La parola ambigua di oggi è: #accountability

La parola ambigua di oggi non è affatto ambigua. Ambiguo invece è l’uso che se ne fa nella maggior parte dei casi.
Mi imbatto spesso in persone che traducono accountability in “responsabilità” sempre premettendo che la parola è intraducibile in italiano. Il che è una contraddizione in termini. La mia impressione è che tale atteggiamento sia piuttosto una fuga semplicistica da qualsiasi tentativo di comprendere il sottostante significato etico-sociale.

Ho vanamente cercato nei dizionari una definizione semplice e comprensibile. Non mi sono arreso. Ora mi sento accountable verso me stesso per un uso responsabile di una parola così difficile.

Per il momento ho trovato uno schema un po’ provocatorio, ma non privo di efficacia: la parola accountable è diversa e complementare rispetto alla parola responsabile.

Responsabilità è una parola verticale che mette in relazione il subordinato con il suo capo. Sì che entrambi sono responsabili del proprio operato l’uno verso l’altro, ma con pesi diversi che è interessante mettere a fuoco. Il capo è responsabile per avere emanato la disposizione che impone al sottoposto di eseguire un ordine. All’estremo opposto, il subordinato non è per nulla responsabile degli effetti dell’esecuzione dell’ordine. Il subordinato non è affatto responsabile dei risultati, ma solo dell’esecuzione della procedura. La sua unica vera responsabilità è di dimostrare di avere eseguito quanto ordinato. Paradossalmente i sistemi sociali “verticali”, quand’anche collettivistici, si fondano sulla (ir)responsabilità dei subordinati. Per meglio interiorizzare il concetto,  come esperimento di antropologia pratica suggerisco di applicare questo principio comportamentale alle varie culture, per esempio, mediterranee, monocratiche, democratiche e di altra natura. Gli esiti possono porre in evidenza il significato etico della parola. È di aiuto anche osservare che nella maggior parte dei casi la responsabilità è precisamente definita e circosritta dalle leggi o dai rituali sociali. Le implicazioni legali e rituali della parola possono estendersi fino all’obbligo di non traferire alcuna informazione all’esterno del rapporto capo/subordinato.  Ad esempio, nelle appartenenze delle associazioni per delinquere. Gli esterni all’appartenenza, sono per definzione sacrificabili per il bene dell’appartenenza.

Accountability è una parola orizzontale che mette in relazione paritetica i concittadini. L’accountability implica l’obbligo etico, ma non legale, di riferire ai pari i fatti noti e utili ai concittadini a proposito del progresso nel raggiungimento degli obiettivi comuni, dei risultati attesi. È irrilevante se su di essi vi sia anche la responsabilità diretta.  L’obbligo di rendere conto di quanto si sa in merito, è un dovere non scritto, che non si può imporre con alcuna legge, e determina la dignità e la statura etica, civile, sociale della persona. Un modo frequente di tradurre accountability è appunto la parola trasparenza. Questa è una traduzione parziale, ma più precisa della parola responsabilità. Chi è a conoscenza dei fatti non può tacere; l’omertà è l’opposto dell’accountability. L’accountability misura la serità sociale, la dignità della singola persona rispetto ai propri pari. In certi casi l’accountability obbliga ad andare contro il principio di responsabilità. L’esempio forse più forte è rappresentato in alcuni codici militari nei quali è d’obbligo non eseguire l’ordine del superiore quando questo è acclamatamente contrario all’etica dei coinvolti. Dove per “acclamatamente” si intende che “più persone coinvolte nel contrasto etico” sono obbligate a non dare seguito ad un ordine ritenuto pericolosamente dannoso. Questo schema pone l’individuo, e le sue libere scelte, al centro della scena sociale e, ciò che colpisce di più, al centro di un’etica condivisa in una società paritetica tendenzialmente senza confini.

In conclusione, ecco due provocazioni che discendono direttamente da quanto detto:
– La democrazia si fonda sull’accountability individuale senza la quale la democrazia non esiste e non può esistere
– Colpisce che in italiano il concetto non sia facilmente traducibile se non con complesse e confondenti perifrasi.

PS
È evidente che le due parole sono qui presentate in un paradossale bianco e nero. Nelle infinite prospettive della “realtà” la convivenza delle due parole si mescola in una vasta gamma di grigio. Però gli esperimenti pratici di antropologia di cui sopra mostrano facilmente le prevalenze dell’una o dell’altra, in ciascun sistema sociale. Tali prevalenze spiegano anche alcuni enigmi comportamentali che difficilmente sono riconducibili ad altri fattori. Per esempio la tendenza a trascurare il bene pubblico oppure sistemi legali troppo complessi proprio perchè forzosi tentativi di piegare le istituzioni tendenzialmente democratiche ad adattarsi a culuture sostanzialmente monocratiche o collettivistiche, perciò contrarie alla pariteticità fra cittadini.

La parola ambigua di oggi pare essere: #Costituzione

Sembra che la Corte d’Appello di Milano abbia motivato una sua recente sentenza con la seguente affermazione: “L’identità religiosa va garantita”.

Premessa: La Costituzione e le leggi basilari della democrazia, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, prevedono che non vi sia discriminazione fra religioni, etnie, sesso, razza e altre diversità.

Qualche domanda per la Corte d’Appello di Milano:

  • Esiste una lista di religioni che vanno garantite?
  • Nel qual caso chi ha steso quella lista e dove si può reperire?
  • Esiste per ciascuna religione un protocollo di simboli e comportamenti che devono essere garantiti?
  • È possibile inventare nuove religioni e farle entrare negli elenchi di cui sopra?
  • In assenza di leggi, elenchi e protocolli, è sufficiente un auto-certificazione, una dichiarazione del proprio principio religioso (o etnico, o razziale, ecc.) per ottenere la salvaguardia della propria diversità?

Per il principio transitivo implicito nell’eventuale sentenza della Corte d’Appello di Milano:

  • Anche l’identità etnica va garantita?
  • O sessuale, o razziale, e altre diversità vanno garantite?
  • In caso positivo, anche ad esse si applicano le stesse domande di cui sopra.

Principi costituzionali:

  • Se esiste un elenco di comportamenti religiosi, sessuali o etnici da garantire, sarebbero diversi da quelli garantiti dall’attuale sistema di leggi e norme vigente in Italia?
  • Se esistessero elenchi e protocolli per regolare quanto sopra, non sarebbero questi i presupposti per discriminare, o al contrario per regolare, i comportamenti dei vari gruppi religiosi, razziali, sessuali o etnici?

Restiamo in fiduciosa attesa di chiarimenti per dipanare le ambiguità interpretative sul caso e sui principi della democrazia e della Costituzione.

I “beni comuni” contro la “proprietà”

L’espressione “bene comune” evoca il calduccio di casa propria e ci fa sentire buoni con gli altri. Ai cultori dell’astratto piace questo accattivanete motivetto da suonare col flauto magico, mentre spacciano fiori, fiori belli come i “beni comuni” e come l’acconito. Peccato che l’acconito sia velenoso.

L’antidoto, ai fiori belli ma velenosi, si ottiene spetalando il fiore un petalo alla volta, se perdonate certi neologismi ora di moda.

La proprietà

Iniziamo l’esplorazione dei beni comuni con la parola “proprietà” che per i cultori dell’astratto non è un conquistato bene comune, ma il suo opposto.

Quando la maggior parte dell’umanità era sostanzialmente priva di diritti, mancava anche la proprietà non era un diritto. La proprietà è una conquista recente che i più, precisamente i più deboli, hanno strappato non senza contesa ai poteri concentrati. La crescente diffusione della proprietà ha creato un fenomeno nuovo: la responsabilità sulla proprietà. Per esempio oggi diamo per scontato che il proprietario di un muro è responsabile dei danni che il muro potrebbe causare cadendo. È la responsabilità sulla proprietà che spinge i proprietari a sorvegliare la stabilità dei propri muri. La proprietà diffusa implica reciproca responsabilità verso i vicini che produce vantaggi facilmente riconoscibili. Al contrario i primitivi detentori di proprietà concentrate, difficilmente percepivano una qualsiasi responsabilità verso gli altri, specialmente se deboli.

Dubitiamo che ai cittadini piaccia perdere la sicurezza che offre questo genere di responsabilità a carico dei proprietari. Eppure paradossalmente i molti spacciatori di astratto sembrano propendere verso il ritorno alla proprietà concentrata.

Proprietà individuale (di persona fisica) e proprietà collettiva (di persona giuridica)

Proviamo ora ad affrontare l’altro incendiario paradosso a proposito della proprietà pubblica e privata.

Cosa distingue la proprietà pubblica dalla proprietà privata? Con non poche difficoltà, qualche utile risposta si può trovare nei testi del Diritto; molte norme regolano la proprietà in capo alla persona fisica. Ancora più regole si trovano a proposito della proprietà collettiva. Circa quattro secoli fa circa, i giuristi iniziarono a rifinire il concetto di “persona giuridica” che dà un’efficace risposta alla, fin da allora, insistente richiesta di identificare responsabilità e diritti delle “proprietà collettive”, non a caso spesso chiamate società. La persona giuridica è una rivoluzionaria invenzione del Diritto che consente agli umani di fare ciò che a loro piace davvero molto: unirsi in associazioni con uno scopo comune e con risorse comuni.

Il potere centralizzato non hai mai gradito la formazione di associazioni spontanee per l’ovvia ragione che esse concentrano energie potenzialmente in competizione col potere. La diffidenza del potere verso le associazioni deve essersi in qualche modo riflesso anche nel linguaggio. A titolo di sperimentazione pratica, possiamo infatti chiederci se la famiglia sia un’associazione. O se siano associazioni anche un partito, un’impresa, un ente pubblico. La risposta è quasi sistematicamente negativa. Nemmeno il Comune, pur chiamandosi “Comune”, è considerato un’associazione. Lo stesso vale per la Regione o per lo Stato, nonostante questi enti in particolare servano proprio a dare unitarietà amministrativa ai beni che gli “associati cittadini” mettono a fattor comune. Nessuno di questi raggruppamenti è considerato un’associazione, eppure intuitivamente tendiamo a ritenere che ciascuna società, impresa, associazione, famiglia, ente “pubblico” sia una forma associativa fondata sui reciproci impegni degli associati. Non solo, tendiamo a credere che i reciproci impegni siano fondamento e origine del Diritto.

Gli spacciatori di astratto in effetti cercano di confonderci producendo cortine “fumose” per occultare la realtà dei fatti, per distogliere l’attenzione dal fatto  che il Diritto ha già risposto, pragmaticamente e da tempo, alla crescente richiesta di criteri per la gestione dei numerosi tipi di proprietà collettive. Viene in effetti il dubbio che gli spacciatori d’astratto, spesso accademici distanti dalla pratica del fare, non si rendano ancora conto del fatto che, sul piano del concreto, l’umanità ha sperimentato molte forme organizzative per il governo delle proprie comunità. Alcune sperimentazioni si sono dimostrate disastrose o semplicemente inefficienti, altre invece si sono consolidate in soluzioni efficienti; in aggiunta osserviamo che la maggior parte di queste ultime sono orientate alla distribuzione del potere. Molto c’è ancora da fare, ma (quasi) tutti i cittadini sono ora convinti che la propria (sic!) sovranità individuale non va d’accordo con la centralizzazione del potere e della proprietà.

Abbiamo ricordato che agli uomini dunque piace aggregarsi in vari tipi di “associazioni”, inclusi i Comuni e lo Stato. Ciascuna associazione ha beni propri, messi in comune dai singoli, allo stesso modo di quanto avviene in un condominio dove, ad esempio, le scale sono beni di proprietà pro-quota dei condomini i quali li mettono in comune formando una “proprietà collettiva”, affidata in gestione ad un amministratore. Possiamo ragionevolmente concludere che non esiste alcuna diversità concettuale fra proprietà privata e proprietà pubblica. Le diversità, messe in evidenza dagli spacciatori di astratto, stanno piuttosto nelle parole “pubblico” e “privato”; quasi a significare che le proprietà “pubbliche” non sono dei cittadini, ma di “altri da identificare”.

Dubitiamo che ai cittadini siano favorevoli alla “proprietà indefinita”, peggio se a disposizione di “altri da identificare”.

Il mistero dell’accountability

Nel tempo l’applicazione della “proprietà-responsabilità” si è estesa molto oltre i confini fisici della proprietà. Per esemplificare, il costruttore di un‘auto o di un elettrodomestico è responsabile delle conseguenze dei difetti del suo prodotto anche molto dopo avere ceduto la proprietà del manufatto. Evidentemente l’esperienza pratica ha suggerito di applicare la proprietà-responsabilità anche all’ideazione e alla costruzione di manufatti, alla proprietà intellettuale e all’operato “a regola d’arte”. Un buon passo avanti contro i soprusi del potere centralizzato che in genere si sottrae alle responsabilità verso chiunque.

L’ampia distribuzione delle proprietà-responsabilità richiede che vi sia una relazione di responsabilità paritetica e reciproca fra “proprietario” e gli altri concittadini. Proporzionalmente richiede l’indebolimento della primitiva percezione di responsabilità verso il capo, verso il padrone, verso il vertice. La responsabilità del proprietario si rivolge orizzontalmente ai vicini; lo stimola a rendere loro conto dei propri comportamenti, lo spinge a comportarsi armonicamente con le aspettative dei vicini.

Si dice che gli esquimesi abbiano la necessità di distinguere fra vari tipi di neve e che perciò abbiano forgiato, nella loro cultura e nella loro lingua, almeno sette distinte parole. Pare che gli italiani non sentano la necessità di distinguere quel particolare tipo di responsabilità (rendere conto del proprio operato ai propri pari). Per questo forse nei dizionari manca una parola dedicata ad esprimere il vincolante obbligo sociale e paritetico dell’accountability.

Dubitiamo che i cittadini, al contrario degli spacciatori di astratto, vogliano eliminare i positivi effetti collaterali (trasparenza e accountability) derivanti dalla crescente diffusione della proprietà-responsabilità. Ancor più dubitiamo che i cittadini desiderino il ritorno al potere concentrato nelle mani di pochi; specialmente se quei pochi sono dotatati di adeguati mezzi sia per rigettare la reponsabilità delle conseguenze delle loro azioni sia per impedire la trasparenza sul loro operato. Arditamente presumiamo poi che i cittadini ambiscano a proseguire sulla strada della trasparenza, dell’accountability che è ancora lunga, difficoltosa e intralciata dagli interessati spacciatori di astratto. I cittadini sono ancora ben lungi dall’esercitare soddisfacentemente la propria sovranità.

I beni nè pubblici nè privati

Abbiamo fin qui compreso che larga parte dei beni comuni è già affidata a persone giuridiche collettive, pubbliche e private. Ciascuna associazione si è assunta il compito di migliorare il valore e la fruibilità dei beni loro affidati dai cittadini e di migliorare la qualità della vita degli associati. Abbiamo compreso che non servono ulteriori e astratte organizzazioni; serve piuttosto che gli amministratori, e i dipendenti, siano tolti dalle “riserve” della non-trasparenza, dell’intoccabilità e del privilegio.

La questione dei beni comuni però non è ancora pienamente risolta.

Ci sono alcuni “beni” come per esempio l’aria, le acque, l’ambiente, il clima, le radiazioni solari e tanti altri, la cui proprietà difficilmente può mai essere ricondotta a qualche persona fisica o giuridica. Gli spacciatori di astratto hanno fatto leva sulla poetica espressione “beni comuni” per mobilitare gli animi, ma in questi casi hanno serie difficoltà a indicare una responsabilità concreta in grado di agire. Le loro astratte elucubrazioni intellettuali non escludono però che qualcuno possa essere “accountable” di quei beni, più precisamente della qualità di quei “beni”. Non sarebbe illogico ritenere che un Comune o una Regione possa essere accountable per la qualità delle acque e dell’aria; anzi è già un fatto. La pubblicazione periodica dei valori dei parametri che misurano la qualità dell’aria implica che qualcuno si sente in dovere di spiegare ai propri concittadini i livelli di qualità dell’aria (indice delle polveri sottili, presenza dei metalli pesanti, ecc).  Il sistema di trasparenza è ancora molto lacunoso e gli amministratori pubblici sono ancora carenti nella nomina delle persone accountable dei miglioramenti ambientali.

Prendiamo atto quindi che non abbiamo trovato alcuna parola per catalogare in una sola categoria i “beni” che non possono essere né privati né pubblici e non sono neppure beni, ma sono semplicemente parametri con i quali possiamo misurare alcune dimensioni della qualità della vita (le polveri sottili, i metalli nell’acqua o anche le disponibilità di acqua per l’irrigazione).

Concludiamo l’eplorazione tornando all’iniziale espressione “beni comuni”. Il suo significato sembra ora fuorviante; sembra ammiccare a soluzioni organizzative centralizzate “in cerca di problemi da risolvere”.

Il tema della qualità della vita è invece al centro dell’interesse dei cittadini che vogliono sapere “chi fa cosa” per migliorala; vogliono vedere i parametri progressivamente spostarsi verso il meglio.

#Cultura

Negli anni settanta le guardie rosse della cultura hanno distrutto la parola “cultura”, insieme alla grammatica e alla sintassi. Nella ricostruzione è rinata più liquida, più dipendente dal contesto e dagli interlocutori, più polisemica, usabile come il prezzemolo in molti modi diversi; è particolarmente utile quando è necessario forzare la sacralità di qualche concetto appena abbozzato, non ancora elaborato e tantomeno condiviso. Per lo strano fenomeno antropologico della distruzione e della rinascita, tutti arretrano a capo chino anche alla sola citazione della cultura.

Nei dizionari troviamo significati molteplici, contraddittori, ambigui. Ci viene in soccorso un bell’articolo di Massimo Angelini che ci guida nella scoperta delle origini del concetto (*).

I latini, grandissimi ingegneri dell’antichità, avevano il gusto teutonico di mettere tutto in ordine con precisione. Con ammirato stupore osserviamo come siano riusciti a distillare e condensare un complicato concetto in una sola parola:
1. Piantare i semi – L’origine etimologica è “colere”: coltivare, anche nel senso figurato di avere cura, trattare con attenzione o con riguardo, quindi onorare;
2. L’albero che è il futuro del seme – Abbiamo perso la precisione dei latini che avevano inventato il “participio futuro” (nascituro, morituro, futuro e anche natura) per indicare che l’effetto del presente sta nel suo futuro risultato. Così è infatti per la cultura-coltivazione che è un accadimento futuro che prevediamo, o abbiamo la speranza che accada proprio come lo sognamo. L’albero è il futuro probabile del seme che abbiamo “coltivato”.
3. L’irrompere dell’agricoltura ha creato la circolarità del tempo – L’investigazione di Angelini ci ricorda che i postfissi uro, ura, ecc sembrano derivare dal sanscrito “rta” da dove, attraverso il latino, provengono le parole “ruota”, “retto”, “diritto” e “rito”. Anche nella radice di “colere” è nascosto un nocciolo etimologico ancora più antico. Il nucleo duro kwel (che vuol dire “ruotare”, “girare”, “camminare in cerchio”) ha generato tante altre parole come ad esempio kyklos (cerchio in greco) e wheel (ruota in inglese). Può essere che la parola venisse usata per “ruotare la terra” (dissodare) o per “indicare il ciclo delle stagioni”? Possibile; ed è anche possibile che il ciclo delle processioni rituali, il ruotare in cerchio dei riti e dei “culti” sia bene incastonato nel sacro, nel venerato, della parola “cultura”.

La cultura dunque è il collegamento fra l’azione e il suo effetto, in un ciclo di esperienza, affinata nella ripetizione, che rende più alta la probabilità che si realizzi sempre lo stesso il risultato atteso . Nella ripetizione non servono intelligenza e consapevolezza, serve l’efficiente ripetitività dell’esperienza, serve l’automatismo rituale (**).

In termini attuali potremmo dire che la cultura è l’insieme dei comportamenti, ripetuti, con il minimo necessario di consapevolezza, per produrre i risultati attesi con ragionevole probabilità di successo.

Secondo questa concezione, la cultura è applicata con diversi gradi di consapevolezza. Ad esempio:
1. Il veloce spostamento della mano dal fornello scottante. Una volta si chiamava reazione dell’arco riflesso; cioè si ipotizzava (erroneamente) che il cervello non fosse coinvolto nella reazione automatica, ma ne avesse una consapevolezza solo successiva all’evento.
2. I “comandamenti” delle religioni e delle ideologie non richiedono consapevolezza raziocinante; semmai richiedono l’opposto. È sufficiente un atto di fede a motivare i comportamenti prescritti. Il convincimento è che essi conducano ai risultati attesi.
3. Le leggi, le norme, le regole sono comportamenti ripetitivi imposti alla collettività; spesso, ma non sempre, sono espressione di adesione volontaria individuale alle autolimitazioni. Il grado di consapevolezza è più elevato, ma ancora non richiede rielaborazioni sulle ragioni delle norme; si dà per scontato che siano utili (a qualcuno).

La cultura potrebbe essere un catalogo di comportamenti, efficientemente automatici, da attivare molto velocemente, con modestissima spesa di risorse, con risultati prevedibili che evitano di faticosamente reinventare l’acqua calda ogni volta che si ripresentano situazioni ripetitive.
Tutto è molto pratico, se non fosse che ogni tanto le situazioni ripetitive sono diverse da come appaiono; allora i comportamenti automatici commettono, molto efficientemente e ripetitivamente, errori anche gravi. Solo la consapevolezza critica può riconoscere l’errore e potrà aiutare ad aggiustare il catalogo dei comportamenti utili; ovvero potrà cambiare la cultura.

(*) Nella seconda parte invece ci siamo smarriti.
(**) Asimov amerebbe sfidarci portando all’estremo il concetto: nella civiltà automatizzata, i robot eseguono perfettamente comportamenti predefiniti; i robot si esprimono secondo cultura?

#Contribuente

Anche se non lo credete, “contribuente” è una parola ambigua. È decisamente bifronte, dall’alto in basso. Da sinistra e da destra la prospettiva sembra invece essere la stessa: riscuotere quanto più possibile, dove è più facile riscuotere; dove non si riesce, indebitare i giovani di oggi e di domani; con la motivazione che è “la legge della concorrenza con gli altri Stati” (n.d.r. destra, sinistra e populisti concordano che questo sia un appropriato uso della parola concorrenza; la storia invece ci spiega in che modo questo genere di concorrenza si sia risolto nella maggior parte dei casi).

Nei dizionari italiani viene rappresentato, quasi esclusivamente, il punto di vista dall'”alto”. Gli esempi:

  • Il contribuente è un soggetto che, ai sensi del diritto tributario statale, è tenuto al versamento di tributi, contribuendo così al finanziamento delle casse dello Stato ovvero alla copertura delle sue uscite finanziarie (spesa pubblica).
  • Il Contribuente è più specificamente designato come il soggetto passivo al quale fanno capo le posizioni giuridiche soggettive sia positive (diritti) che negative (doveri) nei confronti del Fisco (amministrazione tributaria), in relazione ad un’obbligazione di imposta (imposta è quel tributo che si caratterizza per la sua funzione tipica di attuare il concorso alla spesa pubblica). (n.d.r. notare che imposta è una parola per niente equivoca, è proprio “imposta dall’alto”)
  • Contribuente è chi deve, a norma di legge, pagare le tasse.
  • contribüènte è chi paga tributi di qualsiasi genere e, in partic., chi (persona fisica o giuridica) paga imposte e contributi prelevati coattivamente dagli enti pubblici.
  • Contribuente è cittadino in quanto tenuto a pagare il suo contributo allo Stato sotto forma di tasse e imposte

Non crediamo sia necessario dilungarsi molto sul concetto secondo il quale contribuire più che dovuto è comandato e sul concetto che il contributo va a beneficio dello Stato. I dizionari sono chiari: il cittadino contribuisce e lo Stato incassa.

Il contribuente suddito – Il rapporto di sudditanza è chiarissimo. La sudditanza è ancora più palese nell’aleatorietà della tassazione e nella raccolta delle imposte. Lo Stato non è affatto in grado di imporre le tasse a tutti, semplicemente le esige da coloro che ritengono giusto pagare le tasse o non sono nella condizione di evaderle. È notoria l’iniquità dello Stato verso chi paga il dovuto; è notoria tanto quanto la sua distratta inefficacia nella ricossione verso gli sfacciati che non hanno alcuna intenzione di contribuire.  In altri termini, lo Stato si manifesta come una forza verticale, iniqua, brutale. Nella guerra fiscale fra chi non intende pagare e lo Stato, ci deve essere qualcosa che non va, perchè lo Stato, che dovrebbe essere più forte,  perde invece abbastanza frequentemente. Ci ripromettiamo di esplorare il punto in un altro momento. Al contrario non possiamo, nè vogliamo, dimenticare l’area grigia di persone che ritengono giustificabile non pagare le tasse per ragione della rabbia che i taxpayer provano ogni qual volta vedono i loro sudati soldi sperperati nella corruzione e nell’arrogante inefficienza oltre che dell’iniquità di trattamento fra “presunti pari”. Sull’imposizione fiscale e sulla riscossione lo Stato si manifesta come un sovrano forte e arrogante; oltre che irrispettoso, anzi disinteressato all’equità fra cittadini “presunti pari”.

Che questo sia il modello civico più diffuso e ampiamente praticato, è nei numeri. È un pò meno chiara, anzi è proprio opaca, la motivazione per la quale anche moltissimi cittadini gradiscono il modello sudditante. Qualcuno azzarda che rubare all’intermediario, lo Stato, pesi meno sulla coscienza che rubare direttamente ai concittadini. In effetti, se così fosse, lo Stato sarebbe un modello  di esattoria coerente con le aspettative dei cittadini che maggiormente interloquiscono con lo Stato. Una vasta parte del Paese, a destra e a sinistra, accetta volentieri il sistema verticale con le sue “apparenti” disfunzioni. Molti traggono vantaggi notevoli, diretti (evasione) e indiretti (spesa pubblica dirottata nelle loro tasche). Pochi sembrano apprezzare la “pariteticità” e la “responsabilità”.

Il contribuente sovrano – Il più noto dei modelli che riflettono il significato “di pariteticità e di responsabilità” è chiamato: “No representation without taxation”. Assomiglia ad un patto fra pari espresso con una frase idiomatica che si potrebbe tradurre più o meno così: Cittadino, tu puoi chiedere un servizio agli altri cittadini a condizione che tu contribuisca alla copertura del suo costo. Insomma ogni cittadino chiede cooperazione agli altri cittadini, da pari a pari. Pariteticità. Il Cittadino sovrano sottopone ad altri cittadini sovrani un’idea, una necessità, una proposta.

Il concetto è di modesta comprensibilità e di scarso successo nel nostro Paese, forse a causa di un altro più intuitivo e comprensibile  principio (più diffuso e meglio accetto): è più comodo spostare i soldi dalle tasche degli degli altri alle proprie, che creare valore per sè e per gli altri. (cfr Cipolla).Vorremmo sottolineare che tutto ciò ha ben poco a che fare con la solidarietà; si tratta infatti dell’antichissimo, storico modello socio-economico a-somma-zero (*), spacciato per generoso e ospitale dalla vulgata familistico-tribale per dissimulare il suo profondo egosimo.

Il post è stato stimolato da questo articolo  “No representation without taxation”.

Mentre questo articolo dell’Economist analizza il fenomeno ben oltre il quasi inesitente dibattito italiano in materia.

(*) I giochi a somma zero non cambiano la somma totale posseduta dai giocatori; cambia invece la sua distribuzione fra i giocatori.

 

 

 

#”Il conflitto di interesse” è l’espressione ambigua di oggi

La democrazia si fonda sulle convergenze di interesse. Il conflitto di interesse è una forma di convergenza di interesse, sgradita.

L’espressione “conflitto di interesse” ha in sé una carica esplosiva di irrisolta ambiguità.

Molti sembrano sapere con chiarezza cosa intendono per “conflitto di interesse”.   Ma sono piuttosto scarse le definizioni razionali e ben argomentate. I dizionari non aiutano quasi per nulla.
Accade spesso con le parole profondamente infisse nella parte più primitiva del nostro cervello; in quel luogo dove vivono parole che non hanno nulla di ovvio e che comandano i nostri comportamenti fondamentali. Read more

# “Corpi intermedi” è l’espressione ambigua di oggi – Gli ultracorpi intermedi

Da piccolo sono stato impressionato dal film “gli ultracorpi”. Ancora oggi quando sento parlare di corpi, specie se intermedi, mi spavento.

I corpi intermedi sono fatti della stessa materia dei poteri forti. I poteri forti sono entità animistiche, nascoste nelle foschie dei boschi, che si rivelano più per gli effetti sul mondo reale che per manifestazione di esistenza fisica. Read more

#Associazione

L’associazione è pre-umana. La sua origine è ancora piena di misteri. Forse inizia prima dell’energia e della fisica che si sono scatenate con il Big Bang. È essenziale alla chimica che altrimenti non esisterebbe. Era largamente presente fin dai primi istanti dell’esistenza biologica. La vita sociale caratterizza tutti gli animali ed è particolarmente intensa nella specie umana. Ci aspettiamo che una parola dai significati così fondanti sia antichissima sia incastonata come una pietra angolare delle lingue umane. Le definizioni nei dizionari sono invece sorprendentemente scarne, parziali, lacunose, vaghe, insufficienti, equivoche. Tentando l’esperienza di restauratore di parole, ho aggiunto collante e riempitivi ai vari frammenti trovati nei dizionari ottenendo un’opinabile definizione di associazione:

  • aggregazione di persone, fisiche e giuridiche,
  • con uno specifico scopo condiviso
  • che temporaneamente
  • mettono in comune parte del loro patrimonio (relazioni, finanza, conoscenza, competenza, mezzi di produzione)
  • e contribuiscono con la loro opera (lavoro) alla produzione di un più grande patrimonio. Oppure lo distruggono.

Gli antropologi tendono ad essere abbastanza concordi nel ritenere che le società primitive fossero disperse in gruppi relativamente distanti fra loro, anche a causa delle loro relazioni rissose e banditesch con i vicini. Mentre pare che all’interno dei rigidi confini etnici, quasi mai territoriali, vi fosse un’elevata omogeneità.

Una singola persona era parte, ereditaria e per sempre, di un piccolo numero di “associazioni” tutte contenute entro i confini di ciascun gruppo/tribù: la famiglia (dai contorni elastici), i pari di ruolo (cacciatori, guerrieri, allevatori, donne, ecc), gli sciamani, ecc. A distanza di diecine di migliaia di anni la situazione è del tutto diversa: gli uomini entrano ed escono da gruppi sociali sempre meno etnici; si associano e si dissociano frequentemente da innumerevoli gruppi dai confini porosi, permeabili, labili. Le persone vivono in famiglie vagamente contornate, lavorano in organizzazioni di tutti i tipi, sono cittadini di paesi che possono abbandonare a favore di altri paesi, seguono religioni diverse oppure nessuna, si incontrano fra amici al circolo delle bocce, ma seguono anche la squadra del cuore. Tutto contemporaneamente e fluidamente. Anche il modo di competere si sta facendo meno violento, più tollerante e negoziale. Si preferisce un accordo ad una guerra. Non sempre purtroppo. Ai primordi, l’idea di associazione era un fatto, sempre presente, indistinto. Non serviva alcuna particolare parola per indicare che gli umani si associavano; erano sempre associati, ma solo all’interno del singolo gurppo. Il principio sott’inteso era sempre, e forse è ancora: qui siamo “noi“, e poi ci sono “gli altri”, immancabilmente odiosi.

Rarissimamente c’era un singolo solitario, ovviamente destinato alla morte conseguente all’esilio.

Le semplici e chiare regole di allora si sono progressivamente sgretolate senza però che venisse aggiunta la parola necessaria a descrivere la società umana. La parola umanità non sembra sufficiente a dare forma organizzativa all’interaspecie umana.

La famiglia è un’associazione, ma che nessuno penserebbe mai che sia una forma di associazione. Nel diritto le società, persone giuridiche, non sono e non possono essere “associazioni”. Nel diritto nazionale, non può esistere un’associazione di associazioni. Ci sono ordinamenti europei che non sembrano amare troppo le associazioni. Lo Stato, le regioni, le provincie, i comuni, la magistratura, ecc non sono nè società né associazioni, sono “Amministrazione Pubbliche”, forse.  Gruppi separati da distanze nella percezione prima che nei fatti.

Sempre più persone vivono e lavorano in un contesto globale senza una radicale preferenza per un paese o per un’altro, al contrario gli Stati hanno pretese di appartenenza su di loro (specie per ragioni fiscali). Tante persone (tutte?) operano insieme ad altre secondo la definizione che ho proposto all’inizio, ma raramente possiamo chiamarle associazioni.

Fa sognare l’idea che potrebbero esistere moltissime associazioni stratiformi, sovrapposte, contigue, gerarchiche, verticali, intersecantesi, tutte distintamente specializzate intorno ad un intento, ma simili a tutte le altre nei comportamenti essenziali (a voi l’esercizio di elencarli).

http://it.wikipedia.org/wiki/Associazione_%28diritto%29

#Copiare è la parola ambigua di oggi

La parola ambigua di oggi è: copiare

I dizionari sono congruenti e convergono su un’interpretazione univoca: trascrivere, riprodurre, ricalcare, ritrarre, imitare, ripetere, scimmiottare, falsificare, contraffare, plagiare e anche ricopiare.

L’affollamento del prefisso ri/re si spiega con la sua provenienza dai latini, allora efficientissimi ingegneri, che con questo sintetico prefisso intendevano comunicare l’essenza ripetitiva della parola copiare. Read more

#Bene strategico è l’espressione ambigua di oggi

La parafrasi ambigua di oggi è “bene strategico”.

Il significato è falsamente intuitivo. Spesso viene usato come sinonimo di “importante”. Proprio qui sta l’ambiguità: importante per chi e per quale obiettivo. Read more