#Gig economy

Non una parola ambigua, ma una nuova frase sociologica che viene dovei cambiamenti sociologici sono fenomeni accettati dalla società.

A gig economy is an environment in which temporary positions are common and organizations contract with independent workers for short-term engagements.

The trend toward a gig economy has begun. A study by Intuit predicted that by 2020, 40 percent of American workers would be independent contractors. There are a number of forces behind the rise in short-term jobs. For one thing, in this digital age, the workforce is increasingly mobile and work can increasingly be done from anywhere, so that job and location are decoupled. That means that freelancers can select among temporary jobs and projects around the world, while employers can select the best individuals for specific projects from a larger pool than that available in any given area.

Digitization has also contributed directly to a decrease in jobs as software replaces some types of work and means that others take much less time. Other influences include financial pressures on businesses leading to further staff reductions and the entrance of the Milennial generation into the workforce. The current reality is that people tend to change jobs several times throughout their working lives; the gig economy can be seen as an evolution of that trend.

In a gig economy, businesses save resources in terms of benefits, office space and training. They also have the ability to contract with experts for specific projects who might be too high-priced to maintain on staff. From the perspective of the freelancer, a gig economy can improve work-life balance over what is possible in most jobs. Ideally, the model is powered by independent workers selecting jobs that they’re interested in, rather than one in which people are forced into a position where, unable to attain employment, they pick up whatever temporary gigs they can land.

The gig economy is part of a shifting cultural and business environment that also includes the sharing economy, the gift economy and the barter economy.

#Identità

È il 1998.
Un distinto signore pianifica un viaggio turistico per l’Europa Centrale (Svizzera, Austria, Germania); richiede agli appositi uffici visti turistici di tre mesi. Presenta allo scopo il suo passaporto con una foto in cui appare fin troppo serio, il numero identificativo del documento è ben visibile, la firma del funzionario statale sovratimbrata, composizioni olografiche e striscioline metalliche molto “security” rendono quasi allegro il documento. Un’infinità di dettagli tecnico identificativi possono essere evidenziati in molti diversi modi, dai raggi ultravioletti, all’esame visivo dei timbri e della scrittura a mano. Il passaporto è quasi nuovo, per cui se ne leggono bene tutte le parti, anche quelle utilizzate attraversando altri confini.
Il viaggiatore, ottenuti e come d’abitudine meticolosamente verificati i visti, percorre con la consueta precisione e attenzione tutti i luoghi previsti dal suo itinerario.
Al compimento del tour, all’aeroporto, il distinto signore presenta il suo colorato, metallizzato superverificabile passaporto del British Honduras ed è immediatamente arrestato.
Il funzionario, appassionato di geografia, sa che il British Honduras non esiste.
Storia vera.

Appartenenza

Per un tempo lunghissimo l’umanità è vissuta con successo anche senza la CI (Carta d’Identità). Nel lunghissimo tempo che ci unisce ai nostri lontanissimi avi, il senso dell’identità (essere omologhi ai propri familiari o alla propria etnia) è sempre stato tanto profondo e radicato che quando si è sentita la necessità di un documento ID è stato chiamato “Carta d’Identità”. Quel documento certifica l'”identità” di chi si riconosce l’uno nell’altro.  Si dice che fu Napoleone ad inventarla, ma non funzionò; pare a causa delle insufficienti tecnologiche, organizzazione e “durata” dell’impero. Da allora quasi tutti i tentativi ebbero l’intento di “certificare l’appartenenza”. La Carata d’Identità è prevalentemente servita a separare gli “identici” di una etnia, omogenea anche nella religione, da altre etnie, inevitabilmente inferiori moralmente e fisicamente. “Noi buoni” con diritti superiori e “loro cattivi” praticamente senza diritti.

La Carta dei Diritti umani del ’48 e molte Costituzioni uscenti dalla WWII dichiarano che le democrazie sono il luogo delle diversità religiose, somatiche, etniche, di opinione, di lingua e inoltre che il diritto del singolo individuo prevale su qualsiasi organizzazione a partire dalla famiglia per arrivare allo Stato. Ciò nonostante, fino a tempi recentissimi, sono sopravvissute usanze e leggi di “appartenenza”  che forse ancora sopravvivono.  Ad esempio fino a pochissimo tempo fa, il 2010, in Italia la carta d’identità non era necessaria per i bambini e i ragazzi al di sotto dei 14 anni; si dava infatti per scontato che essi “appartenessero” ad una famiglia e, non tanto più indietro nel tempo, al capofamiglia.

Entro in confini nazionali la CI serviva dunque a distinguere i cittadini di classe A, con pieni diritti pieni da quelli di classe B, con diritti limitati, generosamente e paternalmente “accolti” da quelli di classe A.

Il distinguo, che esisteva fin da prima dell’antichità, aveva creato un paradosso. Prima dell’era della democrazia, gli stranieri potevano essere solo visitatori dotati di “visto” e “passaporto” oppure morti perchè pericolosi nemici o spie nemiche. Gli “stranieri in casa”, essendo stati accolti, non potevano essere trattati da persone inferiori, minacciose e cattive come invece potevano essere trattati gli “stranieri fuori casa”. In tempi antichissimi venne inventata una pragmatica soluzione: la sacra ospitalità. Fino a quando l’ospite era “gradito” ospite in casa, era sacro e intoccabile; più di un amico o di un vicino, ma meno di un parente. Ancora oggi, in molte popolazione permane la cultura della “sacra rituale accoglienza” dell’ospite come fatto straordinario ed eclatante. Nel tempo l’ospitalità è invece diventata normale consuetudine di rispetto, dentro e fuori dei confini della casa e dello Stato, alla pari di chiunque, familiari, amici, cittadini e stranieri.

Nei Paesi, dove da secoli si praticano comportamenti sempre più democratici, come ad esempio nei paesi dove vige la Common Law, si può notare un interessante fenomeno: ai cittadini la carta d’identità risulta istintivamente antipatica. Non se ne conosce la ragione, ma circola l’ipotesi che la libertà individuale includa anche il diritto di cambiare aspetti che invece noi latini consideriamo essenziali. In USA non sono mai riusciti a dare vita ad una CI. Clamoroso il caso UK dove nel 2011 venne abolita e vennero distrutti gli archivi delle CI costituiti a partire dal tentativo del 2006. L’ipotesi, non verificata, alla base del fastidio “identificatorio” pare derivi dall’idea che l’identità sia riconoscibile dalla sola presenza, cioè con l’essere presenti di persona (una sorta di habeas corpus?) e appunto riconoscibili nelle proprie caratteristiche visibili. Non è compito dell’individuo farsi riconoscere, ma è chi lo richiede che deve “identificare”. Il fastidio della “registrazione” pare stia nell’intolleranza verso lo “Stato che tutto controlla”. In quelle culture vengono preferiti strumenti di identificazione correlati alle specifiche “necessità di servizio” quali il “numero della previdenza” (USA), o la patente di guida o il passaporto.

Con l’esplosione del traffico passeggeri dopo la WWII e con l’inizio dell’era del terrorismo, per ragioni di sicurezza si è reso necessario svolgere accurati controlli di identità. Quasi la totalitò dei cittadini consapevolmente si sottopone alla registrazione informatica dei propri dati come l’anagrafica, la fotografia, le impronte, la retina, la forma del corpo e del viso. Il fabbisogno di sicurezza ha fatto passare in seconda priorità un principio di libertà, declinato forse più teoricamente che utilmente. La registrazione della propria identità è divenata uno strumento di sicurezza individuale e collettiva. L’uso di identità rubate, o false, è diventato reato in quanto sintomo concreto di crimini contro la persona, i più gravi. Anche il mancato riconoscimento nelle situazioni topiche è diventato sintomo di voler nascondere le proprie intenzioni pubbliche.

Senza entrare nel merito di quanto sia eticamente corretto farsi riconoscere o pretendere di riconoscere, il significato di “identità” è passato dall’ “appartenenza” alle “caratteristiche specifiche del singolo individuo”, tali appunto da definirne la singolarità identica solo a sè stessa.  La singolarità consente di dimostrare di essere individualmente titolari dei diritti umani e dei diritti acquisiti in virtù della Costituzione del Paese del quale si è cittadini o del Paese nel quale si transita.

#GDP (Gross Domestic Product) detto PIL è la sigla ambigua di oggi

Il GDP è una controversa, ma consolidata, misura dei risultati economici di un Paese e, in via indiretta, della qualità della vita dei suoi cittadini.

Una prima critica al GDP riguarda il fatto che misura la “forza” della nazione, ma non il benessere dei suoi cittadini. Per esempio il GDP cinese (9.200 mld) è poco più della metà di quello USA (16.700 mld), ma il GDP-per-Capita cinese è di 6.800 USD, otto volte inferiore a quello USA (53.000). I due esempi a seguire rendono evidenti i diversi andamenti europei del GDP nazionale e del GDP-per-Capita.

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Nel “Gross Domestic Product” tutti i paesi sembrano in crescita, con in testa la Germania. Quindi tutto bene.

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Nel “GDP-per-Capita” le cose cambiano parecchio; è in diminuzione da almeno vent’anni per tutti i paesi salvo UK che rimane sostanzialmente stabile. La capitalizzazione del GDP annuale sui vent’anni mostra un maggiore arricchimento dei cittadini inglesi. In questo gli AP (Amministratori Pubblici) inglesi hanno fatto meglio di quelli tedeschi e molto meglio di tutti gli altri. UK è il leader nel saper tenere alto il GDP-per-Capita.

Numerose teorie filosofiche ed econo-tecniche concorrono nel sollecitare un più efficace sistema di indicatori per misurare i progressi economici di ciascun paese. Mentre attendiamo il risultato del dibattito e degli studi in corso, pensiamo sia più coerente con la missione di ItaliAperta misurare il GDP-per-Capita che è di maggiore interesse individuale dei cittadini.

Il GDP è prodotto da due principali categorie di “generatori”:

  • Le Imprese (tutte le persone fisiche e giuridiche che creano reddito)
  • Gli AP nelle loro varie articolazioni associative (Nazione, Regioni, province, comuni, enti di vario tipo, ecc)

Patrimonio individuale di ciascun cittadino (persona fisica e giuridica) – È facile misurare il contributo, positivo o negativo, di ciascuna persona/impresa alla formazione del GDP aggregato. Nel tempo sono stati affinati, e ampiamente adottati, principi contabili internazionali che uniformano i rendiconti e li rendono confrontabili. L’utile, il risultato finale di gestione, il “GDP individuale”, viene aggiunto al patrimonio della persona/impresa che ne costituisce la ricchezza individuale. Conseguentemente la somma di tutti gli utili/perdite individuali determina il GDP aggregato, per nazione o per qualsiasi altro tipo di associazione o campione statistico. Anche la somma di tutti i patrimoni individuali compone il patrimonio complessivo privato degli aggregati di interesse.

Patrimonio affidato in gestione dai cittadini agli Amministratori Pubblici – Il valore aggiunto creato dagli AP di qualsiasi ente pubblico (stato, Regione, ente locale, ecc) è ancora più semplice da calcolare: è sempre uguale a zero.

Non è un’affermazione né sarcastica né politicamente avversa. È la ragionevole convenzione internazionale che vale per tutte le amministrazioni pubbliche. La motivazione è semplice, logica, pragmatica:

  1. Gli AP forniscono ai cittadini servizi che non sono pagati ad ogni erogazione secondo un prezzo applicato alla quantità e qualità del servizio reso (*). I servizi pubblici sono appunto pubblici (una parola ambigua per dire che sono messi in comune) spesso a causa della loro indivisibiltà; non possono essere erogati in frazioni unitarie ai singoli cittadini; ad esempio il servizio di difesa nazionale o la costruzione di una strada sono sostanzialmente indivisibili
  2. Gli AP non sentono di dover produrre margine (profitto) con l’erogazione di servizi ai cittadini; giustamente tendono a comportarsi come le associazioni senza fini di lucro. Anche nelle imprese i servizi amministrativi sono centri di costo e non centri di profitto; anche in quel caso le amministrazioni facilitano gli altri a fare meglio il loro lavoro.
  3. Per gli AP non è poi così importante conoscere il prezzo del servizio reso, ma è importante conoscerne il costo in modo da poter fissare ed esigere tasse sufficienti a coprire i costi.

In sintesi:

  • Le persone/imprese trasformano il lavoro in valore aggiunto (profitto) che accresce, sperabilmente, il patrimonio individuale e quindi il patrimonio aggregato
  • Gli AP, per definizione contabile, non producono direttamente valore aggiunto, ma producono servizi il cui valore viene computato diversamente. Il buon funzionamento dell’AP produce beni fisici e servizi che facilitano, rendono efficiente, rendono equa l’economia e la comunità. La parte economica del concetto può non essere immediatamente intuitivo; nelle note tentiamo una spiegazione (**) che si avvale di una reinterpretazione del famoso esempio dello scava-riempi buche.

Su queste sole premesse arriveremmo alla conclusione che tutti gli AP vadano licenziati perché non producono nulla di utile per la comunità. Sarebbe però una conclusione del tutto errata. È ovvio che una contabilità progettata per un’entità “senza scopo di lucro” non rilevi il prezzo di vendita del servizio; e con ciò non computi il differenziale fra costi e ricavi (profitto); e quindi non calcoli nemmeno il valore aggiunto. Il valore aggiunto però esiste ed è il servizio reso alla comunità che si misura con metodi extra-contabili. Molti osservatori globali (World Bank, Eurostat, OCSE, BdI  e i moltissimi altri organismi) misurano e confrontano il buon funzionamento delle AP, la cui funzione è appunto rendere efficiente ed equa la comunità e le sue attività economiche.

Considerazioni finali:

  1. L’AP produce un GDP contabile per convenzione uguale a zero, ma che si può misurare con gli indicatori di buon funzionamento dell’AP
  2. Nelle economie a prevalenza pubblica, come la Grecia, l’Italia e altre, la misurazione del GDP è fuorviante in quanto interpreta una componente secondaria dell’economia, per giunta in modo deformato. Per le economie a prevalenza pubblica è necessaria la lettura integrata, contabile (GDP-per-Capita) ed extra-contabile (indicatori e graduatorie). In questo modo è possibile vedere che paesi con GDP relativamente alto, possono avere un GDP-per-Capita insufficiente (Italia, Grecia, ..). Oppure che paesi ad economia prevalentemente pubblica (piccoli ed euro-nordici) pur con un GDP nazionale basso, godono di un GDP-per-Capita molto elevato e di posizionamenti altrettanto elevati nella graduatoria degli indicatori. Altri paesi meritano un’analisi più attenta degli indicatori. Per poter investire avvedutamente nei punti da migliorare, è necessario avere una visione inegrata contabile ed extra contabile
  3. Sfortunatamente l’Italia non spicca per posizionamenti particolarmente brillanti, nonostante il suo GDP nazionale sia ancora elevato. L’Italia si posiziona, per quasi tutti gli indicatori, ailivello di medietà, sui circa 180 paesi normalmente confrontati; in diversi casi, penosamente in basso.
  4. Nelle economie a prevalenza pubblica la rilevazione del GDP non solo dice poco, ma è sostanzialmente inutile, talvolta ingannevole e spesso manipolato dagli stessi AP in conflitto di interesse con i propri cittadini.

Note

(*) In qualche comunità socialmente evoluta, certi servizi pubblici sono resi ad un prezzo per quantità e qualità. Per esempio nella raccolta dei rifiuti alcune comunità particolarmente avanzate hanno già adottato questi metodi che, pur commisurando il costo del servizio al suo reale utilizzo, consentono di

  1. diminuire gli sprechi
  2. di aumentare l’equità per esempio in termini di servizio universale.

Nella maggioranza dei paesi però, il costo annuale totale del servizio a tutti i cittadini è coperto da una tassa, anch’essa annuale, che si presume bilanci il costo.

 

(**) L’economia dello scava buche

Ipotizziamo che un’impresa (I) ordini di scavare un buco e poi di riempirlo con la stessa terra. La trasformazione richiede lavoro, ma non necessariamente produce valore.

  1. L’impresa-I (privata) produce valore aggiunto per sé solo nel caso in cui il buco-riempito-di-terra venga venduto con profitto. Diversamente brucia valore a scapito del suo patrimonio (il costo del lavoro speso per scavare).
  2. Nel caso l’Impresa-I sia un’Amministrazione Pubblica, la vendita non ha luogo, il servizio prodotto viene reso disponibile senza scambio. I costi sono (nel lungo termine) pareggiati dalle tasse.  Non vi è valore aggiunto (contabile). Salvo pochissimi casi nel mondo, il patrimonio “pubblico”, e le sue variazioni, non entrano nei rendiconti.
  3. In entrambi i casi (punti 1 e 2) la persona/impresa (P) (quella che ha scavato e trasformato la buca) ha venduto il suo lavoro all’Impresa-I producendo valore aggiunto per sé indipendentemente dal valore aggiunto di I.
  4. La somma dei due valori aggiunti di P e di I è il valore aggiunto aggregato. Ipotizzando che il mondo economico in oggetto sia fatto esclusivamente da una persona fisica eda un’impresa-I (pubblica) avremo che P vende il proprio lavoro all’impresa-I e incassa X, l’impresa-I rende disponibile la buca alla comunità (che è composta solo da P), l’impresa-I (pubblica) chiede tasse all’unica persona fisica (P) della comunità per un valore di X il quale serve a pagare il lavoro di chi ha scavato (P). Il risultato è un circolo economico a somma zero. Nessun valore contabile è stato creato. Ma vi è un sottoprodotto: la buca il cui valore non si misura in GDP, ma con altri metodi.

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#In medio stat virtus è l’espressione ambigua di oggi

La frase ambigua di oggi è: In medio sta virtus

Il significato latino, originale e sostanziale della frase è: La virtù consiste nella moderazione.

Ora il significato che va per la maggiore è: La virtù sta nel mezzo.

Invece la virtù, come la bellezza, sta nell’occhio (nella morale) di chi guarda. Un aiutino: Le virtù cardinali

Immaginiamo di dover giudicare i comportamenti di due persone; l’una che vuole uccidere l’altra e l’altra che vuole solo pestare la prima. In medio stat virtus e perciò una buona pestata a sangue, sul filo della morte, è esercizio di medietà virtuosa?

Viene il sospetto che nella storia qualcuno abbia voluto manipolare i significati pro domo sua; un qualcuno che abbia avuto interesse pilatesco nel posizionare i probi viri né di qua nè di là, ma nel mezzo. Oppure che qualcuno che abbia interesse a non far emergere nessuno per i suoi meriti, ma piuttosto forzare moralmente a stare nella medietà, cioè a non infastidire con innovazioni e cambiamenti?

Un esempio: Il bene-morale della decrescita verso il male-morale-crescita. Investigate voi su chi possa avere interesse a sostenere che si stava meglio quando si stava peggio, per esempio prima della penicillina o della democrazia.

#Inflazione

Molti ne parlano, altri ascoltano, interpretano, prendono decisioni, ma non è affatto detto che condividano lo stesso inequivoco, solido significato come accade per la parola “sasso.”

Secondo le teorie economiche, inflazione significa l’aumento generale dei prezzi di beni e servizi in una economia durante un determinato periodo. …….. Ne risulta che l’inflazione equivale alla perdita di valore della moneta – svalutazione monetaria – per cui il potere d’acquisto del denaro si riduce.

In coda all’articolo vi sono molte altre definizioni per la parola “inflazione”, più o meno simili. Da esse deduciamo che molti sono i fattori che insieme concorrono all’inflazione:
……. l’aumento generale dei prezzi ….frase che lascia intendere che l’inflazione è il risultato di una rilevazione dei prezzi dei quali si fa poi una media. Utopico anche solo immaginare l’enormità dello sforzo quantitativo per rilevare i prezzi di miliardi di manufatti (beni e servizi) che vengono comprati e venduti continuamente. Ciò nonostante la genialità umana ha trovato i modi, per la verità convenzionali, per stimare la media dei prezzi. Come possiamo vedere, alcune parti dell’Economia, con la E maiuscola, sono più spesso filosofico-approssimative che scientifiche.
……durante un determinato periodo…..l’inflazione non misura i prezzi, ma la differenza di prezzi all’inizio e alla fine del periodo osservato. Il concetto sottostante sarebbe che è un bene che i prezzi aumentino perché potrebbe essere il sintomo che l’economia cresce (ammesso che sia inequivoco cosa si intende per ”economia”).
……in una economia…il campione, l’ambito della rilevazione, è chiuso in una sorta di confine che isola un certo numero di umani dal resto dell’umanità; ma attenzione perché potrebbe non essere la stessa “economia” di cui si parla al punto precedente.
…… alla perdita di valore della moneta…..frase dai molteplici significati impliciti, contraddittori e annodati insieme come i serpenti di Lacoonte. L’intepretazione più semplice, e clamorosamente fuorviante, è che “stampando” carta moneta il valore dei manufatti aumenta. Ovviamente è la moneta che vale meno e non i manufatti che valgono di più. Segnaliamo che anche l’espressione “stampare moneta”, non essendo affatto corrispondente ai fatti, è del tutto fuorviante e confondente.

Tutte le definizioni si assomigliano abbastanza, in particolare nella loro sfuggente vaghezza e perché rarissime si soffermano sul fatto sostanziale che il prezzo di un manufatto dipende prevalentemente da tre fattori:
– quanta conoscenza è stata accumulata, e riusata, per produrre quel manufatto; il costo di quella conoscenza (acquisti e lavoro) forma il costo del manufatto che è la componente largamente preponderate del suo prezzo
– il prezzo è il risultato di una compravendita in cui il venditore e il compratore si sono esercitati a definire l’attrattività del manufatto. In termini misurabili: il venditore opera per definire il minimo prezzo al quale cedere il manufatto al compratore; quest’ultimo opera per fissare il massimo prezzo al quale comprare. Quando minimo dell’uno coincide col massimo dell’altro, il prezzo è definito e la transazione si conclude.
– fra il venditore e il compratore si sono inseriti altri attori (il Sistema Finanziario, l’Amministrazione Pubblica, ecc.) che con l’interposizione, e spesso manipolazione, di vari coefficienti (moneta, tassi e tasse) modificano i prezzi.

L’inflazione, insieme a sua cugina la deflazione, galleggia nel grande mare delle asimmetrie informative, delle incertezze, delle vaghezze, degli equivoci veri e voluti.

PS Per i più pazienti, determinati, e speriamo partecipanti al gioco della chiarezza, proviamo a porre domande, e risposte provocatorie, per diradare nebbie e cortine fumogene. A partire da alcuni post come
http://www.italiaperta.info/a-chi-piace-linflazione-e-la-deflazione/
http://www.italiaperta.info/il-coefficiente-lineare-sui-prezzi-cap-2/

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Qualche definizione dai dizionari

1. econ. Processo di costante e generalizzato rialzo dei prezzi, che determina una diminuzione del potere d’acquisto della moneta: lotta all’i.; tasso d’i. || i. strisciante, quando la diminuzione del potere d’acquisto è costante ma contenuta | i. galoppante, quando il potere d’acquisto diminuisce in modo vistoso e rapido
2. Aumento progressivo del livello medio generale dei prezzi, o anche diminuzione progressiva del potere di acquisto (cioè del valore) della moneta. Il fenomeno può avere molteplici cause, sia reali sia monetarie, e assumere forme differenti. Per es., si definisce i. strisciante un aumento modesto (inferiore al 10%), ma prolungato dei prezzi; i. galoppante un aumento rapido e irrefrenabile degli stessi e iper-i. un aumento particolarmente sostenuto (superiore al 50% al mese)
3. I prezzi aumentano e, talvolta, diminuiscono. L’inflazione indica il fenomeno per il quale col passare del tempo i prezzi di acquisto dei prodotti e dei servizi tendono in genere ad aumentare. Tuttavia, in alcuni periodi si può verificare una riduzione dei prezzi, definita deflazione. Particolare attenzione viene rivolta da parte degli economisti ai fenomeni di inflazione e deflazione per comprendere le cause ed elaborare interventi che permettano di controllarli e di valutarne gli effetti sull’economia. Con il termine inflazione si indica l’aumento nel tempo dei prezzi. Per misurare tale incremento si utilizza il tasso di inflazione ricavato in base a una formula matematica che permette di confrontare i prezzi di uno stesso bene in due diversi anni.
4. Secondo le teorie economiche, inflazione significa l’aumento generale dei prezzi di beni e servizi in una economia durante un determinato periodo. In generale con inflazione si definisce l’inflazione dei prezzi, ovvero l’aumento del livello generale dei prezzi. Ne risulta che l’inflazione equivale alla perdita di valore della moneta – svalutazione monetaria – per cui il potere d’acquisto del denaro si riduce. Come parametro dell’inflazione si usa il tasso d’inflazione. Il tasso d’inflazione viene normalmente calcolato tramite l’indice dei prezzi al consumo (CPI) ed equivale alla percentuale (annua) di variazione dell’indice dei prezzi. Per poter mettere a confronto l’inflazione dei paesi appartenenti all’Unione Europea, Eurostat pubblica l’indice dei prezzi al consumo armonizzato (HICP). Su inflation.eu viene riportata l’inflazione attuale come pure l’inflazione storica, sulla base del CPI e dell’HICP per paese (paesi UE). Gli economisti imputano l’inflazione innanzitutto al relativo aumento della liquidità primaria. Se circola una maggior quantità di moneta e i consumatori hanno così più denaro da spendere, la domanda di beni e servizi aumenterà. Se la produzione non cresce proporzionalmente, i prezzi aumenteranno. L’inflazione tuttavia può anche verificarsi dato che l’aumento dei prezzi d’acquisto, i costi di produzione, i prezzi d’importazione o le aliquote d’imposta vengono calcolati nel prezzo da pagare per beni e servizi. –

#Incentivo è la parola ambigua di oggi

Un incentivo è qualcosa che motiva un individuo a compiere un’azione.

Lo studio delle strutture degli incentivi è essenziale per l’analisi di tutte le attività economiche (sia in termini di decisioni individuali che in termini di cooperazione e competizione all’interno di una più grande istituzione). Read more

#Innovazione è la parola ambigua di oggi

Secondo questo interessante articolo alcuni schemi intellettivi dei topi sembrano essere simili a quelli umani. Fra i tanti non ancora compresi o scoperti, due sono i meccanismi intellettivi investigati:

– L’automatismo delle regole – efficacemente ripetitivo (replica il successo delle buone decisioni) è di rapida esecuzione ed evita di reinventare l’esperienza già vissuta

– Il riconoscimento di fenomeni analoghi, che ci consente di imparare dalle nuove esperienze. Consente di trovare soluzioni efficaci a problemi mai prima incontrati e di individuare nuove regole.

Quale dei due meccanismi è intelligenza? Forse la combinazione di entrambi?

Non è questa la funzione delle regole e dell’innovazione nella società?  Leggi e norme che consentono comportamenti efficienti? Meccanismi di apprendimento, di adattamento all’ambiente, di cambiamento continuo che rinnovano frequentemente e velocemente i nostri comportamenti sociali?

Se l’ipotesi fosse che uno sintomi dell’intelligenza è anche la capacità di adattamento e cambiamento, avremmo un criterio di valutazione sociale del Paese e dei suoi Amministratori

https://hbr.org/2015/01/rats-can-be-smarter-than-people?utm_campaign=Socialflow&utm_source=Socialflow&utm_medium=Tweet

#GDPpc (percapita) è la parola ambigua di oggi – PIL di Stato o PIL per tutti?

Gli ossequienti alla “sovranità” dello Stato, che non siamo noi, misurano tutto in percentuali sul PIL nazionale. Lo Stato infatti tende a confrontarsi con gli altri Stati su chi ha il PIL più grande.  Nello specifico consente agli amministratori dello Stato italiano di esporre un PIL di tutto rispetto facendo una bella figura con gli altri Stati. In effetti il PIL nazionale (1.9 bln) è nono nel mondo e quarto dopo Germania (2.6 bln), Francia (2.0), UK (1.9). Read more

#Inflazione è la parola equivoca di oggi. È una tassa bancaria anti-competitiva?

La notizia circola e rimbalza: l’inflazione è diventata buona. Va di moda. Alcune categorie di cittadini l’apprezzano, lo dichiarano sempre più apertamente, esortano i cittadini ad abbracciare la causa.

L’implicito sarcasmo con cui riporto questa novità potrebbe indurre un pregiudizio che intendo immediatamente fugare: «Sono favorevole all’aumento dei prezzi. Auspico che i prezzi aumentino moltissimo». È a questo punto che la maggior parte dei tre lettori di quest’articolo abbandoneranno la lettura. Ma a loro chiedo lo sforzo di leggere le prossime quattro righe prima di andarsene. Read more

#Banditi, #Sprovveduti, #Stupidi e #Intelligenti sono le parole ambigue del giorno

“Allegro, ma non troppo”, Ed. Mulino, dello Storico dell’Economia Carlo Cipolla, è un libello di inestimabile valore etico . In poche pagine riassume almeno metà del poderoso testo “Una teoria della giustizia” di J.Rawls.

Con illuminante semplicità Cipolla distilla due fattori essenziali per classificare i comportamenti umani, sociali ed economici:

  • X – Danni o vantaggi che l’individuo procura a se stesso
  • Y – Danni o vantaggi che l’individuo procura agli altrigrafstupid1

 

  • I Banditi (in basso a destra): adottano comportamenti che danneggiano gli altri per trarne vantaggio
  • Gli Sprovveduti (in alto a sinistra): adottano comportamenti che danneggiano sè stessi e avvantaggiano gli altri
  • Gli Stupidi (in basso a sinistra): adottano comportamenti che danneggiano gli altri e se stessi
  • Gli Intelligenti (in alto a destra): adottano comportamenti per il proprio vantaggio e quello degli altri.

Una volta individuata la collocazione, nel quadrante più appropriato, della persona, o dell’associazione, con la quale vogliamo interagire inclusi noi stessi, ad essa si applicano le fondamentali leggi relazionali:

  • Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. (1) (n.d.r. per statistica è probabile che noi possiamo essere fra questi)
  • Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa. (2)
  • Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.
  • Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore. (3)
  • Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. Corollario: Lo stupido è più pericoloso del bandito.

Note del redattore:
(1) per statistica è probabile che noi possiamo essere fra questi
(2) per esempio, non è detto che gli stupidi appartengano tutti alla categoria de “gli altri”
(3) in questa legge Cipolla ha mimetizzato il principio secondo il quale chi si autocolloca fra i “non stupidi” inevitabilmente sta fra gli stupidi. Infatti, secondo l’assioma di Forrest Gump (stupido è chi lo stupido fa), l’unico metodo per non essere stupido è produrre qualche risultato utile a qualcuno.