#Dittatura – È la parola ambigua di oggi

Quasi tutti i dizionari riportano la stessa definizione: regime politico caratterizzato dalla concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale, che l’esercita senza alcun controllo.

Di primo acchito non si coglie alcuna ambiguità. È scontato che la “dittatura” sia l’opposto della “democrazia”. Quasi sempre però il “dare per scontato” nasconde insidiose trappole culturali e ambigue polisemie, dove le parole assumono significati diversi dei quali spesso non siamo consapevoli.

Concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale – È relativamente facile riconoscere una dittatura quando il potere è concentrato in una sola persona. Molti Paesi sono dominati da sovrani assoluti, dinastici, militari e di altri tipi; dall’Arabia Saudita alla Corea del Nord che sono accomunate dall’attributo “una sola persona al comando per ragioni dinastiche”. Il criterio “mono-dinastico” è però insufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie; esistono infatti dittature fondate sul potere conquistato da un’intera categoria (oligo-dinastiche): i militari, il partito, la religione e altri gruppi. Proseguendo nella scala dei neri, dei verdi e dei rossi, si aggiungono i Paesi che simulano, più o meno credibilmente, di essere democrazie dotate di sistemi elettorali.
Entriamo infine nella nebbia quando prendiamo in considerazione il fatto che anche le democrazie governano tramite un organo amministrativo nel quale si concentra il potere: lo Stato.

In sintesi: la concertazione del potere in un solo organo, tanto più se è collegiale e anche elettivo, non è purtroppo condizione sufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie.

Senza alcun controllo – Noi, che viviamo in quella parte di mondo che riteniamo sia democraticamente governata, diamo per scontato che i cittadini possano “controllare” l’enorme potere concentrato nelle mani degli amministratori pubblici (eletti e cooptati). Sappiamo bene invece che abbiamo solo limitate possibilità di indirizzare le scelte degli amministratori pubblici; ciò accade  nei distanziati momenti in cui esercitiamo il diritto di voto e quando manifestiamo pubblicamente le nostre opinioni. Sull’altro versante, le dittature si distinguono non per la mancanza assoluta del voto o della libera opinione, ma solo nel grado di esercitabilità del voto e di libera opinione. Questo è un confine labile, retorico, soggettivo, sottile che si misura nella possibilità di esprimere la propria opinione e nella possibilità di tentare di sostituire una minima parte dei 120 mila amministratori pubblici eletti ai quali si sommano gli inamovibili 70mila dirigenti che governano 3.6 milioni di dipendenti pubblici, ugualmente inamovibili. Per tentare sostituire gli amministraotri pubblici sarebbe prima necessario valutare il loro operato, ma mancano quasi totalmente i resoconti di gestione e contabili leggibili da un normale cittadino. Si potrebbe dire che le possibilità di controllo sono molto limitate nelle democrazie, e anche peggio nelle dittature.

In sintesi, la pratica istituzionalizzata dei sistemi di controllo, da parte dei cittadini sugli amministratori pubblici, è indispensabile, ma nemmeno questo fattore è dirimente sull’ambiguità fra dittatura e democrazia.

Dovremmo forse esplorare due altri due criteri quantitativi.

1) Concentrazione della decisioni – Le comunità più efficienti adottano un sistema delle decisioni di ispirazione “gravitazionale”: le decisioni sono prese dal gruppo più vicino al problema da risolvere, in sintonia con i gruppi contigui. Per esemplificare, la contiguità “orizzontale” si realizza quando Comuni limitrofi si incontrano per decidere insieme come risolvere un problema di traffico che li coinvolge tutti. Questo sistema decisionale è spontaneo, non particolarmente istituzionalizzato nel nostro Paese, oltre che non frequentissimo. Un esempio invece di contiguità “verticale” (gerarchica) si concretizza quando il Comune, e non lo Stato, decide come deve essere fatto un marciapiede. Questo sistema è invece molto istituzionalizzato in una forte catena di comando e controllo, tanto che spesso interviene lo Stato, al massimo livello organizzaativo, a regolamentare questioni tutto sommato piuttosto locali come le righe blu dei parcheggi o le licenze dei taxi. Va aggiunto che i sistemi gerarchici tendono a sovrapporre, e perciò a confondere, le responsabilità, invece di segregarle con chiarezza.

In sintesi tanto più elevato è il valore dell’indice di concentrazione delle decisioni al più alto livello organizzativo, tanto più è probabile che il sistema di governo assomigli ad un sistema oligo-dittarioriale, ben mimetizzato.
2) Successione – Nelle dittature dinastiche il meccanismo di successione è ovvio: il capo resta in carica a vita, ovvero finchè non muore di morte naturale o fino a che non viene fisicamente eliminato dal concorrente più aggressivo e con meno scrupoli. È un sistema assai diffuso anche fra altri esseri viventi (es: il branco). Secondo questa prospettiva, i nostri passati governi nostrani assomigliano ad un’oligo-dittatura di geronti inamovibili dalle loro poltrone. Non che un anziano non possa essere efficace come un giovane, ma quando sono tutti anziani, il problema non sta nell’età del singolo, ma nel meccanismo successorio che non premia i risultati, ma premia la fedeltà ai capi. Oltre ad essere antropologicamente primitivo, il sistema che premia l’anzianità, specie se associata alla “competenza”, aumenta la concentrazione del potere  nelle mani degli autoproclamati “più competenti”, i quali proteggono sè stessi selezionano i futuri leader secondo il ferreo principio di fedeltà.  Perfino la Costituzione prevede, anche per i ruoli cooptati, criteri di rotazione per gli incarichi potenzialmente più pericolosi per la democrazia. Le dittature sono bene distinguibili con l’indicatore di anzianità media degli organismi amministrativi; quando essa è maggiore dell’anzianità media della popolazione, la probabilità dell’esistenza di una dittatura mimetizzata è piuttosto alta. Questo principio non vale per i sovvertimenti di sistema dovuti a rivoluzioni o golpe che abbassano imporovvisamente l’età media.  Si tratta infatti dell’altra faccia del sistema successorio dinastico: quando i vecchi esagerano, i giovani e forti si stufano e cacciano violentemente i vecchi. L’età media si abbassa, ma non è detto che cambi il sistema. È più probabile che il sistema successiorio resti lo stesso, ma cambino gli attori. Come le rivoluzioni insegnano; prima fra tutte quella francese.

In sintesi, l’indicatore di rotazione e non ripetibilità degli incarichi, non solo quelli elettivi, ma specialmente quelli cooptati, misura quanto il sistema dittatoriale prevalga, anche se ben mimetizzato in istituzioni che sembrano democratiche.

I valori della #Democrazia sono largamente sopravvalutati

Il primo errore di valutazione sta nel far riferimento ad essi come se fossero i principi fondanti di un’ideologia e o di una religione; ma la democrazia non è un’ideologia, è un metodo organizzativo, una forma di governo.

Il secondo errore sta appunto nel ritenere che nelle democrazie siano andati smarriti i valori fondanti. Non è stato perduto alcun valore, tantomeno quelli fondanti. Al contrario la democrazia ha vinto su ogni altra forma di governo; ha dimostrato di essere la più equa forma di governo mai applicata dall’umanità, oltre che la più rapida nel produrre qualità della vita. Nulla lascia intravvedere che il percorso si interrompa. I valori della democrazia, se esistono, hanno funzionato e funzionano bene. Anzi, la democrazia ha funzionato bene nonostante sia difficile identificarne i valori.

La democrazia è stata inventata per sostituire l’esausto e millenario modello organizzativo centralistico. A questo modello dobbiamo riconoscere i notevoli risultati raggiunti nelle società umane che contavano più di qualche centinaio o migliaio di persone. Le tribù dapprima sono diventate etnie e poi, crescendo, hanno progressivamente perduto l’omogeneità interna. Il fenomeno richiese il passaggio a forme di governo (regni) in grado di gestire gli accorpamenti di culture diverse. I regni, con massa ed estensione ancora più grande, divennero imperi.  In quest’ultima fase evolutiva,  la vecchia, ma mai ferma Europa, propose esperimenti sociali come la tanto ammirata, quanto fallimentare, rivoluzione francese, e in seguito i regimi nazionalfascisti o comunisti. Molti imperi vennero sostituiti da governi sempre fortemente centralistici che però già fingevano di essere elettivi.

Solo poche società si sono sottratte ai passaggi violenti che le trasformazioni repentine implicano. Le pragmatiche società del nord-Europa, dove il nord non è il centro, si sono intelligentemente, progressivamente e tempestivamente adattate all’evoluzione del contesto.

È curioso che i Paesi apripista nella sperimentazione di nuovi modelli sociali e di governo vengano indicati, quasi vergognosamente, con la parafrasi “economie avanzate”. Non è comprensibile la vergogna di riconoscere che i governi democratici hanno dato ai propri cittadini un beneficio maggiore di quanto abbiamo dato i governi centralistici, per esempio quelli del socialismo reale.

Il beneficio della democrazia è stato solo economico? Sarebbe un grave errore ritenere che la capacità di misurare i fenomeni economici, tipica delle democrazie, sia invece una una focalizziazione delle democrazie sui soli aspetti economici; il che condurrebbe alla distruzione del sistema sociale. L’argomentazione “la democrazia si occupa solo di economia e non dell’uomo” è ideologica ed è empiricamente inverosimile perché:

  1. Lo “sviluppo dell’uomo”, in altri termini una migliore equità fra esseri umani, è uno dei più brillanti risultati delle democrazie
  2. I socialismi, anche quelli devianti, hanno radicato la loro fede nelle teorie economiche di metà ottocento. Sono quindi i socialismi che hanno elevato le fragili teorie economiche ad utopie ideologiche; la loro applicazione nella realtà ha avuto impatto sfavorevole sulla qualità della vita dei Cittadini.

Nelle democrazie non si misurano i benefici sociali qualitativi, non perchè esse siano disinteressate o non vogliano, ma perché tali “qualità” sono non misurabili con gli strumenti attuali. Ciò nonostante il modello liberal democratico produce comunque ampi benefici sociali che appunto spaziano ben oltre il misurabile. Gli indicatori economici, come ad esempio il tanto contestato PIL e la ancor più contestata produttività (valore aggiunto), sono il prodotto di un’intelligenza diffusa, analitica, pragmatica, che apprende dall’esperienza e si adatta. Misurare è saper vedere, saper imparare e saper innovare; il ragionamento democratico non si ferma al piano delle teorie filosofiche ed economiche, al contrario le usa ma anche le sfida e quasi sempre le demolisce. Ciò detto, chi a lungo ha disprezato l’economia, ha dovuto seguire corsi accelerati di recupero.

Dello smarrimento della democrazia bisogna però prendere atto; è un sentimento che cresce in quella terra di mezzo che sta fra gli ormai bisecolari modelli organizzativi delle democrazie e i nuovi modelli sperimentali del terzo millennio.

I vecchi, e stanchi, Stati europei hanno generato, per mitosi, per distacco, le democrazie ultra-oceaniche, libere dagli inceppamenti della storia. Le nuove e le vecchie democrazie si ritrovano di nuovo insieme per fare i conti con i nuovi fenomeni che loro stesse hanno realizzato; per esempio la sparizione dei confini. Nessuno vuole rinunciare al faticosamente conquistato beneficio della libertà di circolazione delle persone; nonostante vi siano nuovi arrivati, che riconoscono il grande vantaggio di un mondo senza confini e pretendono di goderne senza averne letto il manuale d’uso. D’altra parte chi legge più i manuali d’uso? Il trambusto migratorio distrae l’attenzione e fa sembrare la scomparsa dei confini un male della democrazia. È invece un male prodotto da Amministratori Pubblici incapaci. Lo stesso vale per la libera circolazione delle merci, del denaro, per arrivare alla realizzazione degli altri diritti dell’uomo e dell’individuo.

Torniamo perciò al punto dei “valori della democrazia”. Esistono? Esiste un testo di riferimento che elenchi e descriva i valori della democrazia? Non ho una risposta, ma forse si può fare un esercizio che distilli i “valori della democrazia” dalle Costituzioni (che però sono i documenti organizzativi che definiscono il modello di governo di ciascuno Stato). Purtroppo a chi scrive viene in mente un solo principio e un solo assioma:

  • Principio – La democrazia si fonda sul diritto di ciascuno di essere un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sulle proprie risorse e sui propri beni
  • Assioma – Gli esseri umani desiderano aggregarsi contemporaneamente in molteplici società, e disassociarsene, alle quali non appartengono, ma delle quali possiedono partecipazioni.

Perché le democrazie sarebbero stanche? Non sono stanche, sono invece scientemente ostacolate nella loro evoluzione da una enorme popolazione di Amministratori Pubblici, eletti e cooptati, che difende una propria pretesa superiorità sui Cittadini.
Nei tempi andati è stato necessario rimuovere re, imperatori e le loro burocrazie; ora si tratta di ridimensionare il potere degli Amministratori Pubblici nazionali. Le Nazioni servono sempre meno; sono anacronistiche; ai Cittadini servono nuove società nelle quali risiedere temporaneamente e anche contemporaneamente. Gli uomini sono ora più liberi, più prosperi, più sovrani sul proprio destino. Gli Amministratori Pubblici non si capacitano e resistono.

Molti Cittadini però ancora esitano.
Molti Cittadini credono ancora nell’efficacia dei sistemi centralizzati.
Molti Cittadini credono che lo Stato, gli Amministratori Pubblici, siano “migliori” dei “propri” Cittadini.
I fatti quotidianamente (di)mostrano esattamente il contrario, eppure …

Ecco allora qualche domanda che potrebbe fornire qualche spunto per una rifondazione dei rapporti fra gli stessi Cittadini Sovrani e fra Cittadini e Amministratori Pubblici:

  1. Gli Amministratori Pubblici Nazionali non vogliono cedere il controllo sui loro servizi di intelligence nazionale. Per quale razionale motivo un cittadino italiano e uno tedesco dovrebbero opporsi ad un servizio di intelligence europea, continentale o addirittura di più vasta portata?
  2. Gli Amministratori Pubblici si riservano di decidere dove debba essere la residenza fiscale dei “loro” Cittadini. Gli AP hanno facoltà di decidere la residenza fiscale di ciascuno secondo il principio geografico del “centro degli interessi” non solo della singola persona, ma addirittura di tutta la sua famiglia. Perché un Cittadino non può avere interessi in vari Paesi e avere la certezza di pagare il giusto contributo fiscale a seconda dei servizi dei quali usufruisce in ciascun Paese?
  3. Gli Amministratori Pubblici tendono ad assecondare l’abolizione di Schengen. I Cittadini sono sicuri che gli AP non stiano approfittando dello stato emotivo generale per rafforzare il controllo nazionalistico dei propri confini? Sono sicuri i Cittadini che questo non sia strumentale a ritardare la creazione di servizi federali europei? Non è che gli AP stanno boicottando l’Europa e resistono alla creazione di un’Europa per i Cittadini, un’Europa con un governo elettivo, democratico?

Vi è la percezione piuttosto diffusa che l’Europa abbia un modello di governo primitivamente nazionalistico. Purtroppo il centralismo nazionalistico è sostenuto non solo dagli Amministratori Pubblici contro gli interessi dei Cittadini, ma anche da un’ampia parte della popolazione.

Inoltre vi è una grande confusione a proposito delle tensioni indipendentiste in varie regioni bloccate in ciascuna nazione. Gli indipendentismi sembrano giocare contro l’idea stessa di Europa, ma farebbero bene piuttosto ad esercitare il proprio indipendentismo a favore di un’Europa Unita, ma con Nazioni più deboli, similmente all’attuale linea scozzese.

Il prevalente incrocio di interessi nazionalistici sopprime, neutralizza, anestetizza, la necessità di un modello di governo “democrazia dem3 (del terzo millennio)” da applicarsi coerentemente entro gli Stati, nel continente e anche oltre. Tale necessità è respinta così nel profondo che viene interpretata come un’agitazione di pancia, come uno smarrimento, come una frustrazione provocata dall’inazione.

Eppure davvero abbiamo bisogno di un upgrade alla dem3.

Il Diritto astratto e il Diritto concreto

L’invenzione dei diritti è davvero meravigliosa. Talvolta pare che sia sufficiente enunciare bellissimi diritti perchè questi assumano carattere di urgenza e siano immediatamente applicabili.

L’esperienza pratica indica piuttosto che i diritti sono spesso una dichiarazione di intenti, espressione di aspirazioni, una bussola per una convivenza reciprocamente soddisfacente. Prendiamo ad esempio la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o la Costituzione. Sono documenti che rappresentano grandiose aspirazioni, ma sarebbe troppo ingenuo credere che quelle elencazioni di diritti siano sufficienti per passare dal piano delle dichiarazioni al piano dell’esecuzione.

Li hanno chiamati “diritti”, ma veramente sono “diritti astratti”; meglio chiamarli aspirazioni.

Molti, veramente, hanno cercato di convincerci che il Diritto discende da un cielo di atmosfere rarefatte, dove esistono elucubrazioni intellettuali sofisticate e sfuggenti, dove esistono il diritto naturale, i diritti fondamentali, i diritti inalienabili, i diritti non negoziabili e tanti altri diritti intangibili e immutabili.

Il Diritto però non è una disciplina esoterica per iniziati nelle mani di sciamani e di Prìncipi che con il Diritto governano. Il Diritto è, molto più semplicemente, l’insieme degli accordi con i quali i cittadini decidono quali sono i comportamenti eseguibili e reciprocamente vantaggiosi. Questi sono i “diritti” concreti e applicabili; in particolare quelli che non fanno pagare il conto ad alcuni mentre altri godono di ingiustificati privilegi (vedere i cosiddetti diritti acquisiti, intoccabili, ingiusti e, da chi ne gode unilateralmente i vantaggi, fatti passare per inalienabili, non negoziabili, intangibili).

#Disuguaglianza è la parola ambigua di oggi

La minacciosa parola “disuguaglianza” risuona e riverbera seminando indignazione e ostilità per le diseguaglianze.

Il richiamo alla maggiore uguaglianza è costantemente rinforzato dal Presidente della Repubblica, dal Papa e da numerose altre forze sociali, politiche, civili ed economiche. I media ci informano delle quotidiane disuguaglianze (etero-religiose, etero-etniche, etero-qualsiasi cosa) ragione di immense tragedie.
La disuguaglianza è il problema numero uno che minaccia la coesione sociale. Read more

#Debito è la parola ambigua di oggi

La parola ambigua di oggi e: debito.

Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!
Dante – Divina Commedia – Inferno XVII 1-3
Terzo girone – settimo cerchio
Lo sbraitante terzo a destra potrebbe essere il notissimo usuraio Rinaldo degli Scrovegni padre di Enrico

Cinquecento anni fa la mente ordinata di Padre Pacioli ci ha donato una semplice ed elegante verità: il debito e il credito sono, anzi devono essere, perfettamente uguali. Read more

#Deflazione è la parola ambigua del giorno – Why deflation is good news for Europe

https://agenda.weforum.org/2015/03/why-deflation-is-good-news-for-europe/?utm_content=buffer13799&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

Anche al @WEF si è cominciato:

  • a mettere in dubbio che abbia senso porre un target di inflazione monetaria al 2%
  • a distinguere il diverso, spesso contrapposto, punto di vista finanziario-monetario da quello dell’economia reale
  • a rendere evidente l’“inflazione/deflazione monetaria”  è un coefficiente che si sovrappone e modifica i prezzi dell’economia reale; non sempre in direzione vantaggiosa
  • a rendere evidente che il coefficiente “monetario” è uno strumento lineare, troppo grossolano, per interpretare l’economia reale e tanto meno è uno strumento efficace e mirato per “governare” i prezzi dell’economia reale

Torneremo sul tema; per gli interessati nel nostro sito vi sono vari post sul tema.

 

 

#Fisco è la parola ambigua del giorno

Il termine fisco evoca pensieri non sempre gradevoli e qualifica il rapporto Cittadino-Amministratori Pubblici, la reciproca fiducia e la reciproca trasparenza.

Il termine “fiscus”, trova le sue radici nel diritto romano in cui designava: il complesso dei beni dell’imperatore, di provenienza pubblica e devoluti a pubblici scopi, sottoposti a un diritto privilegiato (privilegium fisci) e distinti dal suo patrimonio privato”

Già allora la quantità del prelievo fiscale e l’allocazione delle risorse estratte dal pubblico erano diritto discrezionale dell’imperatore. La pratica fiscale non è cambiata moltissimo, e nel nostro Paese meno che in altri.

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#Diritti Acquisiti è l’espressione ambigua del giorno

Trovo indegno, per una democrazia di alto livello, che sia concesso il voto alle donne. Il diritto acquisito della supremazia dell’uomo sulla donna è ovvio e secondo natura; non si capisce per quale ragione il diritto di supremazia del maschio sia stato soverchiato da un successivo diritto di voto universale corrotto voluto da corrotti. Read more

#Franco tiratore è l’espressione equivoca di oggi

Franco tiratore è una locuzione per definire un individuo che non segue i modi d’azione generalmente utilizzati dai componenti della schiera in cui milita e, invece, adotta un comportamento autonomo e imprevedibile, spesso fuori dai limiti imposti dalle convenzioni.

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#Demagogia

Ambigua, sempiterna, invocata come panacea o rifuggita come peste, la Demagogia, come un fiume carsico, riemerge ad ogni crisi sistemica, politica, sociale.

Demagogia, termine di origine greca (composto di demos, “popolo”, e agein, “trascinare”), indica un comportamento politico che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore. Spesso il demagogo fa leva su sentimenti irrazionali e bisogni sociali latenti, alimentando la paura o l’odio nei confronti dell’avversario politico o di minoranze utilizzate come “capro espiatorio” e come “nemico pubblico”, utile alla formazione di un fronte comune, uniformato temporaneamente dalla medesima lotta e dunque scevro di dissenso interno.

Lo storico Tucidide definiva “demagoghi” (capi popolo) tutti gli Ateniesi che, in seguito alla morte per peste di Pericle nel 429 a.C., cercavano di prendere il suo posto ingannando e seducendo l’assemblea popolare ateniese, tramite false promesse ed istigazione contro gli avversari politici.

Fu Platone a dare un’ulteriore definizione di demagogia: questa è nient’altro che la forma di governo corrotta che deriva dalla democrazia, forma virtuosa del governo di molti. Platone aggiunge che in caso di governo corrotto la forma migliore tra le tre possibili (tirannide, oligarchia e demagogia) era proprio la demagogia, perché almeno veniva salvaguardata la libertà.

Successivamente, Aristotele approfondì ulteriormente la definizione, affermando che la demagogia è la peggiore possibile tra le forme di governo, poiché mira a favorire in maniera indebita i poveri rispetto ai ricchi, incorrendo nell’errore di considerare tutti gli uomini uguali in tutto, mentre sono uguali solo per natura.

Quanti mali hanno fatto, e continuano a fare, le forme di governo nelle mani di improvvidi “apprendisti stregoni”, che mai mancano al gran banchetto della politica.

La demagogia rivive una nuova giovinezza nell’era moderna, minacciando di ripetere i “fasti” dell’ era imperiale romana (I – III secolo d.C.), quando una parte sostanziale della società era composta da nullatenenti e disoccupati, ed il potere politico favoriva e assecondava le aspettative e i bisogni primari di questa fetta della popolazione, per ottenere consensi ed evitare rivolte. Il risultato è ben descritto dal poeta Giovenale in un celebre motto: “panem et circenses” cioè “pane e spettacoli del circo”. Venivano (forse verranno…) elargite razioni di cibo, denaro e spettacoli pubblici. I costi altissimi venivano sobbarcati dalle province dell’impero che pagavano ingenti tasse alla capitale.

La storia, specie quella peggiore, si ripete con costanza matematica.

Sine qua non.