E la chiamano rendita … la nuova tassazione sulle attività finanziarie

Sintesi
Da martedì 1 luglio 2014 la tassazione sui proventi derivanti da investimenti in attività finanziarie verrà applicata con l’aliquota aumentata al 26% sugli interessi (e dividendi azionari) da strumenti di investimento, con la eccezione dei titoli di stato italiano ed equiparati (Bers, Bei, …) e di titoli emessi da stati esteri in “white list”, che continueranno ad essere tassati al 12,5%. La nuova misura è di evidente favore per l’emittente-stato e di forte ed ingiustificata penalizzazione per gli altri strumenti finanziari, emessi dalle imprese. Il giudizio sulla norma è pertanto negativo.

 

Il provvedimento
Il decreto legge 66 del 18 aprile 2014 (decreto Irpef), convertito in legge, prevede l’aumento dell’aliquota fiscale applicata sui proventi (interessi, dividendi) da investimento in strumenti finanziari, con una diversità di trattamento fra titoli di stato italiano ed equiparati (Ber, Bei, …) e di stati esteri in “white list”, che mantengono l’aliquota vigente al 12,5%, da un lato; e dall’altro, tutti gli altri strumenti comunque emessi da società private (italiane ed estere), siano essi obbligazioni ed azioni; i conti corrente bancarie depositi; le gestioni patrimoniali in regime gestito (per la parte non investita in titoli di stato); ETF ed altri strumenti similari; le quote di fondi di investimento (OICVM) per la parte investita in strumenti finanziari diversi dai titoli di stato, che vengono tassati al 26%; alla stessa aliquota del 26% saranno tassati i capital gains su partecipazioni non qualificate provenienti da società italiane. I proventi di natura finanziaria percepiti da fondi pensione verranno tassati all’11,5% (rispetto all’11% precedente). I proventi di natura finanziaria percepiti da Casse previdenziali dei liberi professionisti, cui va applicata l’aliquota del 26%, attraverso l’attribuzione di un credito di imposta del 6% sulla base imponibile adottata per il calcolo di ritenute ed imposte al 26%, verranno effettivamente tassati al 20% (aliquota precedente) per il periodo luglio-dicembre 2014, a partire dal 1.1.2015.
L’aliquota avrà impatto su privati persone fisiche, enti non commerciali (per gli investimenti fatti nella loro attività istituzionale), società semplici e soggetti non residenti senza stabile organizzazione in Italia.
In aggiunta, la tassazione delle attività finanziarie viene aggravata dall’imposta di bollo del 2 per mille (0,2%) sul valore del patrimonio.
Ulteriori disposizioni contenute nella norma toccano le aliquote di tassazione sulle partecipazioni qualificate (sino ad un massimo del 21,37% incrementato da addizionali regionali e comunali; la norma prevede la rivalutazione delle partecipazioni qualificate (al 4%) da farsi entro il 30 giugno 2014.
Si ricorda che sino al 2011 gli interessi subivano una tassazione sostitutiva del 12,5% o del 27%; a partire dal 2011, il legislatore ha previsto che gli interessi scontassero una tassazione sostitutiva del 12,5% o del 20% (salvo applicazione di altre aliquote nel rispetto di vincoli europei o costituzionali).
La norma sembra  ispirata da alcuni elementi qualificanti:

1. La imposizione di maggiori tasse, al fine di raccogliere quanta più cassa possibile dagli investitori e dai risparmiatori; si tratta di una classica “misura di breve termine dovuta alle contingenti e pressanti necessità di gettito e cassa statali” (sinonimo di miopia fiscale e finanziaria) che con ogni probabilità diverrà “permanente” (nel solco della consolidata tradizione nazionale) e che avrà impatti nel lungo termine sulla propensione all’investimento degli investitori, che saranno disincentivati ad investire in strumenti emessi da società ed imprese private che svolgono attività economiche: prospettiva che si pone in contrasto con il conclamato desiderio di favorire l’investimento produttivo nel paese;

2. Il trattamento differenziato fra investimenti in titoli di stato, privilegiati quanto al regime di tassazione, e tutti gli altri strumenti, che vengono penalizzati con una aliquota più che doppia; tale diverso trattamento è ingiustificato da un punto di vista finanziario e di corretta allocazione dell’investimento da parte dell’investitore;

3. La criticità della “ratio” sottesa al diverso trattamento fiscale adottato: come si giustifica che l’investimento in titoli di stato evidenzi una capacità contributiva inferiore a quella degli altri strumenti di investimento? A nostro avviso, non vi è alcuna giustificazione, salvo la citata maggiore necessità di gettito, che si scarica solo sugli investimenti diversi dai titoli di stato;

4. L’essere  una misura presa (evidentemente) per controbilanciare, in termini di saldi finanziari, la attesa riduzione del costo del lavoro; riduzione che è negli obiettivi dell’attuale governo, ma che resta ancora tutta da realizzare.

 

 

Valutazione
Negativa.

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