#Copiare è la parola ambigua di oggi

La parola ambigua di oggi è: copiare

I dizionari sono congruenti e convergono su un’interpretazione univoca: trascrivere, riprodurre, ricalcare, ritrarre, imitare, ripetere, scimmiottare, falsificare, contraffare, plagiare e anche ricopiare.

L’affollamento del prefisso ri/re si spiega con la sua provenienza dai latini, allora efficientissimi ingegneri, che con questo sintetico prefisso intendevano comunicare l’essenza ripetitiva della parola copiare.

Anche quest’ultima parola ha un’etimologia latina che però richiama l’abbondanza (una gran copia, ricchezza, di opere artistiche). Cos’altro è una copia se non la riproduzione di un originale, eventualmente ripetuto molte volte? Interessante la tecno-variazione inglese: Do you copy? (ai capito?) che sembra voler verificare se l’idea è stata ricopiata nell’apparato intellettivo del ricevente.

Dove sarebbe dunque l’ambiguità?
Essa si cela nei valori positivi e negativi insiti nella stessa parola.

Duplicare, riprodurre una “cosa” utile genera abbondanza, ricchezza. Il valore positivo del copiare è insito nella natura e specialmente nella natura umana. La prima cosa che facciamo, dopo mangiare, dormire e … altro, è copiare i comportamenti dei nostri genitori e copiare nella nostra memoria quanto più possibile di ciò che ci circonda. Non abbiamo mai avuto la percezione di fare cosa brutta. Eppure è un fatto che, dopo qualche anno, la natura ci cancella molto di ciò che abbiamo incamerato. Forse ricordare è cosa brutta e la natura ci protegge facendoci dimenticare? Ne dubitiamo, ne ignoriamo la ragione, anche se spontaneamente ci sfiora l’idea che in quella iniziale tumultuosa crescita di cellule e sinapsi, prima si carica “un’iniziale programmazione essenziale”, quando poi diventa superata e inutile, la si butta via a favore di maggiore “spazio” per ben più complessi e utili ricordi.

Avendo imparato a osservare e a memorizzare, senza sorpresa notiamo che la natura biologica, ma non solo, è tutta un gran copiare, una riproduzione incessante. In particolare, l’uomo fa di tutto per copiare sempre più efficientemente; dalle copie a mano, alla stampa di Gutenberg, ai computer. La replica del grano ha efficientemente alimentato, in gran copia, l’umanità.

Eppure a scuola ci punivano a causa della nostra immediata e istintiva voglia di copiare. Copiare era un orribile peccato, così profondamente inculcato che ancora oggi copiamo non senza un certo senso di colpa.

Ecco dov’è la contraddizione.

Per un qualche motivo che qualcuno forse ci spiegherà, sia i genitori sia gli insegnanti (genitori in parziale outsourcing) ci hanno forzosamente spinto 1) ad abbandonare l’animalesca abitudine di essere sempre uguali 2) a conquistare la nostra indipendenza individuale. Temo però di essere un po’ troppo romantico e ottimista: l’indipendenza e originalità di pensiero è un effetto collaterale, non necessariamente apprezzato, del metodo di insegnamento basato sul “non copiare”. Una più semplice spiegazione potrebbe essere che i genitori e gli insegnanti vogliano verificare se davvero i loro insegnamenti vengono realmente imparati, immagazzinati, “capitalizzati” ad uso di riutilizzi futuri.

Copiare e ricopiare, più che cosa sana e utile, è capacità indispensabile di sopravvivenza e di adattamento.  Prima di esplorare l’adattamento è però importante fissare il significato etimologico (*): copiare = produrre abbondanza, ricchezza.

Copiare, riprodurre è un fenomeno concreto che si misura in metri, kili, pezzi e in altre unità si misura.

“Copiare” è la porta di ingresso della conoscenza. Da qui parte un ciclo di riproduzione, del buon copiare, che aumenta il patrimonio individuale e collettivo dell’umanità.

Quante volte e quanto a lungo usiamo la ruota senza pagare roylaties all’ignoto inventore, per muoverci efficientemente e per far, appunto, girare altre macchine di (ri)produzione?

Infine, se  al “ben copiare” si aggiunge un pizzico piccolo a piacere di innovazione, allora la creazione di patrimonio accelera in quantità e in produttività.

L’umanità è quindi un incredibile produttore di conoscenza che, continuamente riutilizzata, crea sia altro patrimonio reale sia altra conoscenza?  In un ciclo “economico” descrivibile e apparentemente senza fine?

 

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(*) Le parole si forgiano nel magma incandescente della necessità. I distillatore delle parole non è il cervello consapevole e razionale, ma un cervello più essenziale, più profondo, meno consapevole, ma molto efficace nel decidere e nel consolidare l’esperienza pratica, riutilizzabile in comportamenti di sperimentato successo a loro volta replicabili anche in automatico, senza consapevolezza. Il cervello consapevole e razionale può forse sperare di dare un’interpretazione ex-post, da studio e da conversazione.