#Cultura

Negli anni settanta le guardie rosse della cultura hanno distrutto la parola “cultura”, insieme alla grammatica e alla sintassi. Nella ricostruzione è rinata più liquida, più dipendente dal contesto e dagli interlocutori, più polisemica, usabile come il prezzemolo in molti modi diversi; è particolarmente utile quando è necessario forzare la sacralità di qualche concetto appena abbozzato, non ancora elaborato e tantomeno condiviso. Per lo strano fenomeno antropologico della distruzione e della rinascita, tutti arretrano a capo chino anche alla sola citazione della cultura.

Nei dizionari troviamo significati molteplici, contraddittori, ambigui. Ci viene in soccorso un bell’articolo di Massimo Angelini che ci guida nella scoperta delle origini del concetto (*).

I latini, grandissimi ingegneri dell’antichità, avevano il gusto teutonico di mettere tutto in ordine con precisione. Con ammirato stupore osserviamo come siano riusciti a distillare e condensare un complicato concetto in una sola parola:
1. Piantare i semi – L’origine etimologica è “colere”: coltivare, anche nel senso figurato di avere cura, trattare con attenzione o con riguardo, quindi onorare;
2. L’albero che è il futuro del seme – Abbiamo perso la precisione dei latini che avevano inventato il “participio futuro” (nascituro, morituro, futuro e anche natura) per indicare che l’effetto del presente sta nel suo futuro risultato. Così è infatti per la cultura-coltivazione che è un accadimento futuro che prevediamo, o abbiamo la speranza che accada proprio come lo sognamo. L’albero è il futuro probabile del seme che abbiamo “coltivato”.
3. L’irrompere dell’agricoltura ha creato la circolarità del tempo – L’investigazione di Angelini ci ricorda che i postfissi uro, ura, ecc sembrano derivare dal sanscrito “rta” da dove, attraverso il latino, provengono le parole “ruota”, “retto”, “diritto” e “rito”. Anche nella radice di “colere” è nascosto un nocciolo etimologico ancora più antico. Il nucleo duro kwel (che vuol dire “ruotare”, “girare”, “camminare in cerchio”) ha generato tante altre parole come ad esempio kyklos (cerchio in greco) e wheel (ruota in inglese). Può essere che la parola venisse usata per “ruotare la terra” (dissodare) o per “indicare il ciclo delle stagioni”? Possibile; ed è anche possibile che il ciclo delle processioni rituali, il ruotare in cerchio dei riti e dei “culti” sia bene incastonato nel sacro, nel venerato, della parola “cultura”.

La cultura dunque è il collegamento fra l’azione e il suo effetto, in un ciclo di esperienza, affinata nella ripetizione, che rende più alta la probabilità che si realizzi sempre lo stesso il risultato atteso . Nella ripetizione non servono intelligenza e consapevolezza, serve l’efficiente ripetitività dell’esperienza, serve l’automatismo rituale (**).

In termini attuali potremmo dire che la cultura è l’insieme dei comportamenti, ripetuti, con il minimo necessario di consapevolezza, per produrre i risultati attesi con ragionevole probabilità di successo.

Secondo questa concezione, la cultura è applicata con diversi gradi di consapevolezza. Ad esempio:
1. Il veloce spostamento della mano dal fornello scottante. Una volta si chiamava reazione dell’arco riflesso; cioè si ipotizzava (erroneamente) che il cervello non fosse coinvolto nella reazione automatica, ma ne avesse una consapevolezza solo successiva all’evento.
2. I “comandamenti” delle religioni e delle ideologie non richiedono consapevolezza raziocinante; semmai richiedono l’opposto. È sufficiente un atto di fede a motivare i comportamenti prescritti. Il convincimento è che essi conducano ai risultati attesi.
3. Le leggi, le norme, le regole sono comportamenti ripetitivi imposti alla collettività; spesso, ma non sempre, sono espressione di adesione volontaria individuale alle autolimitazioni. Il grado di consapevolezza è più elevato, ma ancora non richiede rielaborazioni sulle ragioni delle norme; si dà per scontato che siano utili (a qualcuno).

La cultura potrebbe essere un catalogo di comportamenti, efficientemente automatici, da attivare molto velocemente, con modestissima spesa di risorse, con risultati prevedibili che evitano di faticosamente reinventare l’acqua calda ogni volta che si ripresentano situazioni ripetitive.
Tutto è molto pratico, se non fosse che ogni tanto le situazioni ripetitive sono diverse da come appaiono; allora i comportamenti automatici commettono, molto efficientemente e ripetitivamente, errori anche gravi. Solo la consapevolezza critica può riconoscere l’errore e potrà aiutare ad aggiustare il catalogo dei comportamenti utili; ovvero potrà cambiare la cultura.

(*) Nella seconda parte invece ci siamo smarriti.
(**) Asimov amerebbe sfidarci portando all’estremo il concetto: nella civiltà automatizzata, i robot eseguono perfettamente comportamenti predefiniti; i robot si esprimono secondo cultura?

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  1. […] cercato di riscoprire l’origine, i significati, le convenienze e gli errori della parola #Cultura. In particolare ricordiamo che la cultura (di ciascun individuo) è ritenuta essere l’insieme […]

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