CGIL: orgoglio e pregiudizio

Anche coloro i quali non abitano sotto il bel cielo di Lombardia sanno ormai cos’è l’Expo (per lo meno a grandi linee, Michele Serra sull’Espresso ha insinuato il divertente dubbio che sia tutta un’invenzione). Orbene, l’esposizione universale del 2015 (il cui tema è “Nutrire il Pianeta”) é giudicata da tutti -imprenditori, amministratori pubblici, accademici, sindacati- come una delle poche opportunità
che l’Italia ha nei prossimi anni di migliorare la sua reputazione, le sue infrastrutture e la situazione occupazionale. Tre miliardi di investimenti pubblici e privati e una previsione di 200mila unità di lavoro ( un’unità equivale ad un posto di lavoro per un anno) nel periodo 2012-2020 sono previsioni da sogno per il nostro disgraziato paese.

D’altronde l’Expo è un evento di per se transeunte che creerà occupazione in alcuni casi permanente, in altri temporanea; bisogna inoltre considerare che le necessità in termini di forza-lavoro potrebbero essere difficilmente prevedibili, sorgere inaspettate ed esaurirsi altrettano rapidamente.

Ecco perchè l’evento è un terreno ideale per provare nuove forme di flessibilità dei contratti di lavoro: è in gran parte limitato ad una determinata area geografica (che peraltro è tra le più ricche o meno povere di opportunità, la Lombardia) e per un arco temporale ben preciso. Quale migliore occasione per verificare se lasciare più libertà alle parti di decidere i loro rapporti contrattuali ha effetti benefici?

E così il ministro Giovannini nelle scorse settimane ha espresso più volte l’intenzione di introdurre per l’Expo delle modifiche sui contratti di lavoro a termine e di sperimentare altre forme di flessibilità. Apriti cielo! Il leader della CGIL Camusso ha cominciato ha tuonare contro l’ipotesi, dichiarando che bisognava dare più certezze e non incertezze ai lavoratori. Il fatto che la deprecabile riforma Fornero, aumentando le forme di rigidità all’entrata nel mondo del lavoro, abbia fatto crollare l’occupazione giovanile e di coloro i quali avevano contratti a termine in modo più che proporzionale rispetto all’impatto della crisi sugli altri lavoratori non ha né smosso né commosso la leader del più grande sindacato italiano .

Spalleggiata da CISL e UIL, Camusso alla fine ha ottenuto, nella riunione tenutasi il 16 luglio, che il governo rinunci per il momento ad emanare un provvedimento legislativo, preferendo lasciare alle parti sociali di definire i loro rapporti. Solo qualora i datori di lavoro e i rappresentanti dei lavoratori non dovessero raggiungere un’intesa il Governo interverrà. L’esecutivo per ora ha suggerito di introdurre un periodo di apprendistato di due anni e l’estensione degli sgravi contributivi previsti dal pacchetto lavoro del “Decreto del fare” in caso di trasformazione di un contratto a tempo detrminato in uno a tempo indeterminato.

Che dire? L’orgoglio del sindacato rappresenta un fatto positivo: è meglio che siano le parti in causa a raggiungere un accordo, piuttosto che ci pensi direttamente il Governo attraverso misure che vengono pagate da tutti i contribuenti e che, come nel caso degli sgravi contributivi ad hoc, siano anche distorsive.

Speriamo però che non prevalga il pregiudizio della CGIL contro qualsiasi cosa che diminuisca il suo potere di interdizione concedendo più libertà a chi domanda e a chi offre lavoro. L’ostiltà dimostrata dalla CGIL ha fatto sì che l’Italia sia in basso a tutte le classifiche internazionali per quel che riguarda l’efficienza del mercato del lavoro, soffocato da restrizioni, regolamenti, miriadi di eccezioni, rigidità che lo rendono poco attraente per qualunque imprenditore, soprattutto estero. Poi è ovvio che tasse, burocrazia ed inefficienza della giustizia giocano la loro parte nella stasi italiana, ma se la CGIL recuperasse l’orgoglio della trattativa e accantonasse il pregiudizio verso la libertà renderebbe un bel servizio al paese.

Alessandro De Nicola
da La Repubblica del 19 luglio 2013

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