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Europa delle regioni: GDPpc (per capita)

Cittadini Sovrani

Questo luogo di dibattito e confronto sulle buone pratice dell’Amministrazione Pubblica nasce nel 2013 da un’idea elaborata da persone di alto profilo civico, professionale, accademico e culturale:

  • Ugo Arrigo (economista, Università Bicocca)
  • Michele Calzolari (presidente Assosim)
  • Benedetto Della Vedova (senatore, portavoce di Scelta Civica)
  • Alessandro De Nicola (avvocato, presidente Adam Smith Society, editorialista Repubblica ed Espresso)
  • Enrico Musso (Presidente di Costituente Liberale, economista ed ex senatore, Università di Genova) –
  • Stefano Parisi (Presidente di Confindustria Digitale, già DG di Confindustria e AD di Fastweb)
  • Maria Elena Olante (assegnista di ricerca dell’Università Cattolica) –
  • Nicola Rossi (economista, già senatore, presidente di Italia Futura, Università Tor Vergata)
  • Alberto Saravalle ( avvocato, socio fondatore dello Studio Bonelli Erede, Università di Padova)
  • Carlo Scarpa (economista, coordinatore Nera, co-fondatore LaVoce.info, Università di Brescia)
  • Irene Tinagli (economista, co-fondatrice e deputata di Scelta Civica, direttivo Italia Futura, Università di Madrid).

Da allora la presenza di Cittadini Sovrani per un’ItaliAperta

 

 

Ginosa

Perché ancora non si conosce il destino dei dipendenti delle Province?

Cosa è successo dall’approvazione della riforma Delrio? A che punto è la riorganizzazione dei lavoratori pubblici?
Tante le domande che negli ultimi mesi sono rimaste senza risposta. Interrogativi spesso alquanto scomodi, se si pensa che dalla loro risposta dipenderà il futuro occupazionale di migliaia di lavoratori impegnati nella pubblica amministrazione.

Molti sono stati i documenti o le leggi approvate nell’ultimo anno, per scandire un processo ancora non avviato e che promette di riservare ulteriori e spiacevoli sorprese ai diretti interessati. Questi ultimi, del resto, si sono accorti già da lungo tempo quanto l’indecisione e il tentennamento delle istituzioni su più livelli possa incancrenire una situazione ancora tutta da sviluppare nei suoi esiti più profondi già annuciati, rivisti, poi avviati e ora in attesa di definizione.
Negli ultimi giorni, poi, a complicare ulteriormente la situazione è arrivata la nuova pronuncia della Corte dei conti, la quale ha confermato ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno per gli addetti ai lavori, come la riforma Delrio approvata dodici mesi or sono non abbia portato ad alcun beneficio sul fronte dei conti pubblici. Un quadro che la legge di stabilità, strappando un miliardo dalla dotazione delle Province, ha peggiorato sensibilmente, con gli enti rimasti a dover ricoprire le funzioni ancora non riassegnate a enti regionali o ai Comuni.
Ma perché questo stallo che pare infinito?
La situazione attuale è frutto di una lunga serie di ritardi e inadempienze, che pendono più sul capo delle Regioni che non delle Province stesse, le quali comunque corrono il rischio di essere additate agli occhi della popolazione come le istituzioni restie al cambiamento in atto.
Non è così, o almeno al netto delle dichiarazioni e soprattutto dei documenti ufficiali, che attestano come la responsbailità dei ritardi sia da imputare in primo luogo proprio agli enti che delle Province dovrebbero finire per assorbire molte delle responsabilità amministrative. Basti pensare, ad esempio, che già lo scorso 8 luglio 2014 le Regioni avrebbero dovuto rispettare una scadenza molto importante, con la definizione di quei compiti non fondamentali da relegare alle nuove province, o comunque da riassegnare nel contesto della nuova sussidiarietà post legge Delrio.
Dall’altro lato, però, anche il governo non scherza in quanto a ritardi. In particolare, sono due i decreti ministeriali che ancora l’esecutivo non ha varato nell’ambito della riorganizzazione amministrativa degli enti: da una parte, le linee guida per la mobilità da applicare nel personale amministrativo, e l’altro, più di contorno, che stabilisca i criteri per gli spostamenti tra aree di soggetti diversi nella sfera della PA.
Naturalmente, a fronte di questo sfondo ancora molto lacunoso, le Province hanno deciso di aspettare per varare gli elenchi del personale in esubero che avrebbero dovuto stilare entro lo scorso 1° marzo secondo quanto stabilito dalla circolare sul personale negli enti pubblici firmata dal ministro Madia lo scorso gennaio.
Nel frattempo, nubi nerissime si addensano sugli enti provinciali, con voci – poi smentite dallo stesso ministro – sulle mancanti coperture per gli stipendi.
Certamente, la situazione non è rosea, con l’unica indicazione certa al momento riguardo i tagli del 50% di personale alle Province e del 30% per le neonate Città metropolitane.

Quantitative easing

asti artico-1

Senza Fili Senza Confini.

Volentieri riceviamo e pubblichiamo.
L’accesso ad internet è diventato un “must”, un diritto che quando si ha la possibilità di sfiorare, poi non si riesce a farne a meno; l’accesso è facile in una grande città, dove gli investimenti dei “service provider” trovano un ritorno economico adeguato, nel tempo e nella misura; l’accesso è spesso problematico in un piccolo centro, poco abitato, e “fuori target” per i “service provider”: che fare? Se lo sono chiesto in un piccolo centro piemontese ed hanno trovato la soluzione.  Quando l’ingegno dei cittadini sconfigge la lentezza dei tempi burocratici.  Sono lontati i tempi dei bojanen, che oggi corrono veloci ad alta frequenza.

Un piccolo paese del Piemonte si è attrezzato per diventare il provider di se stesso e portare Internet superando il “digital divide”, un esempio virtuoso ripreso dal New York Times http://www.nytimes.com/2014/12/03/world/europe/a-village-has-what-all-of-italy-wants-the-internet-.html?_r=0

3 dicembre 2014

Martedì 2 dicembre sul New York Times è stato pubblicato un articolo in cui ci si occupa dell’accesso a Internet in Italia partendo dalla storia di Verrua Savoia, comune del basso Monferrato che si sviluppa su circa 30 chilometri quadrati nella parte più orientale della provincia di Torino, in Piemonte, abitato da circa 1500 persone: «Questo villaggio rurale di collina dove una fortezza del XVII secolo è un ricordo di come gli abitanti scongiurarono gli invasori per centinaia di anni» dice il New York Times «potrebbe sembrare l’ultimo posto in Italia dove trovare una connessione Internet wireless». Ma non è così.
Il New York Times racconta che Daniele Trinchero, professore al Politecnico di Torino nato a Verrua Savoia, ha avviato una sperimentazione e contribuito a creare un’associazione senza scopo di lucro per offrire «quello che lo Stato e le compagnie di telecomunicazioni non sono ancora riusciti a fornire. Il gruppo può essere considerato il primo nel suo genere in Italia». Si tratta cioè del primo operatore di comunicazione non profit.
L’associazione si chiama Senza Fili Senza Confini: è nata ufficialmente il 18 ottobre del 2014 a Verrua Savoia dopo un percorso di ricerca scientifica e sociale durato 8 anni e portato avanti da diversi soggetti (Politecnico di Torino, Comune di Verrua Savoia, Ministero della Sviluppo Economico). Il progetto aveva l’obiettivo di dimostrare che Internet poteva essere portata anche nei luoghi più periferici e a condizioni economicamente sostenibili.
L’associazione propone un modello in cui i cittadini si fanno carico degli investimenti per accedere alla banda larga, acquistandola in gruppo ed evitando agli operatori tradizionali investimenti che non vengono considerati convenienti. Nel sito si legge: «L’attività dell’associazione si configura, proprio per questi motivi, in supporto e non in concorrenza con gli Internet Service Provider tradizionali, dei quali può essere considerata uno strumento operativo per ridurre il divario digitale che ancora caratterizza l’Italia, paese dalla conformazione geografica complessa». Le reti costruite e gestite dall’associazione sono accessibili in modo gratuito.
La sperimentazione partì nel 2006 a Verrua Savoia con l’apertura del primo hotspot libero e pubblico in Piemonte al di fuori di Torino attraverso la realizzazione di ponti radio totalmente artigianali e sperimentali con materiale di recupero: in questo modo fu portata connettività da Torino a Verrua Savoia a una velocità di 2 Mb al secondo. Nel 2010 il progetto fu esteso portando molta più banda e in collaborazione con il ministero dello Sviluppo Economico fu realizzata una rete sperimentale che doveva coprire tutto il territorio comunale e consentire agli abitanti di accedere a Internet da casa e non più attraverso l’hotspot pubblico del municipio. Il tutto basato su radiofrequenze: i microprocessori di normalissimi router WiFi erano stati montati su computer che non venivano più utilizzati nei laboratori del Politecnico e in questo modo di creavano trasmettitori per ponti radio attraverso l’uso di antenne dismesse dagli operatori radiofonici. Nel 2011 è stata così ampliata la rete a Verrua Savoia dal 70 per cento al 98 per cento. Attualmente la velocità della connettività è di 300Mb/s con 20 Mb/s disponibili in media per ogni nucleo familiare.
Il progetto sperimentale terminerà il prossimo 31 dicembre ed è per questo che i cittadini che hanno sperimentato questo primo sistema hanno costituito l’associazione diventando non solo fruitori ma provider di loro stessi. Per quanto riguarda i prezzi: le proiezioni mostrano che dall’acquisto in gruppo della banda a monte, al trasferimento sul territorio e alla gestione, il costo finale sarà di 50 euro all’anno per ciascuno dei 260 soggetti. Naturalmente si tratta di un sistema replicabile ed è una buona soluzione per dare copertura a quei territori dove non arriva la fibra ottica.
Il New York Times conclude dicendo che la questione dell’accesso a Internet è uno dei problemi più urgenti dell’Italia e che l’Italia è un paese in cui circa la metà del territorio è montuoso, in cui il segnale non viaggia facilmente e in cui l’installazione di cavi in fibra ottica è costosa: è insomma un paese in cui è molto accentuato il cosiddetto “digital divide”, il divario tra chi ha accesso effettivo a computer e Internet e chi invece ne è escluso. Ma l’Italia è lontana anche dalla gran parte del resto d’Europa (e degli Stati Uniti): ha infatti uno dei tassi più bassi in Europa per quanto riguarda la connessione a una banda larga ultraveloce, la metà per esempio rispetto alla Svizzera. Infine: «Solo il 10 per cento delle scuole elementari italiane» conclude il quotidiano «ha una connessione a banda larga».

Contro la Descrescita

Salerno1312

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