Dubbio e sfiducia

IL RAGIONEVOLE DUBBIO SULLA COLPA E LA RAGIONEVOLE SFIDUCIA CHE NE CONSEGUE di Pietro Ichino e dal suo sito http://www.pietroichino.it/?p=32879

È GIUSTO CHE  IL LAVORATORE SIA ASSOLTO DALL’ADDEBITO DISCIPLINARE ANCHE PER INSUFFICIENZA DI PROVE, MA NON È GIUSTO CHE ALL’IMPRESA SIA NEGATA UNA VIA D’USCITA, COSTOSA MA SICURA, DAL RAPPORTO CON IL LAVORATORE DELLA CUI AFFIDABILITÀ NON PUÒ PIÙ ESSERE CERTA

Nota (non troppo) tecnica per la Nwsl n. 314, 3 ottobre 2014 – Fa seguito alla nota della settimana scorsa sul licenziamento per motivo oggettivo: È “giusto” o no licenziare il centralinista monoglotta?

Claudio, impiegato della Banca di Baranzate, o è un mascalzone, oppure è proprio sfortunato: la stampa di un tabulato pieno di dati riservatissimi sui conti correnti dei clienti, utilizzato per una truffa ai loro danni, è stata disposta proprio dal suo terminale. Quando la truffa è stata scoperta,  la Banca è risalita a quell’ordine di stampa del tabulato, gli ha contestato il concorso in truffa e lo ha licenziato. A nulla è valso che lui spiegasse che si era trattato soltanto di una distrazione momentanea: recatosi alla toilette per ivi svolgere una funzione urgente e non delegabile, aveva dimenticato di togliere dal terminale il proprio badge, consentendo così involontariamente al complice dei truffatori di acquisire il tabulato.

Ma se alla Banca questa spiegazione non è bastata, essa è bastata al giudice investito della questione: il quale, applicando nella materia disciplinare il criterio applicato normalmente da un giudice penale, ha ritenuto che la colpevolezza di Claudio sia probabile, ma non certa: non può ritenersi provato al di là di ogni ragionevole dubbio che le cose non siano andate come Claudio sostiene. Come ognun sa, in materia penale insufficienza di prove equivale a non aver commesso il fatto; donde la sentenza di reintegrazione. Già; ma ora la Banca dovrebbe dunque tenersi un impiegato che è “probabilmente, ma non sicuramente, un truffatore”, e continuare ad affidargli i soldi dei clienti?

Ecco perché, se – come Damiano e Cuperlo sono riusciti a strappare a Renzi all’esito della Direzione PD di lunedì scorso – nel caso di annullamento di licenziamento disciplinare deve mantenersi la reintegrazione del lavoratore nel suo posto, allora è necessario estendere anche al datore di lavoro la possibilità, che oggi è data al solo lavoratore, di sostituire la reintegrazione con una indennità aggiuntiva di 15 mensilità. Un costo alto, certo; ma vale la pena di pagarlo per evitare un danno maggiore e sicuramente ingiusto.

Nota della redazione di Italiaperta: alle valutazione di Pietro Ichino aggiungiamo una osservazione etica, e forse legale. Il cliente ha affidato i suoi soldi alla banca che a sua volta li ha “affidati” ai suoi dipendenti e, in certi casi, ai suoi fornitori. Difficile sostenere che il dipendente in questione abbia protetto con cura le informazioni relative al conto del cliente. Difficile sostenere che il dipendente applicato la stessa diligenza con cui, al bancomat, protegge le sue transazioni di prelievo sul suo proprio conto.  Il dipendente ha la reponsabilità, almeno etica, di non avere custodito con diligenza i beni dell’azienda e anche del cliente. Ovviamente il magistrato, così come è descritto il caso, ha ritenuto che invece il dipendente non abbia alcun impegno nella difesa delle informazioni a lui affidate.  Il precedente giudiziario apre la strada all’interpretazione che ciascun dipendente può tranquillamente abbandonare le informazioni dei clienti all’accessibilità di chiunque. Sarebbe il caos. O forse è già il caos? Restiamo in ascolto di pareri diversi.

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