tale necessità è respinta così nel profondo che viene interpretata come un’agitazione di pancia, come uno smarrimento, come una frustrazione provocata dall’inazione.

Eppure davvero abbiamo bisogno di un upgrade alla dem3.

#Produttività: la malattia dell’OCSE, del mondo, ma non di tutti

Gli economisti degli aggregati (es:dati aggregati per Paese) non sanno più che pesci pigliare. Non riescono a spiegare come mai il GDP non cresca più. Forse sperano nelle taumaturgiche, ingenti e impensabili azioni monetaristiche (es.QE, tassi negativi, ecc.) messe in campo dal sistema finanziario. Niente da fare; anche a non far nulla di diverso dal solito, la domanda non riparte.

C’è da chiedersi se la questione non sia né di crisi della domanda né di manipolazioni monetarie.

Il fatto è che la misteriosa “produttività” non ingrana la marcia giusta. Per alcuni poi è peggio di altri; guardate qui le variazione del GDP nell’ultimo quindicennio. L’aggregato Italia è veramente messo male.

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Eppure la MdPpc (Media del Pollo per capita) italiana è allineata con la media OCSE.

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Che considerazioni possiamo trarre da questa prima visione aggregata?
La prima osservazione è che, ammesso che i governi si preoccupino di far crescere il GDPpc (per capita), in generale non ci riescono.
La seconda è che il GDP per capita racconta cose diverse dal tasso di crescita GDPaggregato(nazionale).
La terza è che si intravede una sorta di specularità inversa rappresentata dalla figura che segue, commentata subito dopo.

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  1. I Paesi con il GDPpc più elevato crescono meno velocemente dei migliori (a dx in alto). Alcuni addirittura precipitano nell’area di crescita negativa (IRLanda, Olanda, Danimarca)
  2. Quattro dei Paesi con il GDPpc più basso (in basso a sx – Messico, Turchia, POLonia, Slovacchia) crescono a tassi elevati, sono i migliori (in alto a dx). Tutti gli altri restano in area di crescita quasi nulla o negativa.
  3. I Paesi con GDPpc medio, crescono poco o nulla; salvo alcuni Paesi che invece continuano a precipitare (FINlandia, Spagna, ITAlia)
  4. Ci alcune eccezioni notevoli come ad esempio AUStralia e CANada che mantengono sia un’ottima posizione sul GDPpc sia un tasso di crescita molto buono

In sintesi quelli che una volta erano le migliori locomotive, non tirano più come una volta. Si affacciano pochi nuovi giocatori, non ancora in grado di trainare l’economia dei vecchi stanchi. Gli incapaci sono sempre più incapaci.

Gli economisti dicono di non capire perchè la crescita non riparte. Potrebbero forse arricchire i loro studi esplorando “territori” al di sotto del “cielo” delle medie del pollo. Potrebbero forse imbattersi in qualche dato analitico coerente con i fenomeni “meno aggregati”. Potrebbero porsi domande quali:

  • Non sarà che la tanto odiata globalizzazione sta ribilanciando il benessere del mondo?
  • Non sarà che il sistema economico umano mostra sintomi di autoregolazione? Anche in assenza dell’azione pianificatoria di un governo centrale?
  • Non sarà che, oltre certi limiti, è inutile che i governi, e con loro gli economisti, cerchino metodi per prevedere,  stimolare se non forzare le scelte dei Cittadini?

A breve usciranno i report 2016 che mostreranno dati aggiornati e così potremo meglio esaminare l’accaduto e confrontarlo con le aspettative di chi, governo centrale e sistema finanziario, ha pensato alle misure e contromisure per reindirizzare l’economia degli aggregati.

I “beni comuni” contro la “proprietà”

L’espressione “bene comune” evoca il calduccio di casa propria e ci fa sentire buoni con gli altri. Ai cultori dell’astratto piace questo accattivanete motivetto da suonare col flauto magico, mentre spacciano fiori, fiori belli come i “beni comuni” e come l’acconito. Peccato che l’acconito sia velenoso.

L’antidoto, ai fiori belli ma velenosi, si ottiene spetalando il fiore un petalo alla volta, se perdonate certi neologismi ora di moda.

La proprietà

Iniziamo l’esplorazione dei beni comuni con la parola “proprietà” che per i cultori dell’astratto non è un conquistato bene comune, ma il suo opposto.

Quando la maggior parte dell’umanità era sostanzialmente priva di diritti, mancava anche la proprietà non era un diritto. La proprietà è una conquista recente che i più, precisamente i più deboli, hanno strappato non senza contesa ai poteri concentrati. La crescente diffusione della proprietà ha creato un fenomeno nuovo: la responsabilità sulla proprietà. Per esempio oggi diamo per scontato che il proprietario di un muro è responsabile dei danni che il muro potrebbe causare cadendo. È la responsabilità sulla proprietà che spinge i proprietari a sorvegliare la stabilità dei propri muri. La proprietà diffusa implica reciproca responsabilità verso i vicini che produce vantaggi facilmente riconoscibili. Al contrario i primitivi detentori di proprietà concentrate, difficilmente percepivano una qualsiasi responsabilità verso gli altri, specialmente se deboli.

Dubitiamo che ai cittadini piaccia perdere la sicurezza che offre questo genere di responsabilità a carico dei proprietari. Eppure paradossalmente i molti spacciatori di astratto sembrano propendere verso il ritorno alla proprietà concentrata.

Proprietà individuale (di persona fisica) e proprietà collettiva (di persona giuridica)

Proviamo ora ad affrontare l’altro incendiario paradosso a proposito della proprietà pubblica e privata.

Cosa distingue la proprietà pubblica dalla proprietà privata? Con non poche difficoltà, qualche utile risposta si può trovare nei testi del Diritto; molte norme regolano la proprietà in capo alla persona fisica. Ancora più regole si trovano a proposito della proprietà collettiva. Circa quattro secoli fa circa, i giuristi iniziarono a rifinire il concetto di “persona giuridica” che dà un’efficace risposta alla, fin da allora, insistente richiesta di identificare responsabilità e diritti delle “proprietà collettive”, non a caso spesso chiamate società. La persona giuridica è una rivoluzionaria invenzione del Diritto che consente agli umani di fare ciò che a loro piace davvero molto: unirsi in associazioni con uno scopo comune e con risorse comuni.

Il potere centralizzato non hai mai gradito la formazione di associazioni spontanee per l’ovvia ragione che esse concentrano energie potenzialmente in competizione col potere. La diffidenza del potere verso le associazioni deve essersi in qualche modo riflesso anche nel linguaggio. A titolo di sperimentazione pratica, possiamo infatti chiederci se la famiglia sia un’associazione. O se siano associazioni anche un partito, un’impresa, un ente pubblico. La risposta è quasi sistematicamente negativa. Nemmeno il Comune, pur chiamandosi “Comune”, è considerato un’associazione. Lo stesso vale per la Regione o per lo Stato, nonostante questi enti in particolare servano proprio a dare unitarietà amministrativa ai beni che gli “associati cittadini” mettono a fattor comune. Nessuno di questi raggruppamenti è considerato un’associazione, eppure intuitivamente tendiamo a ritenere che ciascuna società, impresa, associazione, famiglia, ente “pubblico” sia una forma associativa fondata sui reciproci impegni degli associati. Non solo, tendiamo a credere che i reciproci impegni siano fondamento e origine del Diritto.

Gli spacciatori di astratto in effetti cercano di confonderci producendo cortine “fumose” per occultare la realtà dei fatti, per distogliere l’attenzione dal fatto  che il Diritto ha già risposto, pragmaticamente e da tempo, alla crescente richiesta di criteri per la gestione dei numerosi tipi di proprietà collettive. Viene in effetti il dubbio che gli spacciatori d’astratto, spesso accademici distanti dalla pratica del fare, non si rendano ancora conto del fatto che, sul piano del concreto, l’umanità ha sperimentato molte forme organizzative per il governo delle proprie comunità. Alcune sperimentazioni si sono dimostrate disastrose o semplicemente inefficienti, altre invece si sono consolidate in soluzioni efficienti; in aggiunta osserviamo che la maggior parte di queste ultime sono orientate alla distribuzione del potere. Molto c’è ancora da fare, ma (quasi) tutti i cittadini sono ora convinti che la propria (sic!) sovranità individuale non va d’accordo con la centralizzazione del potere e della proprietà.

Abbiamo ricordato che agli uomini dunque piace aggregarsi in vari tipi di “associazioni”, inclusi i Comuni e lo Stato. Ciascuna associazione ha beni propri, messi in comune dai singoli, allo stesso modo di quanto avviene in un condominio dove, ad esempio, le scale sono beni di proprietà pro-quota dei condomini i quali li mettono in comune formando una “proprietà collettiva”, affidata in gestione ad un amministratore. Possiamo ragionevolmente concludere che non esiste alcuna diversità concettuale fra proprietà privata e proprietà pubblica. Le diversità, messe in evidenza dagli spacciatori di astratto, stanno piuttosto nelle parole “pubblico” e “privato”; quasi a significare che le proprietà “pubbliche” non sono dei cittadini, ma di “altri da identificare”.

Dubitiamo che ai cittadini siano favorevoli alla “proprietà indefinita”, peggio se a disposizione di “altri da identificare”.

Il mistero dell’accountability

Nel tempo l’applicazione della “proprietà-responsabilità” si è estesa molto oltre i confini fisici della proprietà. Per esemplificare, il costruttore di un‘auto o di un elettrodomestico è responsabile delle conseguenze dei difetti del suo prodotto anche molto dopo avere ceduto la proprietà del manufatto. Evidentemente l’esperienza pratica ha suggerito di applicare la proprietà-responsabilità anche all’ideazione e alla costruzione di manufatti, alla proprietà intellettuale e all’operato “a regola d’arte”. Un buon passo avanti contro i soprusi del potere centralizzato che in genere si sottrae alle responsabilità verso chiunque.

L’ampia distribuzione delle proprietà-responsabilità richiede che vi sia una relazione di responsabilità paritetica e reciproca fra “proprietario” e gli altri concittadini. Proporzionalmente richiede l’indebolimento della primitiva percezione di responsabilità verso il capo, verso il padrone, verso il vertice. La responsabilità del proprietario si rivolge orizzontalmente ai vicini; lo stimola a rendere loro conto dei propri comportamenti, lo spinge a comportarsi armonicamente con le aspettative dei vicini.

Si dice che gli esquimesi abbiano la necessità di distinguere fra vari tipi di neve e che perciò abbiano forgiato, nella loro cultura e nella loro lingua, almeno sette distinte parole. Pare che gli italiani non sentano la necessità di distinguere quel particolare tipo di responsabilità (rendere conto del proprio operato ai propri pari). Per questo forse nei dizionari manca una parola dedicata ad esprimere il vincolante obbligo sociale e paritetico dell’accountability.

Dubitiamo che i cittadini, al contrario degli spacciatori di astratto, vogliano eliminare i positivi effetti collaterali (trasparenza e accountability) derivanti dalla crescente diffusione della proprietà-responsabilità. Ancor più dubitiamo che i cittadini desiderino il ritorno al potere concentrato nelle mani di pochi; specialmente se quei pochi sono dotatati di adeguati mezzi sia per rigettare la reponsabilità delle conseguenze delle loro azioni sia per impedire la trasparenza sul loro operato. Arditamente presumiamo poi che i cittadini ambiscano a proseguire sulla strada della trasparenza, dell’accountability che è ancora lunga, difficoltosa e intralciata dagli interessati spacciatori di astratto. I cittadini sono ancora ben lungi dall’esercitare soddisfacentemente la propria sovranità.

I beni nè pubblici nè privati

Abbiamo fin qui compreso che larga parte dei beni comuni è già affidata a persone giuridiche collettive, pubbliche e private. Ciascuna associazione si è assunta il compito di migliorare il valore e la fruibilità dei beni loro affidati dai cittadini e di migliorare la qualità della vita degli associati. Abbiamo compreso che non servono ulteriori e astratte organizzazioni; serve piuttosto che gli amministratori, e i dipendenti, siano tolti dalle “riserve” della non-trasparenza, dell’intoccabilità e del privilegio.

La questione dei beni comuni però non è ancora pienamente risolta.

Ci sono alcuni “beni” come per esempio l’aria, le acque, l’ambiente, il clima, le radiazioni solari e tanti altri, la cui proprietà difficilmente può mai essere ricondotta a qualche persona fisica o giuridica. Gli spacciatori di astratto hanno fatto leva sulla poetica espressione “beni comuni” per mobilitare gli animi, ma in questi casi hanno serie difficoltà a indicare una responsabilità concreta in grado di agire. Le loro astratte elucubrazioni intellettuali non escludono però che qualcuno possa essere “accountable” di quei beni, più precisamente della qualità di quei “beni”. Non sarebbe illogico ritenere che un Comune o una Regione possa essere accountable per la qualità delle acque e dell’aria; anzi è già un fatto. La pubblicazione periodica dei valori dei parametri che misurano la qualità dell’aria implica che qualcuno si sente in dovere di spiegare ai propri concittadini i livelli di qualità dell’aria (indice delle polveri sottili, presenza dei metalli pesanti, ecc).  Il sistema di trasparenza è ancora molto lacunoso e gli amministratori pubblici sono ancora carenti nella nomina delle persone accountable dei miglioramenti ambientali.

Prendiamo atto quindi che non abbiamo trovato alcuna parola per catalogare in una sola categoria i “beni” che non possono essere né privati né pubblici e non sono neppure beni, ma sono semplicemente parametri con i quali possiamo misurare alcune dimensioni della qualità della vita (le polveri sottili, i metalli nell’acqua o anche le disponibilità di acqua per l’irrigazione).

Concludiamo l’eplorazione tornando all’iniziale espressione “beni comuni”. Il suo significato sembra ora fuorviante; sembra ammiccare a soluzioni organizzative centralizzate “in cerca di problemi da risolvere”.

Il tema della qualità della vita è invece al centro dell’interesse dei cittadini che vogliono sapere “chi fa cosa” per migliorala; vogliono vedere i parametri progressivamente spostarsi verso il meglio.

Il Diritto astratto e il Diritto concreto

L’invenzione dei diritti è davvero meravigliosa. Talvolta pare che sia sufficiente enunciare bellissimi diritti perchè questi assumano carattere di urgenza e siano immediatamente applicabili.

L’esperienza pratica indica piuttosto che i diritti sono spesso una dichiarazione di intenti, espressione di aspirazioni, una bussola per una convivenza reciprocamente soddisfacente. Prendiamo ad esempio la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o la Costituzione. Sono documenti che rappresentano grandiose aspirazioni, ma sarebbe troppo ingenuo credere che quelle elencazioni di diritti siano sufficienti per passare dal piano delle dichiarazioni al piano dell’esecuzione.

Li hanno chiamati “diritti”, ma veramente sono “diritti astratti”; meglio chiamarli aspirazioni.

Molti, veramente, hanno cercato di convincerci che il Diritto discende da un cielo di atmosfere rarefatte, dove esistono elucubrazioni intellettuali sofisticate e sfuggenti, dove esistono il diritto naturale, i diritti fondamentali, i diritti inalienabili, i diritti non negoziabili e tanti altri diritti intangibili e immutabili.

Il Diritto però non è una disciplina esoterica per iniziati nelle mani di sciamani e di Prìncipi che con il Diritto governano. Il Diritto è, molto più semplicemente, l’insieme degli accordi con i quali i cittadini decidono quali sono i comportamenti eseguibili e reciprocamente vantaggiosi. Questi sono i “diritti” concreti e applicabili; in particolare quelli che non fanno pagare il conto ad alcuni mentre altri godono di ingiustificati privilegi (vedere i cosiddetti diritti acquisiti, intoccabili, ingiusti e, da chi ne gode unilateralmente i vantaggi, fatti passare per inalienabili, non negoziabili, intangibili).

#Multiculturalità

La parola ambigua di oggi è multiculturalità.

Abbiamo cercato di riscoprire l’origine, i significati, le convenienze e gli errori della parola #Cultura. In particolare ricordiamo che la cultura (di ciascun individuo) è ritenuta essere l’insieme dei suoi comportamenti divenuti automaticamente ripetitivi perché tendenzialmente producono risultati prevedibili. Quando molte persone condividono un gran numero di comportamenti simili si forma la “cultura di gruppo”. Una parte di qui comportamenti si irrobustisce in regole sociali; dove le regole sono più stringenti prendono forma di Diritto, il quale traccia il confine tra il lecito e l’illecito.

Gli esseri umani del passato sembrano essersi raggruppati in variegate placche etniche (mono-culturali); quando queste si incontrano producono effetti pirotecnici, talvolta vulcanici. Probabilmente non esistono più mono-culture internamente omogenee; al più ne esiste ancora qualcuna in pochissimi gruppi umani estremamente isolati e a rischio di estensione.

Questo incipit sulla monoculturalità può suonare fuori tema, ma crediamo sia utile verificare se la sommatoria di diverse mono-culture formi una “multiculturalità”.

Millenni fa, la popolazione umana mondiale si contava in numeri assai modesti; grande era la distanza fisica fra gruppi, gli spostamenti erano lenti e difficili, gli scambi erano rari e straordinari. L’omogeneità culturale di ciascun gruppo era la norma; l’identità culturale si manifestava anche negli aspetti esteriori. Curioso che la parola identità venga usata per spiegare che gli individui di un gruppo sono simili fra loro, nei comportamenti e nell’estetica, tanto da sembrare appunto identici. Quasi certamente Darwin avrebbe spiegato il fenomeno in termini di omogeneità interna al gruppo e di diversità esterne, fra gruppi, tutte risultanti dall’adattamento ad habitat diversi.

Non vorremmo però dare l’impressione di proporre istantanee di un improbabile mondo geometricamente diviso in monoculture. Nei fatti, espandendosi per tutto il Globo, gli esseri umani si sono mescolati più volte.

Nessuno sa esattamente perché il cosmo si espande e nemmeno si conosce quale forza della natura faccia sì che i gruppi umani si respingano a vicenda. Viene in effetti il dubbio che gli uomini abbiano sempre saputo di essere i più pericolosi predatori sulla faccia della Terra e che per questo ritenessero prudente mantenere adeguate distanze di sicurezza fra un gruppo e l’altro.  Il successo e la crescita costrinsero i gruppi umani a fare i conti con i limiti fisici del Globo. La rarefazione diminuì e gli umani dovettero inventare qualche soluzione che, minimizzando i rischi di reciproca distruzione, facilitasse la convivenza ravvicinata. Secolo dopo secolo, prese corpo una soluzione pragmatica, un nuovo concetto: le “proprietà condivise” come ad esempio i confini, i commerci, gli standard. Fiorirono moltitudini di strumenti sociali, ad esempio le zone franche, utili a separare (i potenziali contendenti) e anche a facilitare gli scambi in assenza di pericoli eccessivi.

Secondo i paleontologi, gli archeologi, gli antropologi, gli storici i gruppi originari erano relativamente piccoli e avevano un’organizzazione di governo semplice: un capo(branco), le femmine, i maschi, i piccoli. Più avanti si aggiunsero altre specializzazioni: i militari, gli sciamani e gli agricoli. In seguito vennero inventate nuove categorie specializzate come i mercanti, gli scribi, la borghesia. Insomma i gruppi umani, crescendo in dimensione e densità di popolazione, aumentarono le “diversità interne” e nel contempo, grazie agli scambi intergruppo, diminuirono le “diversità esterne”.

Più la popolazione cresceva, più crescevano gli scambi, più gli uni copiavano dagli altri in un’immensa e crescente “copiatura” generale. La globalizzazione è sempre esistita, rallentata solo dalle distanze, dai confini e dalle monoculture che difendevano sé stesse. Gli umani imparano lentamente, anche un po’ furbescamente; infatti inizialmente interpretarono la globalizzazione, che allora non aveva questo nome, non come “copiare dagli altri” ma come “copiare sugli altri”. Mentre i mercanti furono uno, spesso deprecato, strumento di copiatura dagli altri, a lungo il metodo adottato dalle monoculture fu invece “copiare sugli altri: o ti converti o muori. Solo un paio di secoli fa, qualche placca culturale cominciò a pensare che sarebbe stato più efficiente evitare spargimenti di sangue e distruzione di risorse (valore).

Al tempo presente, la diffusione della conoscenza è tecnologicamente quasi istantanea e accelera l’uniformità, trasversalmente alle monoculture. Contemporaneamente, l’incessante lavorio dell’innovazione crea nuove diversità anch’esse trasversali alle monoculture pre-esistenti. Quelli che adottano le novità si riconoscono l’un l’altro e danno vita a nuovi gruppi. Nel processo di cambiamento i gruppi pre-esistenti ne escono menomati, frazionati, diminuiti, distrutti. Il cambiamento si compie nello sminuzzamento fine, di ciascun gruppo pre-esistente, che arriva a differenziare i singoli individui. La percezione di perdita dell’identità è immediata, dolorosa e panicante. Anche perché la nuova (tranquillizzante) identità viene percepita solo dopo un certo tempo, Serve infatti tempo per eliminare i comportamenti inutili o controproducenti e per aggiungerne di nuovi al “catalogo dei comportamenti utili”.

Nel frattempo lo sminuzzamento sembra “liquefazione sociale”, come Baumann ha così chiaramente colto e descritto. La “società liquida” si manifesta con i sintomi che i nostalgici dell’omogeneità stabile ed eterna chiamano disgregazione sociale.

Le associazioni umane per millenni hanno funzionato, con successo, secondo processi di aggregazione sociale tendenzialmente monoculturale. Negli ultimi due secoli in particolare, i meccanismi associativi sono stati messi sottosopra, letteralmente: il gruppo sotto e il singolo sopra. Suggeriamo a tal proposito una rilettura della Carta dei Diritti dell’Uomo).

Qui di seguito tentiamo un esercizio di riorganizzazione dei principi delle nuove associazioni umane:

  1. Sovranità individuale – L’individuo contemporaneo tende ad abbandonare l’idea di appartenere ad un solo gruppo omogeneo, etnico, monoculturale, esclusivo. Al contrario sente di possedere (sovranità) una quota di ciascun gruppo al quale liberamente aderisce.
  2. Identità collettiva – Nessun gruppo, etnico, monoculturale, è più in grado di rappresentare completamente le caratteristiche di ciascun suo singolo “aderente”. Nessun gruppo monocultura è più in grado di replicare le caratteristiche di un singolo individuo nelle caratteristiche comuni a tutti i membri del gruppo (identità collettiva).
  3. Identità individuale – L’individuo contemporaneo si sente sovrano, libero di scegliere a quanti e a quali gruppi aderire, o distaccarsi (identità individuale). Ritiene impossibile che un solo gruppo possa rappresentarlo nelle sue mille sfaccettature, diversità, singolarità e individualità. Probabilmente nemmeno tutti i gruppi ai quali sceglie di aderire sono in grado di rappresentare completamente il singolo individuo.

L’evidenza empirica della largamente avvenuta trasformazione sta per esempio nei confini, territoriali e di qualsiasi altra natura, che tendono a scomparire. Le mono-culturalità collettive si sciolgono in un unico più grande territorio nel quale convivono individui tutti diversi fra loro nei caratteri somatici, nelle opinioni, nelle religioni, nelle opinioni, nelle preferenze.

Con lo sminuzzamento delle mono-culturalità in culture individuali, scompare anche il presupposto secondo il quale possa esistere una multiculturalità che aggrega diverse mono-culture. Nel contempo appare che il sistema organizzativo “democrazia” sia in effetti l’unico sistema che pone nei suoi principi fondanti la coesistenza di molte diverse culture, anche finemente tritate fino al livello individuale. L’alternativa è riattivare le placche mono-culturali i cui metodi di copiatura, abbiamo imparato a nostre spese, sono assai inefficienti e dannosi.

Ammesso e non concesso che siamo giunti ad un punto di maggiore chiarezza, proprio qui viene un dubbio, una responsabilità: stiamo spacciando la fine delle monoculture mentre stiamo realizzando un’unica enorme monocultura che assorbe tutte le altre?

Dobbiamo ammettere che è possibile. Crediamo però valga la pena di mettere a fuoco alcune osservazioni empiriche sulle quali interrogarsi:

  • Nessuna società è stata mai progettata e realizzata con successo. Quelli che ci hanno provato, in particolare nel secolo scorso quello degli psicopatici, hanno fatto disastri a dimensione di strage globale.
  • È sotto i nostri che al momento il Globo è una multiculturalità fatta da molte mono-culturalità. Con uguale chiarezza vediamo che il modello multiculturale non funziona tanto bene.
  • Una parte rilevante dell’umanità ha abbandonato l’idea della mono-culturalità a placche per sposare l’idea che ogni singolo individuo ha la sua specifica cultura. I risultati ottenuti da questa parte di umanità (democrazie) non sono poi così male se paragonati ai sistemi a placche mono-culturali.
  • Nemmeno le democrazie funzionano tanto bene; ma stanno evolvendo grazie alle comparazioni di diverse sperimentazioni, eseguite a “bassa tensione”, con minori sprechi e con maggiore efficienza. Intuiamo che c’è molto da fare; per andare in avanti con un occhio allo specchietto retrovisore della Storia proprio per non dimenticarci degli errori.

#Cultura

Negli anni settanta le guardie rosse della cultura hanno distrutto la parola “cultura”, insieme alla grammatica e alla sintassi. Nella ricostruzione è rinata più liquida, più dipendente dal contesto e dagli interlocutori, più polisemica, usabile come il prezzemolo in molti modi diversi; è particolarmente utile quando è necessario forzare la sacralità di qualche concetto appena abbozzato, non ancora elaborato e tantomeno condiviso. Per lo strano fenomeno antropologico della distruzione e della rinascita, tutti arretrano a capo chino anche alla sola citazione della cultura.

Nei dizionari troviamo significati molteplici, contraddittori, ambigui. Ci viene in soccorso un bell’articolo di Massimo Angelini che ci guida nella scoperta delle origini del concetto (*).

I latini, grandissimi ingegneri dell’antichità, avevano il gusto teutonico di mettere tutto in ordine con precisione. Con ammirato stupore osserviamo come siano riusciti a distillare e condensare un complicato concetto in una sola parola:
1. Piantare i semi – L’origine etimologica è “colere”: coltivare, anche nel senso figurato di avere cura, trattare con attenzione o con riguardo, quindi onorare;
2. L’albero che è il futuro del seme – Abbiamo perso la precisione dei latini che avevano inventato il “participio futuro” (nascituro, morituro, futuro e anche natura) per indicare che l’effetto del presente sta nel suo futuro risultato. Così è infatti per la cultura-coltivazione che è un accadimento futuro che prevediamo, o abbiamo la speranza che accada proprio come lo sognamo. L’albero è il futuro probabile del seme che abbiamo “coltivato”.
3. L’irrompere dell’agricoltura ha creato la circolarità del tempo – L’investigazione di Angelini ci ricorda che i postfissi uro, ura, ecc sembrano derivare dal sanscrito “rta” da dove, attraverso il latino, provengono le parole “ruota”, “retto”, “diritto” e “rito”. Anche nella radice di “colere” è nascosto un nocciolo etimologico ancora più antico. Il nucleo duro kwel (che vuol dire “ruotare”, “girare”, “camminare in cerchio”) ha generato tante altre parole come ad esempio kyklos (cerchio in greco) e wheel (ruota in inglese). Può essere che la parola venisse usata per “ruotare la terra” (dissodare) o per “indicare il ciclo delle stagioni”? Possibile; ed è anche possibile che il ciclo delle processioni rituali, il ruotare in cerchio dei riti e dei “culti” sia bene incastonato nel sacro, nel venerato, della parola “cultura”.

La cultura dunque è il collegamento fra l’azione e il suo effetto, in un ciclo di esperienza, affinata nella ripetizione, che rende più alta la probabilità che si realizzi sempre lo stesso il risultato atteso . Nella ripetizione non servono intelligenza e consapevolezza, serve l’efficiente ripetitività dell’esperienza, serve l’automatismo rituale (**).

In termini attuali potremmo dire che la cultura è l’insieme dei comportamenti, ripetuti, con il minimo necessario di consapevolezza, per produrre i risultati attesi con ragionevole probabilità di successo.

Secondo questa concezione, la cultura è applicata con diversi gradi di consapevolezza. Ad esempio:
1. Il veloce spostamento della mano dal fornello scottante. Una volta si chiamava reazione dell’arco riflesso; cioè si ipotizzava (erroneamente) che il cervello non fosse coinvolto nella reazione automatica, ma ne avesse una consapevolezza solo successiva all’evento.
2. I “comandamenti” delle religioni e delle ideologie non richiedono consapevolezza raziocinante; semmai richiedono l’opposto. È sufficiente un atto di fede a motivare i comportamenti prescritti. Il convincimento è che essi conducano ai risultati attesi.
3. Le leggi, le norme, le regole sono comportamenti ripetitivi imposti alla collettività; spesso, ma non sempre, sono espressione di adesione volontaria individuale alle autolimitazioni. Il grado di consapevolezza è più elevato, ma ancora non richiede rielaborazioni sulle ragioni delle norme; si dà per scontato che siano utili (a qualcuno).

La cultura potrebbe essere un catalogo di comportamenti, efficientemente automatici, da attivare molto velocemente, con modestissima spesa di risorse, con risultati prevedibili che evitano di faticosamente reinventare l’acqua calda ogni volta che si ripresentano situazioni ripetitive.
Tutto è molto pratico, se non fosse che ogni tanto le situazioni ripetitive sono diverse da come appaiono; allora i comportamenti automatici commettono, molto efficientemente e ripetitivamente, errori anche gravi. Solo la consapevolezza critica può riconoscere l’errore e potrà aiutare ad aggiustare il catalogo dei comportamenti utili; ovvero potrà cambiare la cultura.

(*) Nella seconda parte invece ci siamo smarriti.
(**) Asimov amerebbe sfidarci portando all’estremo il concetto: nella civiltà automatizzata, i robot eseguono perfettamente comportamenti predefiniti; i robot si esprimono secondo cultura?