#Rivoluzione

La parola ambigua di oggi è rivoluzione.

Alla parola rivoluzione le papille gustative sembrano percepire un sapore positivo, dolciastro, un riflesso pavloviano, quasi fisiologico, eccitato. Forse dipende da quella adrenalinica sensazione di potersi ribellare alle imposizioni del prìncipe e alla sudditanza.

Avrebbe potuto essere così uno o due secoli fa. Ma ora sappiamo che quasi tutte le rivoluzioni seguono un percorso feroce e terribile.

  • Governanti vanitosi, avidi, incapaci perfino di perseguire i propri personali obiettivi, comprimono la qualità della vita dei propri concittadini a tali livelli di insopportabilità da costringerli alla violenza.
  • Parte allora la rivoluzione che consiste prevalentemente nella parossistica caccia e sanguinosa distruzione del Prìncipe e dei suoi compari.
  • La violenza rivoluzionaria genera disgregazione sociale e caos. Le persone più carismatiche emergono perché sembrano rappresentare la nuova società, più uguale e più solidale.
  • A quel punto il nuovo potere, che emerge dal caos, deve dimostrare di saper garantire la romantica uguaglianza e solidarietà; più concretamente deve alzare la qualità della vita.

Mission impossible.

Lo dimostra la mitizzata rivoluzione francesce che sostituì un potere centralizzato con uno ancor più centralizzato, grande quanto quasi tutta l’Europa. Il metodo fu la guerra. Un’altra sequenza di guerre fu necessaria per eliminare quella forzata e mai gradita uniformità. La restaurazione sembrò essere la soluzione più accettabile per tutti; gli ingredienti furono: a) qualche piccola libertà in più b) la rinuncia al grande romantico, utopico, illuministico sogno di libertà assoluta c) una nuova stabilità entro la quale i cittadini potevano ricominciare ad arricchirsi e a vivere secondo i loro usi.

La storia ripetè la sua grande lezione: le persone rinunciano alla stabilità solo se costrette. La stabilità è (quasi) sempre preferita alla libertà.

Il ‘900 fu il secolo delle rivoluzioni e degli psicopatici. Le guerre “riparatrici” si moltiplicarono su scala planetaria. Sangue mondiale come mai si era mai visto prima.

Non è da escludere che quel sapere dolciastro indotto dalla parola rivoluzione, non sia veramente il desiderio della libertà, ma sia il ricordo del sapore della paura e del sangue.

Non tutte le popolazioni però hanno avuto bisogno di azzeranti rivoluzioni. I paesi del Nord Europa per esempio hanno subito un basso tasso di rivoluzioni. Senza rivoluzioni sono riuscite, con una straordinaria trasformazione: a diventare democrazie ad alto GDPpercapita. Fra le più ammirate democrazie. Il cambiamento è stato così progressivo che a tutt’oggi non sentono la necessità di cambiare categoria e vanno orgogliose di essere Regni.

Quelle popolazioni, quei governanti, hanno adottato metodi di amministrazione pragmatici, flessibili, “evoluzionari”. A mente aperta hanno accettato i singoli cambiamenti così come si sono presentati, senza alcuna progettualità centralizzata. Ad ogni singolo cambiamento hanno fatto esperienza per cambiare ancora poco dopo. Hanno mostrato quella darwiniana capacità di adattarsi tempestivamente al divenire delle cose, delle menti, dei cuori.

Una domanda: come mai noi mediterranei guardiamo, spesso con una certa invidia, il modello franco-germanico (tradizionalmente portatore di idee rivoluzionarie) invece di studiare le democrazie Nord Europee?

#Contribuente

Anche se non lo credete, “contribuente” è una parola ambigua. È decisamente bifronte, dall’alto in basso. Da sinistra e da destra la prospettiva sembra invece essere la stessa: riscuotere quanto più possibile, dove è più facile riscuotere; dove non si riesce, indebitare i giovani di oggi e di domani; con la motivazione che è “la legge della concorrenza con gli altri Stati” (n.d.r. destra, sinistra e populisti concordano che questo sia un appropriato uso della parola concorrenza; la storia invece ci spiega in che modo questo genere di concorrenza si sia risolto nella maggior parte dei casi).

Nei dizionari italiani viene rappresentato, quasi esclusivamente, il punto di vista dall'”alto”. Gli esempi:

  • Il contribuente è un soggetto che, ai sensi del diritto tributario statale, è tenuto al versamento di tributi, contribuendo così al finanziamento delle casse dello Stato ovvero alla copertura delle sue uscite finanziarie (spesa pubblica).
  • Il Contribuente è più specificamente designato come il soggetto passivo al quale fanno capo le posizioni giuridiche soggettive sia positive (diritti) che negative (doveri) nei confronti del Fisco (amministrazione tributaria), in relazione ad un’obbligazione di imposta (imposta è quel tributo che si caratterizza per la sua funzione tipica di attuare il concorso alla spesa pubblica). (n.d.r. notare che imposta è una parola per niente equivoca, è proprio “imposta dall’alto”)
  • Contribuente è chi deve, a norma di legge, pagare le tasse.
  • contribüènte è chi paga tributi di qualsiasi genere e, in partic., chi (persona fisica o giuridica) paga imposte e contributi prelevati coattivamente dagli enti pubblici.
  • Contribuente è cittadino in quanto tenuto a pagare il suo contributo allo Stato sotto forma di tasse e imposte

Non crediamo sia necessario dilungarsi molto sul concetto secondo il quale contribuire più che dovuto è comandato e sul concetto che il contributo va a beneficio dello Stato. I dizionari sono chiari: il cittadino contribuisce e lo Stato incassa.

Il contribuente suddito – Il rapporto di sudditanza è chiarissimo. La sudditanza è ancora più palese nell’aleatorietà della tassazione e nella raccolta delle imposte. Lo Stato non è affatto in grado di imporre le tasse a tutti, semplicemente le esige da coloro che ritengono giusto pagare le tasse o non sono nella condizione di evaderle. È notoria l’iniquità dello Stato verso chi paga il dovuto; è notoria tanto quanto la sua distratta inefficacia nella ricossione verso gli sfacciati che non hanno alcuna intenzione di contribuire.  In altri termini, lo Stato si manifesta come una forza verticale, iniqua, brutale. Nella guerra fiscale fra chi non intende pagare e lo Stato, ci deve essere qualcosa che non va, perchè lo Stato, che dovrebbe essere più forte,  perde invece abbastanza frequentemente. Ci ripromettiamo di esplorare il punto in un altro momento. Al contrario non possiamo, nè vogliamo, dimenticare l’area grigia di persone che ritengono giustificabile non pagare le tasse per ragione della rabbia che i taxpayer provano ogni qual volta vedono i loro sudati soldi sperperati nella corruzione e nell’arrogante inefficienza oltre che dell’iniquità di trattamento fra “presunti pari”. Sull’imposizione fiscale e sulla riscossione lo Stato si manifesta come un sovrano forte e arrogante; oltre che irrispettoso, anzi disinteressato all’equità fra cittadini “presunti pari”.

Che questo sia il modello civico più diffuso e ampiamente praticato, è nei numeri. È un pò meno chiara, anzi è proprio opaca, la motivazione per la quale anche moltissimi cittadini gradiscono il modello sudditante. Qualcuno azzarda che rubare all’intermediario, lo Stato, pesi meno sulla coscienza che rubare direttamente ai concittadini. In effetti, se così fosse, lo Stato sarebbe un modello  di esattoria coerente con le aspettative dei cittadini che maggiormente interloquiscono con lo Stato. Una vasta parte del Paese, a destra e a sinistra, accetta volentieri il sistema verticale con le sue “apparenti” disfunzioni. Molti traggono vantaggi notevoli, diretti (evasione) e indiretti (spesa pubblica dirottata nelle loro tasche). Pochi sembrano apprezzare la “pariteticità” e la “responsabilità”.

Il contribuente sovrano – Il più noto dei modelli che riflettono il significato “di pariteticità e di responsabilità” è chiamato: “No representation without taxation”. Assomiglia ad un patto fra pari espresso con una frase idiomatica che si potrebbe tradurre più o meno così: Cittadino, tu puoi chiedere un servizio agli altri cittadini a condizione che tu contribuisca alla copertura del suo costo. Insomma ogni cittadino chiede cooperazione agli altri cittadini, da pari a pari. Pariteticità. Il Cittadino sovrano sottopone ad altri cittadini sovrani un’idea, una necessità, una proposta.

Il concetto è di modesta comprensibilità e di scarso successo nel nostro Paese, forse a causa di un altro più intuitivo e comprensibile  principio (più diffuso e meglio accetto): è più comodo spostare i soldi dalle tasche degli degli altri alle proprie, che creare valore per sè e per gli altri. (cfr Cipolla).Vorremmo sottolineare che tutto ciò ha ben poco a che fare con la solidarietà; si tratta infatti dell’antichissimo, storico modello socio-economico a-somma-zero (*), spacciato per generoso e ospitale dalla vulgata familistico-tribale per dissimulare il suo profondo egosimo.

Il post è stato stimolato da questo articolo  “No representation without taxation”.

Mentre questo articolo dell’Economist analizza il fenomeno ben oltre il quasi inesitente dibattito italiano in materia.

(*) I giochi a somma zero non cambiano la somma totale posseduta dai giocatori; cambia invece la sua distribuzione fra i giocatori.

 

 

 

#Identità

È il 1998.
Un distinto signore pianifica un viaggio turistico per l’Europa Centrale (Svizzera, Austria, Germania); richiede agli appositi uffici visti turistici di tre mesi. Presenta allo scopo il suo passaporto con una foto in cui appare fin troppo serio, il numero identificativo del documento è ben visibile, la firma del funzionario statale sovratimbrata, composizioni olografiche e striscioline metalliche molto “security” rendono quasi allegro il documento. Un’infinità di dettagli tecnico identificativi possono essere evidenziati in molti diversi modi, dai raggi ultravioletti, all’esame visivo dei timbri e della scrittura a mano. Il passaporto è quasi nuovo, per cui se ne leggono bene tutte le parti, anche quelle utilizzate attraversando altri confini.
Il viaggiatore, ottenuti e come d’abitudine meticolosamente verificati i visti, percorre con la consueta precisione e attenzione tutti i luoghi previsti dal suo itinerario.
Al compimento del tour, all’aeroporto, il distinto signore presenta il suo colorato, metallizzato superverificabile passaporto del British Honduras ed è immediatamente arrestato.
Il funzionario, appassionato di geografia, sa che il British Honduras non esiste.
Storia vera.

Appartenenza

Per un tempo lunghissimo l’umanità è vissuta con successo anche senza la CI (Carta d’Identità). Nel lunghissimo tempo che ci unisce ai nostri lontanissimi avi, il senso dell’identità (essere omologhi ai propri familiari o alla propria etnia) è sempre stato tanto profondo e radicato che quando si è sentita la necessità di un documento ID è stato chiamato “Carta d’Identità”. Quel documento certifica l'”identità” di chi si riconosce l’uno nell’altro.  Si dice che fu Napoleone ad inventarla, ma non funzionò; pare a causa delle insufficienti tecnologiche, organizzazione e “durata” dell’impero. Da allora quasi tutti i tentativi ebbero l’intento di “certificare l’appartenenza”. La Carata d’Identità è prevalentemente servita a separare gli “identici” di una etnia, omogenea anche nella religione, da altre etnie, inevitabilmente inferiori moralmente e fisicamente. “Noi buoni” con diritti superiori e “loro cattivi” praticamente senza diritti.

La Carta dei Diritti umani del ’48 e molte Costituzioni uscenti dalla WWII dichiarano che le democrazie sono il luogo delle diversità religiose, somatiche, etniche, di opinione, di lingua e inoltre che il diritto del singolo individuo prevale su qualsiasi organizzazione a partire dalla famiglia per arrivare allo Stato. Ciò nonostante, fino a tempi recentissimi, sono sopravvissute usanze e leggi di “appartenenza”  che forse ancora sopravvivono.  Ad esempio fino a pochissimo tempo fa, il 2010, in Italia la carta d’identità non era necessaria per i bambini e i ragazzi al di sotto dei 14 anni; si dava infatti per scontato che essi “appartenessero” ad una famiglia e, non tanto più indietro nel tempo, al capofamiglia.

Entro in confini nazionali la CI serviva dunque a distinguere i cittadini di classe A, con pieni diritti pieni da quelli di classe B, con diritti limitati, generosamente e paternalmente “accolti” da quelli di classe A.

Il distinguo, che esisteva fin da prima dell’antichità, aveva creato un paradosso. Prima dell’era della democrazia, gli stranieri potevano essere solo visitatori dotati di “visto” e “passaporto” oppure morti perchè pericolosi nemici o spie nemiche. Gli “stranieri in casa”, essendo stati accolti, non potevano essere trattati da persone inferiori, minacciose e cattive come invece potevano essere trattati gli “stranieri fuori casa”. In tempi antichissimi venne inventata una pragmatica soluzione: la sacra ospitalità. Fino a quando l’ospite era “gradito” ospite in casa, era sacro e intoccabile; più di un amico o di un vicino, ma meno di un parente. Ancora oggi, in molte popolazione permane la cultura della “sacra rituale accoglienza” dell’ospite come fatto straordinario ed eclatante. Nel tempo l’ospitalità è invece diventata normale consuetudine di rispetto, dentro e fuori dei confini della casa e dello Stato, alla pari di chiunque, familiari, amici, cittadini e stranieri.

Nei Paesi, dove da secoli si praticano comportamenti sempre più democratici, come ad esempio nei paesi dove vige la Common Law, si può notare un interessante fenomeno: ai cittadini la carta d’identità risulta istintivamente antipatica. Non se ne conosce la ragione, ma circola l’ipotesi che la libertà individuale includa anche il diritto di cambiare aspetti che invece noi latini consideriamo essenziali. In USA non sono mai riusciti a dare vita ad una CI. Clamoroso il caso UK dove nel 2011 venne abolita e vennero distrutti gli archivi delle CI costituiti a partire dal tentativo del 2006. L’ipotesi, non verificata, alla base del fastidio “identificatorio” pare derivi dall’idea che l’identità sia riconoscibile dalla sola presenza, cioè con l’essere presenti di persona (una sorta di habeas corpus?) e appunto riconoscibili nelle proprie caratteristiche visibili. Non è compito dell’individuo farsi riconoscere, ma è chi lo richiede che deve “identificare”. Il fastidio della “registrazione” pare stia nell’intolleranza verso lo “Stato che tutto controlla”. In quelle culture vengono preferiti strumenti di identificazione correlati alle specifiche “necessità di servizio” quali il “numero della previdenza” (USA), o la patente di guida o il passaporto.

Con l’esplosione del traffico passeggeri dopo la WWII e con l’inizio dell’era del terrorismo, per ragioni di sicurezza si è reso necessario svolgere accurati controlli di identità. Quasi la totalitò dei cittadini consapevolmente si sottopone alla registrazione informatica dei propri dati come l’anagrafica, la fotografia, le impronte, la retina, la forma del corpo e del viso. Il fabbisogno di sicurezza ha fatto passare in seconda priorità un principio di libertà, declinato forse più teoricamente che utilmente. La registrazione della propria identità è divenata uno strumento di sicurezza individuale e collettiva. L’uso di identità rubate, o false, è diventato reato in quanto sintomo concreto di crimini contro la persona, i più gravi. Anche il mancato riconoscimento nelle situazioni topiche è diventato sintomo di voler nascondere le proprie intenzioni pubbliche.

Senza entrare nel merito di quanto sia eticamente corretto farsi riconoscere o pretendere di riconoscere, il significato di “identità” è passato dall’ “appartenenza” alle “caratteristiche specifiche del singolo individuo”, tali appunto da definirne la singolarità identica solo a sè stessa.  La singolarità consente di dimostrare di essere individualmente titolari dei diritti umani e dei diritti acquisiti in virtù della Costituzione del Paese del quale si è cittadini o del Paese nel quale si transita.

#Produttività è la parola ambigua di oggi

L’ambiguità: la produttività è uno degli indicatori che misurano la progressione verso l’aumento della ricchezza e dei compensi per capita (GDPpc – PIL per capita). Non vi è una dimostrata correlazione, ma le rilevazioni sulle percezioni e le statistiche quantitative indicano che, dove ricchezza e GDPpc sono alti, anche la qualità della vita è alta.

Potenti lobby invece rappresentano la produttività come “esasperata ricerca di efficienza a spese dei lavoratori”; ne fanno una parola esteticamente brutta, evocativa di negoziazioni che si svolgono in atmosfere cupe e cariche di pesanti emozioni e contrasti. Vi partecipano i lobbisti sindacali di varie categorie (es: gli imprenditori grandi, medi, piccoli, individuali, i lavoratori subordinati, i pensionati, e tante altre categorie), articolate per settori privati e pubblici. Spesso sono fra di loro controparti, per esempio imprenditori e lavoratori subordinati.  Alcuni lobbisti sono molto potenti e altri poco efficaci. Spesso i lobbisti chiamano, o pretendono, la presenza degli AP per “mediare” fra sugli interessi delle parti. In realtà sono coinvolti per convincerli a distribuire i soldi dei cittadini-tax-payers un po’ all’una e un po’ all’altra parte. Talvolta, quando la rappresentanza sindacale riguarda i dipendenti pubblici, gli AP svolgono il ruolo di parti, controparti e arbitri in una grande kermesse (parola non casuale) di convergenza di interessi. I terzi incomodi, ma paganti, non sono invitati e non si capisce chi dovrebbe rappresentarli nel grande gioco del rubamazzetto. Prima, dopo e durante le negoziazioni, vengono ritualmente ripetuti slogan messi a punto in decenni di esperienza sciamanica.

Nei recenti decenni l’indicatore “produttività” è cresciuto modestamente o per nulla. Mentre in Paesi simili il GDPpc ha continuato a crescere. I campioni della crescita, invece di essere ammirati ed emulati, sono odiati; il fatto e il perché sembra il risultato di comportamenti antropologicamente indirizzati (come l’odio per il per il più bravo della classe o del più sfortunato); ma questa è un’altra storia. I numeri dimostrano che lo scopo delle negoziazioni è solo apparentemente proteggere e accrescere i compensi (GDPpc); è invece rituale e di facciata. Lo scopo reale è l’interesse delle lobby: ricevere dagli AP privilegi, soldi e benefici asimmetricamente rispetto agli altri cittadini. Gli AP, fino a pochissimo tempo fa, spendevano allegramente i soldi raccolti con le tasse, accrescendo i privilegi di molte categorie di cittadini a scapito di altre e il risultato lo vediamo nella sventura che grava prima di tutto sui giovani.

Sebbene a molti di noi sembri di conoscere il senso della parola “produttività”, la coscienza ci sollecita a farcelo spiegare per bene alla prima occasione, ma soltanto in un giorno nel quale siamo sufficientemente ottimisti da sopportarne il peso. Se questo non è il giorno giusto, non proseguite la lettura.

Consultando i dizionari scopriamo che la “produttività” è la proporzione percentuale fra input (l’immesso) e output (il prodotto) di un’impresa o di un intero Paese. In italiano non esistono termini econo-tecnici più efficaci di quelli inglesi “input” e “output”. Superata questa difficoltà linguistica, il senso generale dell’indicatore è intuibile, ma non sempre, non per tutti e specialmente nelle sue implicazioni e conseguenze. Per esempio non è immediato collegare il rapporto input/output con l’interpretazione: “esasperata efficienza ottenuta a spese dei lavoratori”. Nei fatti non vi è esasperata efficienza, e nemmeno a spese dei lavoratori. Vi è invece una bassa produttività del Paese a spese di tutti i cittadini, specialmente i giovani. Non è nemmeno immediato riconoscere che la produttività riguarda anche i singoli cittadini e non solo le associazioni (link) (gruppi, società, ecc).

La paradossale, e mostruosa, ambiguità sta proprio qui, nel fatto che tutt’e tre le parti sono (per almeno una di esse, speriamo di poter dire “erano”) concentrate nel tenere bassi i compensi reali.

Anche l’abuso della parola “produttività” è sintomo di volontario, e colpevole, dirottamento dell’attenzione dei cittadini. Infatti il “mistero” riservato agli addetti ai lavori, la cupa e sciamanica percentuale econo-matematica viene preferita all’espressione “creazione di valore”, di più immediata intuitività oltre che più ottimistica. Sfortunatamente accade che in molti, e vasti, gruppi anche la “capacità di creare di valore” sia interpretata come qualità sociale negativa. Questo schema di valori lo si trova nelle società nelle quali coesistono:

  1. scarsa capacità di produrre valore aggiunto
  2. il modello “economico a somma zero” nel quale “creare valore” è distorto sinonimo di “ridistribuire” il patrimonio totale a proprio beneficio a danno degli altri.

I metodi economici applicati in quelle società spaziano dall’illegalità, che è però normalmente praticata (furto, corruzione, …), all’abuso della forza e del potere (privilegi, sussidi, benefici asimmetrici, …). In un simile contesto, l’indicatore produttività non può che essere un argomento fastidioso.

Al contrario, in un contesto economico dove conta il valore aggiunto, le statistiche sulla produttività mostrano la misura di tutto il “valore aggiunto” e non solo di quella parte di efficienza ottenuta contenendo i compensi del lavoro.

La confusione è ampia e dolosa, ma colmare il divario si può. Cominciamo dalla complicata frase: la “produttività è uguale al valore aggiunto in proporzione all’input”. Più semplice e intuitiva è l’espressione “valore aggiunto (output – input)”, che possiamo anche tradurre nel colloquiale “comprare bene e vendere meglio”.

  1. Comprare bene (minimizzare l’input): la capacità di acquistare (beni e servizi, escluso il lavoro) al minor prezzo possibile (inclusi tutti i costi accessori quali la logistica, l’amministrazione, ecc) è senz’altro una delle capacità essenziali per lo scopo
  2. Vendere meglio (Massimizzare l’output): ancora più essenziale è la capacità di applicare il più alto prezzo possibile all’adeguata quantità adeguata di venduto. Vendere meglio dipende in primis dalla qualità del manufatto (prodotto o servizio) che a sua volta dipende dalla densità di “sapere” e saper fare accumulato nei processi, negli impianti produttivi, ma specialmente nelle persone. Più le persone sono preparate, più alto è il loro compenso. Quest’ultimo è pagato da clienti soddisfatti di acquistare prodotti e servizi di qualità (intendiamo sempre “qualità relativa”, cioè rispetto a prodotti simili)
  3. Il Lavoro – La maggior parte della conoscenza è patrimonio liberamente accessibile (la ruota, il fuoco, il sapere di informatica, ecc). La capacità di massimizzare l’utilizzo delle “conoscenze libere” è ovviamente un fattore sia di minimizzazione del costo dell’input sia di aumento del valore dell’output. Le società meglio organizzate e più efficaci hanno investito molto:
    1. sulla distribuzione delle conoscenze libere (ad esempio via internet o via scuole e università)
    2. sulla costruzione di conoscenze (libere o proprietarie) addizionali con la ricerca e sviluppo.

Maggiore è la densità di conoscenze accumulate nel più vasto numero possibile di persone, maggiore è il numero di persone che singolarmente aggiungono valore sia per sé (conoscenze proprietarie) che per gli altri (conoscenza libere). Quasi tutti possono contribuire ad aumentare il valore aggiunto, la qualità e l’innovazione dei prodotti, dei servizi, delle reciproche relazioni (massimizzazione dell’output). Anche una buona e gradevole relazione è valore aggiunto. Non è obbligatorio che tutti contribuiscano, ma vi sono culture (per esempio quella protestante) nelle quali il lavoro è addirittura un fondante elemento religioso.

Le persone contribuiscono, sempre applicando le loro conoscenze, anche all’efficientamento dei processi per la produzione (minimizzazione dei costi – input) sempre utile, ma assolutamente indispensabile per i manufatti scarsamente innovativi come ad esempio lo zucchero.

Abbiamo sostanzialmente prefigurato:

  • Un “circolo efficienziale” che riesce a creare un po’ di valore aggiunto a condizione di riuscire a vendere manufatti, non particolarmente distintivi, a prezzi più bassi della concorrenza. Si tratta di manufatti prodotti con alta automazione, ad alti volumi e con poche persone peraltro preparate il minimo necessario e quindi pagate altrettanto al minimo. Il circolo efficienziale tende ad abbassare il prezzo fino allo scomparsa del manufatto o a stabilizzarsi al minimo prezzo di sussistenza (anche per le persone che vi lavorano).
  • un “circolo virtuoso” di creazione di valore aggiunto (link): il maggiore valore aggiunto si ottiene progettando e producendo manufatti di qualità, venduti a prezzi alti. Perché ciò sia possibile servono persone preparate, capaci di progettare, produrre e vendere qualità; sono persone ben compensate dal valore aggiunto che producono in un “circolo virtuoso”. Il circolo virtuoso si esplicita in Paesi nei quali il costo della vita è alto e la qualità della vita è alta. Restano tali se riescono ad accrescere costantemente le conoscenze libere e proprietarie della loro popolazione.

Non vi è una mutua esclusività dei due “circoli” economici, ma è evidente che il prevalere numerico, di individui o imprese, che operano in un “circolo efficiente” abbassa il GDPpc condannando tutti ad una progressiva decrescita. Il che si traduce in un numero crescente di persone a basso reddito, o nullo, rispetto al numero di persone ad alto reddito. Il divario si trasferisce anche nella distanza fra redditi alti e bassi. La “globalizzazione” ne è un efficace esempio, seppure al contrario. Le popolazioni con GDPpc più elevato hanno ceduto conoscenze a enormi masse di persone a basso GDPpc; esse hanno prodotto a prezzi più bassi nel contempo aumentando il proprio GDPpc. Anche i Paesi cedenti ci hanno guadagnato perché hanno risparmiato spendendo meno sugli acquisti di prodotti poco innovativi. In effetti il GDPpc mondiale si è molto uniformato e probabilmente procederà in questa direzione. Un circolo efficienziale avrebbe impoverito i più poveri e i ricchi sarebbero apparsi più ricchi, essendo tutti comunque più poveri. Strano che i fan della decrescita e del socialismo reale non si siano accorti del fenomeno quantitativo. Forse se ne accorgono solo quando i sistemi crollano. L’Unione Sovietica di prima degli anni ’80 e la Cina di prima degli anni ’70, sono fra i più notevoli esempi di applicazione massiva del circolo efficienziale. Hanno sbagliato il modello economico e sono crollati per ragioni economiche. Ma sono anche esempi notevoli di inversione di strategia con ottimi risultati.

In conclusione, è un grave errore, e mistificazione, presentare la produttività come: “esasperata ricerca di efficienza a spese dei lavoratori”. La produttività è invece uno degli indicatori che misurano la progressione verso l’aumento dei compensi medi, cioè verso una più alta qualità della vita dei cittadini.

L’andamento della produttività indica anche il prevalere dell’efficienza o della creazione di valore facendo scattare i segnali d’allarme quando il trend della produttività scende o resta piatto. Le lobby continuino a fare il loro lavoro al ribasso. Invece noi cittadini a cosa vogliamo puntare?

#”Il conflitto di interesse” è l’espressione ambigua di oggi

La democrazia si fonda sulle convergenze di interesse. Il conflitto di interesse è una forma di convergenza di interesse, sgradita.

L’espressione “conflitto di interesse” ha in sé una carica esplosiva di irrisolta ambiguità.

Molti sembrano sapere con chiarezza cosa intendono per “conflitto di interesse”.   Ma sono piuttosto scarse le definizioni razionali e ben argomentate. I dizionari non aiutano quasi per nulla.
Accade spesso con le parole profondamente infisse nella parte più primitiva del nostro cervello; in quel luogo dove vivono parole che non hanno nulla di ovvio e che comandano i nostri comportamenti fondamentali. Read more

#Partecipare è la parola ambigua di oggi. Partecipare non è parlare abdicando, ma è contribuire in concreto

Mentre nelle democrazie avanzate alla rappresentatività si sta progressivamente sostituendo la partecipazione e alla delega subentra l’intervento diretto reso possibile dalla tecnologia, in Italia si continua a privilegiare un modello sociale che valorizza l’appartenenza, la provenienza e l’albero genealogico.
Quando, però, «le appartenenze contano più dei diritti e dei doveri di cittadinanza si riduce il suo tasso di democrazia e le libertà individuali sono cellule tumorali da anestetizzare col pretesto dell’asimmetria.La stessa esperienza dei referendum sta lì a dimostrare quanto il cittadino sia invocato come spettatore ma sia sgradito quando pretenda di essere un interlocutore. Anche quando si raggiunga un «quorum» che il legislatore cerca di rendere sempre più irraggiungibile chi è insediato al vertice vanifica, con disinvoltura, gli effetti dei referendum. Così, ad esempio, in spregio alla volontà popolare, che si era espressa per la soppressione del Ministero dell’Agricoltura, un Parlamento compatto lo ha ricostituito con la denominazione di Ministero delle Risorse Agricole attribuendogli la stessa sede, le stesse competenze, le stesse strutture e la stessa inutilità. Così furono neutralizzati gli effetti del referendum del 1993, che aboliva il finanziamento pubblico dei partiti, sostituendolo con un meccanismo di rimborso elettorale che lo ha fatto rimpiangere, e quelli del referendum, promosso dai radicali nel 1995, in cui gli italiani si espressero contro la trattenuta automatica dei contributi dalla busta paga a favore dei sindacati, vanificato inserendo l’obbligo della trattenuta nei contratti collettivi di lavoro. Questa democrazia consegna il cittadino allo «sfruttamento» delle categorie organizzate, ignorandone e calpestandone la volontà sempre e comunque. Non c’è alcuna circostanza in cui sia valorizzato l’apporto dei singoli individui, il cui interesse è solo un pretesto per moralizzare scelte immorali. Il singolo conta solo in virtù di un’affiliazione come dimostra chiaramente la vicenda dell’applicazione per smartphone (Uber) in cui la categoria organizzata dei tassisti è privilegiata nei confronti degli interessi dei cittadini, non organizzati seppur più numerosi, che attraverso l’app vorrebbero arrotondare e degli altrettanti che vorrebbero spostarsi a costi contenuti. Questo modello organizzativo della società ignora l’individuo e lo consegna legato allo sfruttamento delle lobbies. Così ognuno deve appartenere a qualcun altro e se vuole contare è costretto ad affiliarsi. E pensare che le istituzioni dovrebbero tutelare gli interessi generali e non quelli costituiti…

Riccardo Cappello www.ilcappio.com

#Disuguaglianza è la parola ambigua di oggi

La minacciosa parola “disuguaglianza” risuona e riverbera seminando indignazione e ostilità per le diseguaglianze.

Il richiamo alla maggiore uguaglianza è costantemente rinforzato dal Presidente della Repubblica, dal Papa e da numerose altre forze sociali, politiche, civili ed economiche. I media ci informano delle quotidiane disuguaglianze (etero-religiose, etero-etniche, etero-qualsiasi cosa) ragione di immense tragedie.
La disuguaglianza è il problema numero uno che minaccia la coesione sociale. Read more

#Scandalo è la parola ambigua di oggi

Anticamente lo “scandalo” era il paletto che faceva scattare la trappola. In greco, ma anche in latino, scandalo vuol dire “inciampo”, “ostacolo” e appunto anche “insidia”.

Nei dizionari dei tempi moderni, troviamo una certa uniformità di significato che proviamo a sintetizzare: È la notizia, l’inopportuna pubblicità, il clamore da tenere invece sotto silenzio nell’invisibilità; lo scandalo turba la coscienza, propria e altrui, a proposito di un comportamento contrario alle consuetudini. Specialmente se coinvolge persone di posizione elevata o comunque in vista. Read more

# “Corpi intermedi” è l’espressione ambigua di oggi – Gli ultracorpi intermedi

Da piccolo sono stato impressionato dal film “gli ultracorpi”. Ancora oggi quando sento parlare di corpi, specie se intermedi, mi spavento.

I corpi intermedi sono fatti della stessa materia dei poteri forti. I poteri forti sono entità animistiche, nascoste nelle foschie dei boschi, che si rivelano più per gli effetti sul mondo reale che per manifestazione di esistenza fisica. Read more

#GDP (Gross Domestic Product) detto PIL è la sigla ambigua di oggi

Il GDP è una controversa, ma consolidata, misura dei risultati economici di un Paese e, in via indiretta, della qualità della vita dei suoi cittadini.

Una prima critica al GDP riguarda il fatto che misura la “forza” della nazione, ma non il benessere dei suoi cittadini. Per esempio il GDP cinese (9.200 mld) è poco più della metà di quello USA (16.700 mld), ma il GDP-per-Capita cinese è di 6.800 USD, otto volte inferiore a quello USA (53.000). I due esempi a seguire rendono evidenti i diversi andamenti europei del GDP nazionale e del GDP-per-Capita.

GDPeurostat01

Nel “Gross Domestic Product” tutti i paesi sembrano in crescita, con in testa la Germania. Quindi tutto bene.

GDPperCapeurostat01

Nel “GDP-per-Capita” le cose cambiano parecchio; è in diminuzione da almeno vent’anni per tutti i paesi salvo UK che rimane sostanzialmente stabile. La capitalizzazione del GDP annuale sui vent’anni mostra un maggiore arricchimento dei cittadini inglesi. In questo gli AP (Amministratori Pubblici) inglesi hanno fatto meglio di quelli tedeschi e molto meglio di tutti gli altri. UK è il leader nel saper tenere alto il GDP-per-Capita.

Numerose teorie filosofiche ed econo-tecniche concorrono nel sollecitare un più efficace sistema di indicatori per misurare i progressi economici di ciascun paese. Mentre attendiamo il risultato del dibattito e degli studi in corso, pensiamo sia più coerente con la missione di ItaliAperta misurare il GDP-per-Capita che è di maggiore interesse individuale dei cittadini.

Il GDP è prodotto da due principali categorie di “generatori”:

  • Le Imprese (tutte le persone fisiche e giuridiche che creano reddito)
  • Gli AP nelle loro varie articolazioni associative (Nazione, Regioni, province, comuni, enti di vario tipo, ecc)

Patrimonio individuale di ciascun cittadino (persona fisica e giuridica) – È facile misurare il contributo, positivo o negativo, di ciascuna persona/impresa alla formazione del GDP aggregato. Nel tempo sono stati affinati, e ampiamente adottati, principi contabili internazionali che uniformano i rendiconti e li rendono confrontabili. L’utile, il risultato finale di gestione, il “GDP individuale”, viene aggiunto al patrimonio della persona/impresa che ne costituisce la ricchezza individuale. Conseguentemente la somma di tutti gli utili/perdite individuali determina il GDP aggregato, per nazione o per qualsiasi altro tipo di associazione o campione statistico. Anche la somma di tutti i patrimoni individuali compone il patrimonio complessivo privato degli aggregati di interesse.

Patrimonio affidato in gestione dai cittadini agli Amministratori Pubblici – Il valore aggiunto creato dagli AP di qualsiasi ente pubblico (stato, Regione, ente locale, ecc) è ancora più semplice da calcolare: è sempre uguale a zero.

Non è un’affermazione né sarcastica né politicamente avversa. È la ragionevole convenzione internazionale che vale per tutte le amministrazioni pubbliche. La motivazione è semplice, logica, pragmatica:

  1. Gli AP forniscono ai cittadini servizi che non sono pagati ad ogni erogazione secondo un prezzo applicato alla quantità e qualità del servizio reso (*). I servizi pubblici sono appunto pubblici (una parola ambigua per dire che sono messi in comune) spesso a causa della loro indivisibiltà; non possono essere erogati in frazioni unitarie ai singoli cittadini; ad esempio il servizio di difesa nazionale o la costruzione di una strada sono sostanzialmente indivisibili
  2. Gli AP non sentono di dover produrre margine (profitto) con l’erogazione di servizi ai cittadini; giustamente tendono a comportarsi come le associazioni senza fini di lucro. Anche nelle imprese i servizi amministrativi sono centri di costo e non centri di profitto; anche in quel caso le amministrazioni facilitano gli altri a fare meglio il loro lavoro.
  3. Per gli AP non è poi così importante conoscere il prezzo del servizio reso, ma è importante conoscerne il costo in modo da poter fissare ed esigere tasse sufficienti a coprire i costi.

In sintesi:

  • Le persone/imprese trasformano il lavoro in valore aggiunto (profitto) che accresce, sperabilmente, il patrimonio individuale e quindi il patrimonio aggregato
  • Gli AP, per definizione contabile, non producono direttamente valore aggiunto, ma producono servizi il cui valore viene computato diversamente. Il buon funzionamento dell’AP produce beni fisici e servizi che facilitano, rendono efficiente, rendono equa l’economia e la comunità. La parte economica del concetto può non essere immediatamente intuitivo; nelle note tentiamo una spiegazione (**) che si avvale di una reinterpretazione del famoso esempio dello scava-riempi buche.

Su queste sole premesse arriveremmo alla conclusione che tutti gli AP vadano licenziati perché non producono nulla di utile per la comunità. Sarebbe però una conclusione del tutto errata. È ovvio che una contabilità progettata per un’entità “senza scopo di lucro” non rilevi il prezzo di vendita del servizio; e con ciò non computi il differenziale fra costi e ricavi (profitto); e quindi non calcoli nemmeno il valore aggiunto. Il valore aggiunto però esiste ed è il servizio reso alla comunità che si misura con metodi extra-contabili. Molti osservatori globali (World Bank, Eurostat, OCSE, BdI  e i moltissimi altri organismi) misurano e confrontano il buon funzionamento delle AP, la cui funzione è appunto rendere efficiente ed equa la comunità e le sue attività economiche.

Considerazioni finali:

  1. L’AP produce un GDP contabile per convenzione uguale a zero, ma che si può misurare con gli indicatori di buon funzionamento dell’AP
  2. Nelle economie a prevalenza pubblica, come la Grecia, l’Italia e altre, la misurazione del GDP è fuorviante in quanto interpreta una componente secondaria dell’economia, per giunta in modo deformato. Per le economie a prevalenza pubblica è necessaria la lettura integrata, contabile (GDP-per-Capita) ed extra-contabile (indicatori e graduatorie). In questo modo è possibile vedere che paesi con GDP relativamente alto, possono avere un GDP-per-Capita insufficiente (Italia, Grecia, ..). Oppure che paesi ad economia prevalentemente pubblica (piccoli ed euro-nordici) pur con un GDP nazionale basso, godono di un GDP-per-Capita molto elevato e di posizionamenti altrettanto elevati nella graduatoria degli indicatori. Altri paesi meritano un’analisi più attenta degli indicatori. Per poter investire avvedutamente nei punti da migliorare, è necessario avere una visione inegrata contabile ed extra contabile
  3. Sfortunatamente l’Italia non spicca per posizionamenti particolarmente brillanti, nonostante il suo GDP nazionale sia ancora elevato. L’Italia si posiziona, per quasi tutti gli indicatori, ailivello di medietà, sui circa 180 paesi normalmente confrontati; in diversi casi, penosamente in basso.
  4. Nelle economie a prevalenza pubblica la rilevazione del GDP non solo dice poco, ma è sostanzialmente inutile, talvolta ingannevole e spesso manipolato dagli stessi AP in conflitto di interesse con i propri cittadini.

Note

(*) In qualche comunità socialmente evoluta, certi servizi pubblici sono resi ad un prezzo per quantità e qualità. Per esempio nella raccolta dei rifiuti alcune comunità particolarmente avanzate hanno già adottato questi metodi che, pur commisurando il costo del servizio al suo reale utilizzo, consentono di

  1. diminuire gli sprechi
  2. di aumentare l’equità per esempio in termini di servizio universale.

Nella maggioranza dei paesi però, il costo annuale totale del servizio a tutti i cittadini è coperto da una tassa, anch’essa annuale, che si presume bilanci il costo.

 

(**) L’economia dello scava buche

Ipotizziamo che un’impresa (I) ordini di scavare un buco e poi di riempirlo con la stessa terra. La trasformazione richiede lavoro, ma non necessariamente produce valore.

  1. L’impresa-I (privata) produce valore aggiunto per sé solo nel caso in cui il buco-riempito-di-terra venga venduto con profitto. Diversamente brucia valore a scapito del suo patrimonio (il costo del lavoro speso per scavare).
  2. Nel caso l’Impresa-I sia un’Amministrazione Pubblica, la vendita non ha luogo, il servizio prodotto viene reso disponibile senza scambio. I costi sono (nel lungo termine) pareggiati dalle tasse.  Non vi è valore aggiunto (contabile). Salvo pochissimi casi nel mondo, il patrimonio “pubblico”, e le sue variazioni, non entrano nei rendiconti.
  3. In entrambi i casi (punti 1 e 2) la persona/impresa (P) (quella che ha scavato e trasformato la buca) ha venduto il suo lavoro all’Impresa-I producendo valore aggiunto per sé indipendentemente dal valore aggiunto di I.
  4. La somma dei due valori aggiunti di P e di I è il valore aggiunto aggregato. Ipotizzando che il mondo economico in oggetto sia fatto esclusivamente da una persona fisica eda un’impresa-I (pubblica) avremo che P vende il proprio lavoro all’impresa-I e incassa X, l’impresa-I rende disponibile la buca alla comunità (che è composta solo da P), l’impresa-I (pubblica) chiede tasse all’unica persona fisica (P) della comunità per un valore di X il quale serve a pagare il lavoro di chi ha scavato (P). Il risultato è un circolo economico a somma zero. Nessun valore contabile è stato creato. Ma vi è un sottoprodotto: la buca il cui valore non si misura in GDP, ma con altri metodi.

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