È vero: tagliare la spesa pubblica, taglia il PIL e perciò i redditi.

La frase “riduzione della spesa pubblica” funziona come la frase “apriti sesamo”; solo che invece di aprire la porta del tesoro, parte un risponditore automatico: “cattivone asociale, questo non si deve fare perché”:

  1. C’è il rischio che insieme alla spesa pubblica si taglino i servizi ai cittadini
  2.  A ogni taglio alla spesa corrisponde una riduzione del PIL.

Sul primo punto la banale osservazione è che tagliare gli sprechi e la corruzione è una decisione richiesta agli amministratori pubblici. Gli sprechi e la corruzione gonfiano la spesa pubblica peggiorando la qualità dei servizi che sono appunto compromessi dalla distrazione di fondi dai “servizi ai cittadini” alle “tasche di chi corrompe e si fa corrompere”.
La banalità di questa equazione economica non richiede dimostrazioni. Piuttosto fa sospettare che chi aderisce a questo ritornello ha (in)consapevolmente interesse a mantenere bene oliato e ben funzionante il grande denarodotto della corruzione, a scapito dei servizi ai cittadini.
Ma non esiste solo la distrazione fondi di Mafia Capitale; anche l’efficienza dell’amministrazione fa risparmiare e fa funzionare meglio i servizi.
Evitare di perseguire l’efficienza, aumenta la spesa pubblica peggiorando i servizi.
Molti nel passato hanno decantato il bello della spesa pubblica. Volevano facilitare sprechi, corruzione e inefficienza? Se così fosse, hanno ottenuto un ampio successo.

Il secondo punto è certamente vero. Uno dei metodi per il calcolo del PIL è :”la somma dei redditi”. Tagliare la spesa inevitabilmente significa tagliare le entrate delle famiglie, i loro redditi, ed implica una riduzione del PIL.
Purtroppo questo è solo un gioco di prestigio dialettico che concentra l’attenzione sullo specchietto per le allodole (il PIL), lasciando inosservata la mano che sposta le tre carte (il tesoro).
Per chi volesse approfondire, abbiamo messo in calce il banaloma (*) che dimostra l’illusione ottica del PIL e la solidità del Patrimonio che induce all’assioma: a spendere meno si resta più ricchi.

A questo punto qualcuno potrebbe intervenire dicendo che il banaloma non considera gli investimenti pubblici (più spesa pubblica) il cui effetto è che si diventa più ricchi. La considerazione sarebbe giusta se fosse certo che da un investimento sempre si guadagna. La dura realtà è che negli investimenti spesso si perdono molti soldi. Inoltre gli AP si guardano bene dal rendere conto ai cittadini degli esiti dei loro investimenti; al contrario coltivano e diffondono l’idea che gli investimenti sempre generano ricchezza. Ancora più astutamente, manovrano per prolungare il più possibile la durata degli investimenti con la quale dimostrano che:

  • Nessun investimento fallisce – semplicemente non è ancora finito, anche se è costato più del previsto; la “colpa” naturalmente è dell’esecutore, non dell’AP che ha ordinato il lavoro. Spesso l’esecutore è benpagato per assumersi l’onore di presentarsi come il colpevole del ritardo; anzi spesso è davvero colpevole. Scientificamente colpevole. Si fanno più soldi ad essere colpevoli che a finire l’opera.
  • Più soldi spendi più PIL fai – Ovvia conseguenza del pagare molti stipendi a molte persone. Non rileva quale sia il prodotto del loro lavoro.
  • La responsabilità è sempre di quello prima – Passare velocemente la mano della responsabilità ad altri. Il non-responsabile uscente è grato al successore che nel teatrino politico-mediatico gli addossa ex-post  la responsabilità del fallimento-non-fallimento. Non c’è nemmeno bisogno di inventarsi nuovi argomenti; è sufficiente accusarsi a vicenda e lo spettacolo è fatto. Non le opere, ma lo spettacolo è ottimo.
  • La vera responsabile di tutto è la Burocrazia – La logica è: lasciare in giro per il paese gli eco-mostri incompiuti, non per il fallimento dell’investimento, ma per colpa della Burocrazia. Abbiamo cercato di parlare alla Burocrazia, ma nessuno ha saputo darci indirizzo e telefono della Burocrazia. Un perfetto buco nero per i grandi spenditori del denaro pubblico. E il ciclo ricominica.

Questi argomenti tuttavia descrivono, ma non spiegano; la smentita più coerente al punto 2 è invece che:
– quando il PIL cresce, si diventa complessivamente più ricchi; ma non è affatto detto che quando il PIL diminuisce ci si perde. Il PIL diminuisce anche quando il prezzo del petrolio cala, ma nessuno è scontento, a parte l’OPEC. Semplicemente noi cittadini spendiamo meno e ci teniamo i nostri risparmi
– l’investimento (economia a valore aggiunto) è un pezzo di economia che si sovrappone sommandosi all’economia a somma zero (il banaloma).

Il conseguente ovvio quesito è: perché i nostri AP ci raccontano l’andamento del PIL, ma non ci raccontano come cresce (o diminuisce) il patrimonio che abbiamo affidato a loro?

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(*) Il banaloma: a spendere meno si resta più ricchi.

CASO 1
Le condizioni di partenza
Supponiamo che esista una comunità fatta da sole tre persone fisiche il Sig. API e il Sig Beppe e il Sig Agro.
Beppe, API e Agro hanno ciascuno un proprio tesoro iniziale di 100 T(alleri).
Beppe e Agro usano, ciascuno, un campo di foraggio di uguali caratteristiche sul quale fanno pascolare quattro pecore ciascuno.
Tutti e tre posseggono congiuntamente una capannuccia di protezione dal sole e per la notte.
La manutenzione della capannuccia costa 90 T l’anno.
API sa tenere di conto e tutti e tre decidono di affidare ad API ciò che mettono in comune (la manutenzione della capannuccia).
API, che è persona capace, predispone i conti suoi personali separati dai conti della SC – Società Capannuccia della quale tutti e tre sono soci paritetici.
Tasse e patrimonio
Tutti si tassano per 60 T a testa.
Tutt’e tre restano con un personale tesoro di 40 T, mentre la SC si ritrova con 180 T in cassa. La somma dei quattro tesori rimane invariata (300 T) seppure ripartita fra quattro diverse tasche.
Lavoro e compensi (PIL)
A questo punto API fa eseguire ad SC la manutenzione della capannuccia che:
• affida, metà per ciascuno (45 T), a Beppe e Agro
• definisce di trattenere per sé il compenso di 45 T per la gestione della SC.
Il PIL (in termini di compensi individuali) risulta pari a: 135 T.
Patrimonio finale
– Beppe, Agro e API hanno un tesoro di 85 T ciascuno
– SC ha in cassa (patrimonio) 45 T
– Il patrimonio finale totale è sempre di 300 T, sebbene ripartito diversamente.

Questo è un ciclo economico elementare a somma zero: il patrimonio totale iniziale è uguale a quello finale. Naturalmente si spera che la capannuccia riordinata, valga di più, ma come è ben noto quel valore non esiste finchè non si concretizza la vendita.

CASO 2 – Taglio della spesa pubblica
Per varie ragioni i tre decidono che per l’anno successivo vogliono spendere meno, cioè solo 60 T invece di 90 T. Cosa succede?
Succede che:
– I tre si tassano per soli 40 T a testa (invece che 60) creando un tesoro in SC pari a 120 T
– API assegna i lavori con gli stessi criteri del CASO 1 e quindi 30 T a testa a Beppe, Agro e API che ricostituiscono un tesoro individuale di 90 T, rimanendo in cassa ad SC 30 T
– Il patrimonio totale è sempre lo stesso di quello iniziale 300 T
– Il PIL però è diminuito di uno scombussolante 30%, cioè di 45 T (da 135 a 90).

Questo è il dramma presentato dalla scioccante frase 2: i compensi calano del 30% e qualcuno soffrirà gravemente.

Non si capisce però per quale ragione Beppe, Agro e API dovrebbero essere scioccati e tantomeno soffrire. Semmai dovrebbero essere più contenti dato che il loro patrimonio personale nel primo caso è risultato pari a 85 T, mentre nel secondo caso è di 90 T.

PS. Rifrasiamo il titolo: tagliare la spesa, taglia il PIL, ma non è affatto doloroso come vogliono farci credere. Anzi è sano. Se non serve spendere, è meglio non spendere, come si fa in ogni famiglia di buon senso.