#Produttività: la malattia dell’OCSE, del mondo, ma non di tutti

Gli economisti degli aggregati (es:dati aggregati per Paese) non sanno più che pesci pigliare. Non riescono a spiegare come mai il GDP non cresca più. Forse sperano nelle taumaturgiche, ingenti e impensabili azioni monetaristiche (es.QE, tassi negativi, ecc.) messe in campo dal sistema finanziario. Niente da fare; anche a non far nulla di diverso dal solito, la domanda non riparte.

C’è da chiedersi se la questione non sia né di crisi della domanda né di manipolazioni monetarie.

Il fatto è che la misteriosa “produttività” non ingrana la marcia giusta. Per alcuni poi è peggio di altri; guardate qui le variazione del GDP nell’ultimo quindicennio. L’aggregato Italia è veramente messo male.

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Eppure la MdPpc (Media del Pollo per capita) italiana è allineata con la media OCSE.

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Che considerazioni possiamo trarre da questa prima visione aggregata?
La prima osservazione è che, ammesso che i governi si preoccupino di far crescere il GDPpc (per capita), in generale non ci riescono.
La seconda è che il GDP per capita racconta cose diverse dal tasso di crescita GDPaggregato(nazionale).
La terza è che si intravede una sorta di specularità inversa rappresentata dalla figura che segue, commentata subito dopo.

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  1. I Paesi con il GDPpc più elevato crescono meno velocemente dei migliori (a dx in alto). Alcuni addirittura precipitano nell’area di crescita negativa (IRLanda, Olanda, Danimarca)
  2. Quattro dei Paesi con il GDPpc più basso (in basso a sx – Messico, Turchia, POLonia, Slovacchia) crescono a tassi elevati, sono i migliori (in alto a dx). Tutti gli altri restano in area di crescita quasi nulla o negativa.
  3. I Paesi con GDPpc medio, crescono poco o nulla; salvo alcuni Paesi che invece continuano a precipitare (FINlandia, Spagna, ITAlia)
  4. Ci alcune eccezioni notevoli come ad esempio AUStralia e CANada che mantengono sia un’ottima posizione sul GDPpc sia un tasso di crescita molto buono

In sintesi quelli che una volta erano le migliori locomotive, non tirano più come una volta. Si affacciano pochi nuovi giocatori, non ancora in grado di trainare l’economia dei vecchi stanchi. Gli incapaci sono sempre più incapaci.

Gli economisti dicono di non capire perchè la crescita non riparte. Potrebbero forse arricchire i loro studi esplorando “territori” al di sotto del “cielo” delle medie del pollo. Potrebbero forse imbattersi in qualche dato analitico coerente con i fenomeni “meno aggregati”. Potrebbero porsi domande quali:

  • Non sarà che la tanto odiata globalizzazione sta ribilanciando il benessere del mondo?
  • Non sarà che il sistema economico umano mostra sintomi di autoregolazione? Anche in assenza dell’azione pianificatoria di un governo centrale?
  • Non sarà che, oltre certi limiti, è inutile che i governi, e con loro gli economisti, cerchino metodi per prevedere,  stimolare se non forzare le scelte dei Cittadini?

A breve usciranno i report 2016 che mostreranno dati aggiornati e così potremo meglio esaminare l’accaduto e confrontarlo con le aspettative di chi, governo centrale e sistema finanziario, ha pensato alle misure e contromisure per reindirizzare l’economia degli aggregati.

I “beni comuni” contro la “proprietà”

L’espressione “bene comune” evoca il calduccio di casa propria e ci fa sentire buoni con gli altri. Ai cultori dell’astratto piace questo accattivanete motivetto da suonare col flauto magico, mentre spacciano fiori, fiori belli come i “beni comuni” e come l’acconito. Peccato che l’acconito sia velenoso.

L’antidoto, ai fiori belli ma velenosi, si ottiene spetalando il fiore un petalo alla volta, se perdonate certi neologismi ora di moda.

La proprietà

Iniziamo l’esplorazione dei beni comuni con la parola “proprietà” che per i cultori dell’astratto non è un conquistato bene comune, ma il suo opposto.

Quando la maggior parte dell’umanità era sostanzialmente priva di diritti, mancava anche la proprietà non era un diritto. La proprietà è una conquista recente che i più, precisamente i più deboli, hanno strappato non senza contesa ai poteri concentrati. La crescente diffusione della proprietà ha creato un fenomeno nuovo: la responsabilità sulla proprietà. Per esempio oggi diamo per scontato che il proprietario di un muro è responsabile dei danni che il muro potrebbe causare cadendo. È la responsabilità sulla proprietà che spinge i proprietari a sorvegliare la stabilità dei propri muri. La proprietà diffusa implica reciproca responsabilità verso i vicini che produce vantaggi facilmente riconoscibili. Al contrario i primitivi detentori di proprietà concentrate, difficilmente percepivano una qualsiasi responsabilità verso gli altri, specialmente se deboli.

Dubitiamo che ai cittadini piaccia perdere la sicurezza che offre questo genere di responsabilità a carico dei proprietari. Eppure paradossalmente i molti spacciatori di astratto sembrano propendere verso il ritorno alla proprietà concentrata.

Proprietà individuale (di persona fisica) e proprietà collettiva (di persona giuridica)

Proviamo ora ad affrontare l’altro incendiario paradosso a proposito della proprietà pubblica e privata.

Cosa distingue la proprietà pubblica dalla proprietà privata? Con non poche difficoltà, qualche utile risposta si può trovare nei testi del Diritto; molte norme regolano la proprietà in capo alla persona fisica. Ancora più regole si trovano a proposito della proprietà collettiva. Circa quattro secoli fa circa, i giuristi iniziarono a rifinire il concetto di “persona giuridica” che dà un’efficace risposta alla, fin da allora, insistente richiesta di identificare responsabilità e diritti delle “proprietà collettive”, non a caso spesso chiamate società. La persona giuridica è una rivoluzionaria invenzione del Diritto che consente agli umani di fare ciò che a loro piace davvero molto: unirsi in associazioni con uno scopo comune e con risorse comuni.

Il potere centralizzato non hai mai gradito la formazione di associazioni spontanee per l’ovvia ragione che esse concentrano energie potenzialmente in competizione col potere. La diffidenza del potere verso le associazioni deve essersi in qualche modo riflesso anche nel linguaggio. A titolo di sperimentazione pratica, possiamo infatti chiederci se la famiglia sia un’associazione. O se siano associazioni anche un partito, un’impresa, un ente pubblico. La risposta è quasi sistematicamente negativa. Nemmeno il Comune, pur chiamandosi “Comune”, è considerato un’associazione. Lo stesso vale per la Regione o per lo Stato, nonostante questi enti in particolare servano proprio a dare unitarietà amministrativa ai beni che gli “associati cittadini” mettono a fattor comune. Nessuno di questi raggruppamenti è considerato un’associazione, eppure intuitivamente tendiamo a ritenere che ciascuna società, impresa, associazione, famiglia, ente “pubblico” sia una forma associativa fondata sui reciproci impegni degli associati. Non solo, tendiamo a credere che i reciproci impegni siano fondamento e origine del Diritto.

Gli spacciatori di astratto in effetti cercano di confonderci producendo cortine “fumose” per occultare la realtà dei fatti, per distogliere l’attenzione dal fatto  che il Diritto ha già risposto, pragmaticamente e da tempo, alla crescente richiesta di criteri per la gestione dei numerosi tipi di proprietà collettive. Viene in effetti il dubbio che gli spacciatori d’astratto, spesso accademici distanti dalla pratica del fare, non si rendano ancora conto del fatto che, sul piano del concreto, l’umanità ha sperimentato molte forme organizzative per il governo delle proprie comunità. Alcune sperimentazioni si sono dimostrate disastrose o semplicemente inefficienti, altre invece si sono consolidate in soluzioni efficienti; in aggiunta osserviamo che la maggior parte di queste ultime sono orientate alla distribuzione del potere. Molto c’è ancora da fare, ma (quasi) tutti i cittadini sono ora convinti che la propria (sic!) sovranità individuale non va d’accordo con la centralizzazione del potere e della proprietà.

Abbiamo ricordato che agli uomini dunque piace aggregarsi in vari tipi di “associazioni”, inclusi i Comuni e lo Stato. Ciascuna associazione ha beni propri, messi in comune dai singoli, allo stesso modo di quanto avviene in un condominio dove, ad esempio, le scale sono beni di proprietà pro-quota dei condomini i quali li mettono in comune formando una “proprietà collettiva”, affidata in gestione ad un amministratore. Possiamo ragionevolmente concludere che non esiste alcuna diversità concettuale fra proprietà privata e proprietà pubblica. Le diversità, messe in evidenza dagli spacciatori di astratto, stanno piuttosto nelle parole “pubblico” e “privato”; quasi a significare che le proprietà “pubbliche” non sono dei cittadini, ma di “altri da identificare”.

Dubitiamo che ai cittadini siano favorevoli alla “proprietà indefinita”, peggio se a disposizione di “altri da identificare”.

Il mistero dell’accountability

Nel tempo l’applicazione della “proprietà-responsabilità” si è estesa molto oltre i confini fisici della proprietà. Per esemplificare, il costruttore di un‘auto o di un elettrodomestico è responsabile delle conseguenze dei difetti del suo prodotto anche molto dopo avere ceduto la proprietà del manufatto. Evidentemente l’esperienza pratica ha suggerito di applicare la proprietà-responsabilità anche all’ideazione e alla costruzione di manufatti, alla proprietà intellettuale e all’operato “a regola d’arte”. Un buon passo avanti contro i soprusi del potere centralizzato che in genere si sottrae alle responsabilità verso chiunque.

L’ampia distribuzione delle proprietà-responsabilità richiede che vi sia una relazione di responsabilità paritetica e reciproca fra “proprietario” e gli altri concittadini. Proporzionalmente richiede l’indebolimento della primitiva percezione di responsabilità verso il capo, verso il padrone, verso il vertice. La responsabilità del proprietario si rivolge orizzontalmente ai vicini; lo stimola a rendere loro conto dei propri comportamenti, lo spinge a comportarsi armonicamente con le aspettative dei vicini.

Si dice che gli esquimesi abbiano la necessità di distinguere fra vari tipi di neve e che perciò abbiano forgiato, nella loro cultura e nella loro lingua, almeno sette distinte parole. Pare che gli italiani non sentano la necessità di distinguere quel particolare tipo di responsabilità (rendere conto del proprio operato ai propri pari). Per questo forse nei dizionari manca una parola dedicata ad esprimere il vincolante obbligo sociale e paritetico dell’accountability.

Dubitiamo che i cittadini, al contrario degli spacciatori di astratto, vogliano eliminare i positivi effetti collaterali (trasparenza e accountability) derivanti dalla crescente diffusione della proprietà-responsabilità. Ancor più dubitiamo che i cittadini desiderino il ritorno al potere concentrato nelle mani di pochi; specialmente se quei pochi sono dotatati di adeguati mezzi sia per rigettare la reponsabilità delle conseguenze delle loro azioni sia per impedire la trasparenza sul loro operato. Arditamente presumiamo poi che i cittadini ambiscano a proseguire sulla strada della trasparenza, dell’accountability che è ancora lunga, difficoltosa e intralciata dagli interessati spacciatori di astratto. I cittadini sono ancora ben lungi dall’esercitare soddisfacentemente la propria sovranità.

I beni nè pubblici nè privati

Abbiamo fin qui compreso che larga parte dei beni comuni è già affidata a persone giuridiche collettive, pubbliche e private. Ciascuna associazione si è assunta il compito di migliorare il valore e la fruibilità dei beni loro affidati dai cittadini e di migliorare la qualità della vita degli associati. Abbiamo compreso che non servono ulteriori e astratte organizzazioni; serve piuttosto che gli amministratori, e i dipendenti, siano tolti dalle “riserve” della non-trasparenza, dell’intoccabilità e del privilegio.

La questione dei beni comuni però non è ancora pienamente risolta.

Ci sono alcuni “beni” come per esempio l’aria, le acque, l’ambiente, il clima, le radiazioni solari e tanti altri, la cui proprietà difficilmente può mai essere ricondotta a qualche persona fisica o giuridica. Gli spacciatori di astratto hanno fatto leva sulla poetica espressione “beni comuni” per mobilitare gli animi, ma in questi casi hanno serie difficoltà a indicare una responsabilità concreta in grado di agire. Le loro astratte elucubrazioni intellettuali non escludono però che qualcuno possa essere “accountable” di quei beni, più precisamente della qualità di quei “beni”. Non sarebbe illogico ritenere che un Comune o una Regione possa essere accountable per la qualità delle acque e dell’aria; anzi è già un fatto. La pubblicazione periodica dei valori dei parametri che misurano la qualità dell’aria implica che qualcuno si sente in dovere di spiegare ai propri concittadini i livelli di qualità dell’aria (indice delle polveri sottili, presenza dei metalli pesanti, ecc).  Il sistema di trasparenza è ancora molto lacunoso e gli amministratori pubblici sono ancora carenti nella nomina delle persone accountable dei miglioramenti ambientali.

Prendiamo atto quindi che non abbiamo trovato alcuna parola per catalogare in una sola categoria i “beni” che non possono essere né privati né pubblici e non sono neppure beni, ma sono semplicemente parametri con i quali possiamo misurare alcune dimensioni della qualità della vita (le polveri sottili, i metalli nell’acqua o anche le disponibilità di acqua per l’irrigazione).

Concludiamo l’eplorazione tornando all’iniziale espressione “beni comuni”. Il suo significato sembra ora fuorviante; sembra ammiccare a soluzioni organizzative centralizzate “in cerca di problemi da risolvere”.

Il tema della qualità della vita è invece al centro dell’interesse dei cittadini che vogliono sapere “chi fa cosa” per migliorala; vogliono vedere i parametri progressivamente spostarsi verso il meglio.

#Rivoluzione

La parola ambigua di oggi è rivoluzione.

Alla parola rivoluzione le papille gustative sembrano percepire un sapore positivo, dolciastro, un riflesso pavloviano, quasi fisiologico, eccitato. Forse dipende da quella adrenalinica sensazione di potersi ribellare alle imposizioni del prìncipe e alla sudditanza.

Avrebbe potuto essere così uno o due secoli fa. Ma ora sappiamo che quasi tutte le rivoluzioni seguono un percorso feroce e terribile.

  • Governanti vanitosi, avidi, incapaci perfino di perseguire i propri personali obiettivi, comprimono la qualità della vita dei propri concittadini a tali livelli di insopportabilità da costringerli alla violenza.
  • Parte allora la rivoluzione che consiste prevalentemente nella parossistica caccia e sanguinosa distruzione del Prìncipe e dei suoi compari.
  • La violenza rivoluzionaria genera disgregazione sociale e caos. Le persone più carismatiche emergono perché sembrano rappresentare la nuova società, più uguale e più solidale.
  • A quel punto il nuovo potere, che emerge dal caos, deve dimostrare di saper garantire la romantica uguaglianza e solidarietà; più concretamente deve alzare la qualità della vita.

Mission impossible.

Lo dimostra la mitizzata rivoluzione francesce che sostituì un potere centralizzato con uno ancor più centralizzato, grande quanto quasi tutta l’Europa. Il metodo fu la guerra. Un’altra sequenza di guerre fu necessaria per eliminare quella forzata e mai gradita uniformità. La restaurazione sembrò essere la soluzione più accettabile per tutti; gli ingredienti furono: a) qualche piccola libertà in più b) la rinuncia al grande romantico, utopico, illuministico sogno di libertà assoluta c) una nuova stabilità entro la quale i cittadini potevano ricominciare ad arricchirsi e a vivere secondo i loro usi.

La storia ripetè la sua grande lezione: le persone rinunciano alla stabilità solo se costrette. La stabilità è (quasi) sempre preferita alla libertà.

Il ‘900 fu il secolo delle rivoluzioni e degli psicopatici. Le guerre “riparatrici” si moltiplicarono su scala planetaria. Sangue mondiale come mai si era mai visto prima.

Non è da escludere che quel sapere dolciastro indotto dalla parola rivoluzione, non sia veramente il desiderio della libertà, ma sia il ricordo del sapore della paura e del sangue.

Non tutte le popolazioni però hanno avuto bisogno di azzeranti rivoluzioni. I paesi del Nord Europa per esempio hanno subito un basso tasso di rivoluzioni. Senza rivoluzioni sono riuscite, con una straordinaria trasformazione: a diventare democrazie ad alto GDPpercapita. Fra le più ammirate democrazie. Il cambiamento è stato così progressivo che a tutt’oggi non sentono la necessità di cambiare categoria e vanno orgogliose di essere Regni.

Quelle popolazioni, quei governanti, hanno adottato metodi di amministrazione pragmatici, flessibili, “evoluzionari”. A mente aperta hanno accettato i singoli cambiamenti così come si sono presentati, senza alcuna progettualità centralizzata. Ad ogni singolo cambiamento hanno fatto esperienza per cambiare ancora poco dopo. Hanno mostrato quella darwiniana capacità di adattarsi tempestivamente al divenire delle cose, delle menti, dei cuori.

Una domanda: come mai noi mediterranei guardiamo, spesso con una certa invidia, il modello franco-germanico (tradizionalmente portatore di idee rivoluzionarie) invece di studiare le democrazie Nord Europee?

#Produttività è la parola ambigua di oggi

L’ambiguità: la produttività è uno degli indicatori che misurano la progressione verso l’aumento della ricchezza e dei compensi per capita (GDPpc – PIL per capita). Non vi è una dimostrata correlazione, ma le rilevazioni sulle percezioni e le statistiche quantitative indicano che, dove ricchezza e GDPpc sono alti, anche la qualità della vita è alta.

Potenti lobby invece rappresentano la produttività come “esasperata ricerca di efficienza a spese dei lavoratori”; ne fanno una parola esteticamente brutta, evocativa di negoziazioni che si svolgono in atmosfere cupe e cariche di pesanti emozioni e contrasti. Vi partecipano i lobbisti sindacali di varie categorie (es: gli imprenditori grandi, medi, piccoli, individuali, i lavoratori subordinati, i pensionati, e tante altre categorie), articolate per settori privati e pubblici. Spesso sono fra di loro controparti, per esempio imprenditori e lavoratori subordinati.  Alcuni lobbisti sono molto potenti e altri poco efficaci. Spesso i lobbisti chiamano, o pretendono, la presenza degli AP per “mediare” fra sugli interessi delle parti. In realtà sono coinvolti per convincerli a distribuire i soldi dei cittadini-tax-payers un po’ all’una e un po’ all’altra parte. Talvolta, quando la rappresentanza sindacale riguarda i dipendenti pubblici, gli AP svolgono il ruolo di parti, controparti e arbitri in una grande kermesse (parola non casuale) di convergenza di interessi. I terzi incomodi, ma paganti, non sono invitati e non si capisce chi dovrebbe rappresentarli nel grande gioco del rubamazzetto. Prima, dopo e durante le negoziazioni, vengono ritualmente ripetuti slogan messi a punto in decenni di esperienza sciamanica.

Nei recenti decenni l’indicatore “produttività” è cresciuto modestamente o per nulla. Mentre in Paesi simili il GDPpc ha continuato a crescere. I campioni della crescita, invece di essere ammirati ed emulati, sono odiati; il fatto e il perché sembra il risultato di comportamenti antropologicamente indirizzati (come l’odio per il per il più bravo della classe o del più sfortunato); ma questa è un’altra storia. I numeri dimostrano che lo scopo delle negoziazioni è solo apparentemente proteggere e accrescere i compensi (GDPpc); è invece rituale e di facciata. Lo scopo reale è l’interesse delle lobby: ricevere dagli AP privilegi, soldi e benefici asimmetricamente rispetto agli altri cittadini. Gli AP, fino a pochissimo tempo fa, spendevano allegramente i soldi raccolti con le tasse, accrescendo i privilegi di molte categorie di cittadini a scapito di altre e il risultato lo vediamo nella sventura che grava prima di tutto sui giovani.

Sebbene a molti di noi sembri di conoscere il senso della parola “produttività”, la coscienza ci sollecita a farcelo spiegare per bene alla prima occasione, ma soltanto in un giorno nel quale siamo sufficientemente ottimisti da sopportarne il peso. Se questo non è il giorno giusto, non proseguite la lettura.

Consultando i dizionari scopriamo che la “produttività” è la proporzione percentuale fra input (l’immesso) e output (il prodotto) di un’impresa o di un intero Paese. In italiano non esistono termini econo-tecnici più efficaci di quelli inglesi “input” e “output”. Superata questa difficoltà linguistica, il senso generale dell’indicatore è intuibile, ma non sempre, non per tutti e specialmente nelle sue implicazioni e conseguenze. Per esempio non è immediato collegare il rapporto input/output con l’interpretazione: “esasperata efficienza ottenuta a spese dei lavoratori”. Nei fatti non vi è esasperata efficienza, e nemmeno a spese dei lavoratori. Vi è invece una bassa produttività del Paese a spese di tutti i cittadini, specialmente i giovani. Non è nemmeno immediato riconoscere che la produttività riguarda anche i singoli cittadini e non solo le associazioni (link) (gruppi, società, ecc).

La paradossale, e mostruosa, ambiguità sta proprio qui, nel fatto che tutt’e tre le parti sono (per almeno una di esse, speriamo di poter dire “erano”) concentrate nel tenere bassi i compensi reali.

Anche l’abuso della parola “produttività” è sintomo di volontario, e colpevole, dirottamento dell’attenzione dei cittadini. Infatti il “mistero” riservato agli addetti ai lavori, la cupa e sciamanica percentuale econo-matematica viene preferita all’espressione “creazione di valore”, di più immediata intuitività oltre che più ottimistica. Sfortunatamente accade che in molti, e vasti, gruppi anche la “capacità di creare di valore” sia interpretata come qualità sociale negativa. Questo schema di valori lo si trova nelle società nelle quali coesistono:

  1. scarsa capacità di produrre valore aggiunto
  2. il modello “economico a somma zero” nel quale “creare valore” è distorto sinonimo di “ridistribuire” il patrimonio totale a proprio beneficio a danno degli altri.

I metodi economici applicati in quelle società spaziano dall’illegalità, che è però normalmente praticata (furto, corruzione, …), all’abuso della forza e del potere (privilegi, sussidi, benefici asimmetrici, …). In un simile contesto, l’indicatore produttività non può che essere un argomento fastidioso.

Al contrario, in un contesto economico dove conta il valore aggiunto, le statistiche sulla produttività mostrano la misura di tutto il “valore aggiunto” e non solo di quella parte di efficienza ottenuta contenendo i compensi del lavoro.

La confusione è ampia e dolosa, ma colmare il divario si può. Cominciamo dalla complicata frase: la “produttività è uguale al valore aggiunto in proporzione all’input”. Più semplice e intuitiva è l’espressione “valore aggiunto (output – input)”, che possiamo anche tradurre nel colloquiale “comprare bene e vendere meglio”.

  1. Comprare bene (minimizzare l’input): la capacità di acquistare (beni e servizi, escluso il lavoro) al minor prezzo possibile (inclusi tutti i costi accessori quali la logistica, l’amministrazione, ecc) è senz’altro una delle capacità essenziali per lo scopo
  2. Vendere meglio (Massimizzare l’output): ancora più essenziale è la capacità di applicare il più alto prezzo possibile all’adeguata quantità adeguata di venduto. Vendere meglio dipende in primis dalla qualità del manufatto (prodotto o servizio) che a sua volta dipende dalla densità di “sapere” e saper fare accumulato nei processi, negli impianti produttivi, ma specialmente nelle persone. Più le persone sono preparate, più alto è il loro compenso. Quest’ultimo è pagato da clienti soddisfatti di acquistare prodotti e servizi di qualità (intendiamo sempre “qualità relativa”, cioè rispetto a prodotti simili)
  3. Il Lavoro – La maggior parte della conoscenza è patrimonio liberamente accessibile (la ruota, il fuoco, il sapere di informatica, ecc). La capacità di massimizzare l’utilizzo delle “conoscenze libere” è ovviamente un fattore sia di minimizzazione del costo dell’input sia di aumento del valore dell’output. Le società meglio organizzate e più efficaci hanno investito molto:
    1. sulla distribuzione delle conoscenze libere (ad esempio via internet o via scuole e università)
    2. sulla costruzione di conoscenze (libere o proprietarie) addizionali con la ricerca e sviluppo.

Maggiore è la densità di conoscenze accumulate nel più vasto numero possibile di persone, maggiore è il numero di persone che singolarmente aggiungono valore sia per sé (conoscenze proprietarie) che per gli altri (conoscenza libere). Quasi tutti possono contribuire ad aumentare il valore aggiunto, la qualità e l’innovazione dei prodotti, dei servizi, delle reciproche relazioni (massimizzazione dell’output). Anche una buona e gradevole relazione è valore aggiunto. Non è obbligatorio che tutti contribuiscano, ma vi sono culture (per esempio quella protestante) nelle quali il lavoro è addirittura un fondante elemento religioso.

Le persone contribuiscono, sempre applicando le loro conoscenze, anche all’efficientamento dei processi per la produzione (minimizzazione dei costi – input) sempre utile, ma assolutamente indispensabile per i manufatti scarsamente innovativi come ad esempio lo zucchero.

Abbiamo sostanzialmente prefigurato:

  • Un “circolo efficienziale” che riesce a creare un po’ di valore aggiunto a condizione di riuscire a vendere manufatti, non particolarmente distintivi, a prezzi più bassi della concorrenza. Si tratta di manufatti prodotti con alta automazione, ad alti volumi e con poche persone peraltro preparate il minimo necessario e quindi pagate altrettanto al minimo. Il circolo efficienziale tende ad abbassare il prezzo fino allo scomparsa del manufatto o a stabilizzarsi al minimo prezzo di sussistenza (anche per le persone che vi lavorano).
  • un “circolo virtuoso” di creazione di valore aggiunto (link): il maggiore valore aggiunto si ottiene progettando e producendo manufatti di qualità, venduti a prezzi alti. Perché ciò sia possibile servono persone preparate, capaci di progettare, produrre e vendere qualità; sono persone ben compensate dal valore aggiunto che producono in un “circolo virtuoso”. Il circolo virtuoso si esplicita in Paesi nei quali il costo della vita è alto e la qualità della vita è alta. Restano tali se riescono ad accrescere costantemente le conoscenze libere e proprietarie della loro popolazione.

Non vi è una mutua esclusività dei due “circoli” economici, ma è evidente che il prevalere numerico, di individui o imprese, che operano in un “circolo efficiente” abbassa il GDPpc condannando tutti ad una progressiva decrescita. Il che si traduce in un numero crescente di persone a basso reddito, o nullo, rispetto al numero di persone ad alto reddito. Il divario si trasferisce anche nella distanza fra redditi alti e bassi. La “globalizzazione” ne è un efficace esempio, seppure al contrario. Le popolazioni con GDPpc più elevato hanno ceduto conoscenze a enormi masse di persone a basso GDPpc; esse hanno prodotto a prezzi più bassi nel contempo aumentando il proprio GDPpc. Anche i Paesi cedenti ci hanno guadagnato perché hanno risparmiato spendendo meno sugli acquisti di prodotti poco innovativi. In effetti il GDPpc mondiale si è molto uniformato e probabilmente procederà in questa direzione. Un circolo efficienziale avrebbe impoverito i più poveri e i ricchi sarebbero apparsi più ricchi, essendo tutti comunque più poveri. Strano che i fan della decrescita e del socialismo reale non si siano accorti del fenomeno quantitativo. Forse se ne accorgono solo quando i sistemi crollano. L’Unione Sovietica di prima degli anni ’80 e la Cina di prima degli anni ’70, sono fra i più notevoli esempi di applicazione massiva del circolo efficienziale. Hanno sbagliato il modello economico e sono crollati per ragioni economiche. Ma sono anche esempi notevoli di inversione di strategia con ottimi risultati.

In conclusione, è un grave errore, e mistificazione, presentare la produttività come: “esasperata ricerca di efficienza a spese dei lavoratori”. La produttività è invece uno degli indicatori che misurano la progressione verso l’aumento dei compensi medi, cioè verso una più alta qualità della vita dei cittadini.

L’andamento della produttività indica anche il prevalere dell’efficienza o della creazione di valore facendo scattare i segnali d’allarme quando il trend della produttività scende o resta piatto. Le lobby continuino a fare il loro lavoro al ribasso. Invece noi cittadini a cosa vogliamo puntare?

#Partecipare è la parola ambigua di oggi. Partecipare non è parlare abdicando, ma è contribuire in concreto

Mentre nelle democrazie avanzate alla rappresentatività si sta progressivamente sostituendo la partecipazione e alla delega subentra l’intervento diretto reso possibile dalla tecnologia, in Italia si continua a privilegiare un modello sociale che valorizza l’appartenenza, la provenienza e l’albero genealogico.
Quando, però, «le appartenenze contano più dei diritti e dei doveri di cittadinanza si riduce il suo tasso di democrazia e le libertà individuali sono cellule tumorali da anestetizzare col pretesto dell’asimmetria.La stessa esperienza dei referendum sta lì a dimostrare quanto il cittadino sia invocato come spettatore ma sia sgradito quando pretenda di essere un interlocutore. Anche quando si raggiunga un «quorum» che il legislatore cerca di rendere sempre più irraggiungibile chi è insediato al vertice vanifica, con disinvoltura, gli effetti dei referendum. Così, ad esempio, in spregio alla volontà popolare, che si era espressa per la soppressione del Ministero dell’Agricoltura, un Parlamento compatto lo ha ricostituito con la denominazione di Ministero delle Risorse Agricole attribuendogli la stessa sede, le stesse competenze, le stesse strutture e la stessa inutilità. Così furono neutralizzati gli effetti del referendum del 1993, che aboliva il finanziamento pubblico dei partiti, sostituendolo con un meccanismo di rimborso elettorale che lo ha fatto rimpiangere, e quelli del referendum, promosso dai radicali nel 1995, in cui gli italiani si espressero contro la trattenuta automatica dei contributi dalla busta paga a favore dei sindacati, vanificato inserendo l’obbligo della trattenuta nei contratti collettivi di lavoro. Questa democrazia consegna il cittadino allo «sfruttamento» delle categorie organizzate, ignorandone e calpestandone la volontà sempre e comunque. Non c’è alcuna circostanza in cui sia valorizzato l’apporto dei singoli individui, il cui interesse è solo un pretesto per moralizzare scelte immorali. Il singolo conta solo in virtù di un’affiliazione come dimostra chiaramente la vicenda dell’applicazione per smartphone (Uber) in cui la categoria organizzata dei tassisti è privilegiata nei confronti degli interessi dei cittadini, non organizzati seppur più numerosi, che attraverso l’app vorrebbero arrotondare e degli altrettanti che vorrebbero spostarsi a costi contenuti. Questo modello organizzativo della società ignora l’individuo e lo consegna legato allo sfruttamento delle lobbies. Così ognuno deve appartenere a qualcun altro e se vuole contare è costretto ad affiliarsi. E pensare che le istituzioni dovrebbero tutelare gli interessi generali e non quelli costituiti…

Riccardo Cappello www.ilcappio.com

#Polemica è la parola ambiua di oggi

La parola ambigua di oggi è: polemica.

L’aggettivo polemico mantiene nel tempo il suo significato etimologico (greco πολεμικός) bellicoso, guerresco, attinente alla guerra, e caratterizza un confronto verbale, evidentemente tutt’altro che pacato, contro un avversario identificato come bersaglio della polemica. Anche il sostantivo polèmica mantiene il suo significato nel tempo (controversia, piuttosto vivace, su argomenti letterarî, scientifici, filosofici, politici, ecc.). Read more

#Raccomandazione è la parola ambigua di oggi

Parola ambigua non troppo, a dire il vero: è chiaro che cosa è la Raccomandazione.

Ma procediamo con ordine.
Per raccomandazione si intende, comunemente, un’azione o una condizione che favorisce un soggetto, detto raccomandato, nell’ambito di una procedura di valutazione o selezione, a prescindere dalle finalità apparenti della procedura, che sarebbero (condizionale d’obbligo, coi tempi osceni che corrono) di indicare i più meritevoli e capaci. Per essere tale, la raccomandazione deve coinvolgere un altro soggetto, detto raccomandante o sponsor, il quale esercita un’influenza sulla procedura di valutazione, indipendentemente dalle qualità del soggetto raccomandato.

Le procedure di valutazione o selezione più frequentemente distorte dalle raccomandazioni sono i concorsi pubblici, le procedure di selezione del personale, i procedimenti di valutazione scolastica o di accesso a un corso di studi, gli esami universitari o di abilitazione professionale, o qualsiasi procedura dove si valuta l’idoneità o la competenza di un soggetto in un determinato ambito professionale o culturale. Coinvolgono raramente “poveri cristi”, più spesso “figli di papà”, talora altolocati (vale la pena ricordare, seppure di sfuggita, che si può rapidamente e clamorosamente cadere dalle alte vette, specialmente quando #staisereno).
La raccomandazione che agisce su queste procedure introducendo un criterio di valutazione estraneo ai criteri logici ordinari, che dovrebbero puntare a scegliere i più preparati e i più idonei. Questa caratteristica la distingue da altre pratiche apparentemente simili, ma eticamente legittime e socialmente funzionali, come la presentazione di un allievo, da parte di uno scienziato a un altro scienziato, affinché l’allievo prosegua con il secondo scienziato il percorso di ricerca già intrapreso con il primo. In questo caso, infatti, l’azione dello scienziato “raccomandante” non prescinde affatto dalla qualità del “raccomandato”, testata appropriatamente attraverso l’esperienza di ricerca. Per sincerare l’esistenza di una vera “raccomandazione” occorre dunque comprendere la natura dei rapporti tra i soggetti coinvolti, e chiarire se la natura di questi rapporti sono tali da introdurre, nel processo di valutazione, criteri estranei a quelli del merito e della capacità del valutando.
Quando la raccomandazione ha buon esito e il candidato è insediato nel posto di lavoro da lui richiesto, può succedere che gli venga segnalato dall’ex raccomandatario un nuovo candidato da favorire, aprendo così una catena che è molto difficile interrompere, ma che finisce spesso per premiare candidati impreparati o inadatti a quella mansione a danno di altre persone che avrebbero i titoli e la preparazione ottimale per accedere, ma che si vedono esclusi a priori dall’accesso. La raccomandazione viaggia spesso attraverso circuiti familiari (nepotismo): un parente può essere favorito da un membro della stessa famiglia che occupa una posizione importante in seno a un istituto della pubblica amministrazione, un ente privato o una struttura confessionale, se in tali istituzioni esistono soggetti in grado e propensi a favorire dei loro protetti e manchi la vigilanza delle istituzioni. Di padre in figlio, da figlio ad amico, da amico ad amico imbecille: la catena della raccomandazione ha tanti anelli deboli, che vengono rinforzati dalla “logica del gruppo chiuso di occupazione”.
Questa pratica danneggia quindi meritocrazia e efficienza che dovrebbero essere sempre alla base delle assunzioni e della gestione: l’accesso di nuovi assunti non in grado di assolvere ai requisiti richiesti può causare una diminuzione o un danno alla produttività e all’efficienza di una struttura, mentre in molti casi la macchina burocratica della stessa diventa più lenta per la presenza di personale assunto ad hoc in numero eccedente rispetto alle necessità effettive. Talvolta il raccomandatario, se in una posizione molto influente, può addirittura indire un concorso o una serie di colloqui per posizioni per esaudire le necessità del raccomandato.
La maggior parte delle raccomandazioni sono da considerare una vera e propria piaga sociale che danneggia alle fondamenta il sistema sociale ed economico, incentivando la “fuga dei cervelli”, minando la competitività del sistema produttivo, incentivando l’inefficienza, gli sprechi e l’illegalità nella pubblica amministrazione e contribuendo a diffondere un’atmosfera di sfiducia e scarsa propensione al lavoro e allo studio.

Sine qua non.

PRJ #1 – Dimezzare il costo dell’energia – Bozza

Fantaprogretto Italo-Europeo #1: dimezzare il costo dell’energia

  • Obiettivo: riduzione del costo dell’energia del 50%
  • Metodo: QE fiscale focalizzato
  • Organizzazione delle risorse:
    • Infrastruttura: una rete di Centri di Ricerca sul territorio italiano, naturalmente parte del network internazionale Read more

#Regole è la parola ambigua del giorno

Non mi è chiaro come noi italiani , noi umani, scegliamo la Cosa Giusta.
Quella che serve nel momento critico.
Quella che serve quando le regole imposteci dall’alto non non sembrano la Cosa Giusta.
Quella che serve per cambiare le regole che vengono dall’alto.
Forse seguiamo una regola che viene dall’alto anche quando dobbiamo cambiare le regole.

Talvolta ho l’impressione che associamo due diversi significati alla parola “regole“:

A) Un comando che viene dall’alto. Una sorta di obbiettivo, una Cosa Giusta, che qualcuno sceglie per nostro conto. È sufficiente eseguire fedelmente le regole, la burocrazia per raggiungere un obbiettivo che non abbiamo avuto la possibilità, la voglia di scegliere. I Cittadini che trovano più sicuro, più comodo, meno faticoso seguire un capo, quasi certamente non discutono sugli obbiettivi ed eseguono le regole-comando.

B) Un modo efficiente (processo) per arrivare in sicurezza all’obbiettivo. I Cittadini che “arrogantemente”  preferiscono scegliersi da sè i propri individuali obbiettivi, la propria Cosa Giusta, prediligono questo significato e inorridiscono  al significato “regole-comando”. Definiscono da sè il proprio obbiettivo, la prorpia Cosa Giusta, e anche le regole-efficienza per arrivarci.

Il problema di cosa sia la Cosa Giusta, l’obbiettivo, però è ancora irrisolto.
Ci soccorre Platone. Ogni problema ha tre soluzioni: la mia soluzione, la tua soluzione e la soluzione giusta.
Ecco allora: la Cosa è Giusta quando lo decidono quelle persone intorno a noi che vi hanno interesse. La Cosa Giusta non necessariamente è la Cosa Buona.

#Resilienza è la parola ambigua di oggi

La mia stima per Severgnini diventa più grande quando include qualche pensiero divergente. Servergnini, nel suo Italians e in molte altre circostanze, attribuisce agli italiani una positiva caratteristica: la resilienza. Nel mio piccolo, anche io credo che gli italiani siano collettivamente resilienti. Purtroppo non credo che la resilienza sia una qualità caratteriale positiva. Severgnini associa alla parola significati quali “determinati”, “tenaci”, “resistenti”. Sfortunatamente essi non sono sinonimi, ma piuttosto attributi, della caratteristica distintiva della parola: “capace di tornare alla forma iniziale nonostante le forze che ne hanno cambiato la forma”.  Allo stesso modo di una molla che, prima compressa, tende a tornare alla sua forma iniziale. Interpretazione molto diversa da quella di Severgnini. La definizione che si trova nei dizionari, e nei manuali di ingegneria, sposta il significato verso:

  • resistente al cambiamento
  • yes but…al momento sembro accettare il cambiamento, ma solo per tornare alla mia precedente posizione
  • cambiare tutto per non cambiare nulla
  • fare ammuina.

Insomma far credere al prossimo di accettare il cambiamento dissimulando i propri intenti e puntando invece a lasciare tutto com’è. Una sorta di inganno per rinviare e evitare che il camboamento avvenga davvero.

A me pare una caratteristica ingegneristicamente utile, ma una pessima caratteristica delle personalità ingannevoli e ingannanti che impediscono ogni forma di evoluzione.