#Deflazione

Un articolo di Leonardo Baggiani, già pubblicato su Critica Austriaca, che volentieri ripubblichiamo.

Ho già richiamato la posizione classica e monetarista, riassunta nell’adagio di M. Friedman “l’inflazione è sempre ed ovunque un fenomeno monetario”, da cui dovrebbe discendere specularmente che anche la deflazione è sempre ed ovunque un fenomeno monetario. Questa conclusione porta un po’ con sé il retaggio di una moneta da considerarsi semplicemente come un “velo” dietro cui sta l’economia reale, vero oggetto di studio.

Il fatto fondamentale è che queste impostazioni economiche guardano “oltre il ciclo”, cioè ragionano guardano la situazione oggi e confrontandola con quanto ci si attende nel futuro una volta che tutti i meccanismi del ciclo economico si sono dispiegati e sono tornati in una situazione di ipotetico equilibrio. Purtroppo noi viviamo nel continuo dell’economia, e da qui al lungo periodo stanno tutta una serie di brevi e medi periodi che incorporano i fenomeni di assestamento – cicli dei prezzi, fasi occupazionali – che costantemente ci preoccupano. L’economia austriaca guarda proprio a quel che succede “durante il ciclo”, e in questo modo la moneta perde la sua neutralità sul piano reale, non è più un velo ma un fattore di problematiche reali. La posizione keynesiana, per definizione discendente da una analisi di breve periodo, suppone perfino – nelle sue più semplici formulazioni come lo schema IS-LM – che i prezzi siano fissi, e quindi che la politica monetaria abbia un pieno effetto in termini reali; qui sono rilevanti gli “spiriti animali” e quindi le aspettative, tanto che in presenza di certi stimoli possono generarsi climi di sfiducia e aspettative tali da alimentare spirali pressoché infinite ad esempio sui prezzi.

La differenza dei tre approcci, dato il diverso orizzonte temporale proprio di ogni teoria, implica una concettualizzazione diversa del ruolo del risparmio, della moneta, e dei prezzi: se nel monetarismo ha poco senso provare a spingere l’economia attraverso la leva monetaria (fatti salvi i casi di gravi depressioni), e nel keynesianismo è invece quasi criminale non utilizzare una politica monetaria attiva, nell’ambito austriaco è semplicemente sempre dannoso agire sul numerario e quindi toccare l’offerta di moneta (si arriva anche agli eccessi di voler bloccare forme di credito bancario in quanto considerate – ritengo a torto – creazione dal nulla di moneta).

È opinione abbastanza comune che gli economisti austriaci auspichino una deflazione (dei prezzi), e per questo dovrebbero “rallegrarsi” delle prospettive attuali. Ma in realtà la teoria austriaca si “attende” la deflazione quale conseguenza di tutta un’altra serie di condizioni, ma si guarda bene dal volerla perseguire per via monetaria cioè come strumento di policy. Quando la prescrizione austriaca di stabilità dell’offerta di moneta si incontra con lo storico processo di avanzamento della tecnologia (maggior produzione a costi minori), è logico attendersi una calo dei prezzi – perché i redditi nominali incorporino un maggior potere d’acquisto che permetta l’assorbimento della maggior produzione, i prezzi devono scendere, e possono farlo sfruttando i risparmi di costo permessi dalla tecnologia, e questo accade in forza dei processi competitivi. In questo quadro la deflazione è la benvenuta. Ma voler creare inflazione o deflazione invece passa dalla stance della politica monetaria di un qualche ente centrale regolatore: una deliberata politica monetaria deflattiva è dannosa per il funzionamento dell’economia tanto quanto una politica monetaria inflattiva (è – al pari dell’inflazione – una procurata distorsione del funzionamento del sistema economico attraverso prezzi assoluti e relativi disallineati rispetto ai fondamentali di produttività nonché tassi di interesse che non riflettono più gli schemi di preferenze temporali), da cui segue l’errata allocazione del capitale e quindi problemi per l’economia reale. Se sono state spese più pagine sui pericoli dell’inflazione (dell’offerta di moneta) è solo perché questo è lo stato del mondo più rilevante – nel senso di frequente – con cui si è avuto a che fare, ma questo non significa assolutamente che una qualche Banca Centrale informata a criteri austriaci oggi si sarebbe messa a contrarre volutamente l’offerta di moneta: un discorso è “accettiamo la direzione che prende il mercato” e un altro è “direzioniamolo”.

Considerando quando scritto nei precedenti post non c’è da tifare per la deflazione, questa viene per esigenze dell’economia. Invece che benedirne l’arrivo, posizione più coerente è schierarsi contro politiche monetarie che ieri si giustificavano con il voler sostenere il PIL ed oggi con il voler sostenere il PIL nominale, ma sempre e comunque sono meccanismi di sostegno temporaneo e illusorio che presenteranno un conto sempre più salato in futuro. Ed il conto è un trasferimento di ricchezza da dove è a dove non dovrebbe stare, cioè nelle mani di chi distrugge ricchezza invece di crearla.

Dovrebbe essere un dato di fatto condiviso da tutti che l’inflazione è un meccanismo di trasferimento di ricchezza da chi ha una posizione complessiva a credito a chi ha una posizione complessiva a debito: nel momento futuro in cui il credito verrà ripagato, verrà ripagato a valore nominale, ma in caso di inflazione questo stesso valore nominale varrà meno in termini reali. L’inflazione è in effetti un sussidio ai debitori, ed è un motivo in più perché gli Stati, soggetti debitori per definizione, cercano di tenere un tasso di inflazione (dei prezzi) positivo benché non elevatissimo, dando opportuno mandato alle loro autorità monetarie (le Banche Centrali). Chiaramente, una fase deflattiva è specularmente una fase in cui la ricchezza si trasferisce dal debitore al creditore, e questo rafforza qualcosa che ho detto in precedenza: una fase deflattiva può essere un meccanismo efficace per “pulire” il mercato e liberare risorse per nuove strutture imprenditoriali, mentre una fase inflattiva può essere un modo per tenere in piedi situazioni in realtà fallimentari (la relazione tra posizione creditoria/debitoria e movimento di ricchezza attraverso fasi di inflazione/deflazione è stata anche dimostrata nei numeri oltre che in logica da Alchian).

In effetti è stato spesso denunciato che si è usciti da un “mondo” pesantemente basato sul debito, privato o pubblico che fosse. Le politiche inflazionistiche hanno aiutato questi debitori a sostenere la propria posizione, e tra questi debitori stanno certamente le strutture industriali più marginali e meno produttrici di valore; la deflazione fa “tornare indietro” ricchezza dai debitori ai creditori, restituisce quindi potere a chi ha il capitale e forza le combinazioni meno produttive a rimettere a disposizione le proprie risorse; le nuove combinazioni verranno finanziate proprio dalla maggior ricchezza di cui si trova ad essere portatore il risparmio o gli operatori già esistenti con posizioni “a credito”.

Detto questo, un economista non dovrebbe “tifare” per inflazione o deflazione, perché questo equivale ad un giudizio morale su chi dovrebbe arricchirsi a spese di chi. Ma un economista dovrebbe prendere atto della situazione e valutare a cosa mira un meccanismo economico in corso ed addirittura dove questo mirerebbe senza che vi fossero i già presenti stimoli esterni. In tal senso, una fase deflattiva probabilmente avrebbe già avuto luogo in questi anni, se le Banche Centrali non si fossero preoccupate di sostenere le masse monetarie maggiori alimentandole con la propria attività di “stampa”. Già il differenziale tra come avrebbero potuto muoversi i prezzi e come invece siano rimasti lievemente crescenti equivale ad inflazione e quindi a distorsioni, ed in particolare ad un consistente trasferimento di ricchezza verso le situazioni incagliate e debitorie pre-esistenti. Questi sforzi, semplicemente, hanno solo alimentato gli squilibri che chiamano con sempre maggior forza una fase deflattiva finché questa effettivamente non si andrà a manifestare. Insomma, “niente deflazione, siamo austriaci”: non cerchiamola, ci troverà lei; pensiamo piuttosto a cosa suggerire sul piano reale perché una economia diventi “realmente” competitiva.