Cina globale per sviluppo e infrastrutture, di Alberto Forchielli

Ringraziamo l’autore, Alberto Forchielli (CEO di Mandarin Capital e co-fondatore di Osservatorio Asia), per averci concesso la riproduzione di un suo recente articolo.

Nella Guerra Fredda le superpotenze gareggiavano nelle testate nucleari; nella globalizzazione esiste un’arma non così apocalittica. È la banca multilaterale, lo strumento ambito dalla Cina per contrastare la supremazia degli Stati Uniti.

Il paese, seppur con notevole ritardo, vuole usare con acume le sue riserve. Ha compreso che non può più accumularne all’infinito, acquistando l’altrui debito pubblico.

Esiste un uso prettamente politico del loro impiego: questa è l’avventura che Pechino vuole iniziare, con tutte le incertezze dettate dall’inesperienza.

L’obiettivo è relativamente semplice: aiutare i paesi emergenti per farne alleati nell’inevitabile contrapposizione con gli Stati Uniti.

Il primo tentativo ha avuto luogo in Brasile lo scorso Luglio. A Fortaleza, durante il summit dei 5 paesi Brics, è stato deciso di istituire una “New Development Bank” per aiutare i paesi emergenti o in via di sviluppo. Senza sorprese, la sua sede sarà in Cina, a Shanghai. L’India esprimerà il Presidente, Russia, Brasile e Sudafrica il top management.

La capitalizzazione iniziale sarà di 50 miliardi di dollari; in aggiunta sarà creato un fondo di riserva di 100 miliardi per controllare eventuali crisi nelle bilance dei pagamenti. “Ciò consentirà sicurezza, una specie di rete di protezione per i Brics e gli altri paesi”, secondo le parole del presidente Dilma Roussef.

Ironicamente, le dotazioni sono espresse in dollari, proprio la valuta che si vuole contrastare. La sua volatilità è infatti fuori dal loro controllo e monopolio di Washington, mentre la distribuzione dei fondi internazionali avviene attraverso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, cioè le istituzioni spesso accusate di perpetuare il potere europeo-americano in un mondo sottoposto invece a forti riposizionamenti economici.
L’ultimo tentativo cinese è il lancio di una “Banca delle infrastrutture”, una prossima creazione che dovrebbe accrescere il ruolo della Cina in Asia.

Attraverso un impegno inziale di 50 miliardi di dollari, Pechino intende smentire le critiche di esercitare un dominio economico de facto, senza interpretare le necessità dello sviluppo della regione.

L’istituzione dovrebbe finanziare le reti di trasporti, comunicazioni e l’accesso a nuove fonti energetiche. Per la Cina è essenziale coinvolgere i paesi donor , per non diffondere la percezione di un nuovo ordine basato sulla sua supremazia finanziaria.

Il Giappone – per ovvi motivi politico-militari – è insensibile all’offerta. L’Australia e la Corea del Sud sono disponibili alla trattativa; Singapore ha già offerto la sua adesione.

Sul futuro grava tuttavia l’opposizione statunitense, finora espressa ufficiosamente ma facilmente comprensibile. La nuova banca colpirebbe il potere dell’Asian Development Bank, la roccaforte degli aiuti multilaterali controllata da Washington e Tokyo. Per ora le opposizioni appaiono di stampo sociale e umanitario.

Gli Stati Uniti temono che la nuova banca consenta costruzioni che violano i criteri etici, che rimuovano forzatamente la popolazione per la costruzione di dighe. Esprimono la loro preoccupazione per il rispetto delle condizioni ambientali, l’uso eccessivo dei fossili, le procedure di assegnazione che dovrebbero garantire trasparenza, stesse opportunità, assenza di corruzione.

Stiamo assistendo alle schermaglie iniziali, dove le posizioni di principio nascondono la sostanza dei contrasti. È molto probabile che durante il prossimo loro incontro a Pechino il 12 Novembre, Xi e Obama discuteranno delle banche nel loro valore più cristallino: un tassello nella battaglia per la ricerca di equilibri più vantaggiosi.

 

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