EuroGrecia, debito pubblico, manipolazioni monetarie e democrazia

Come molti prevedevano, Tzipras in primis, la negoziazione EU-Grecia continua indefinitivamente e porterà a dilazioni di pagamento ben oltre i limiti del razionale economico.

Lo spazio per una convergenza è angusto, quasi obbligato. I soldi dei cittadini europei sono sostanzialmente persi. Per gli Amministratori Pubblici EU si tratta ora di salvare la faccia con i propri cittadini.

Gli AP europei sono sotto pressione (forse) per la necessità di dimostrare ai cittadini europei che:

  • l’investimento sulla Grecia in EU non è stato sbagliato,
  • credono veramente che il debito pubblico vada restituito (sarebbe una novità)
  • intendono neutralizzare il ricatto umanitario agendo sui fattori dell’economia invece di brandeggiare la  brutale sospensione del sussidio allo stile di vita greco. La sproporzione rispetto al valore aggiunto del lavoro greco (economia reale) non giustifica le pene che deriverebbero dalla brutalità. Tzipras peraltro gioca tutto su questa irrealistica e machista brutalità, specialmente germanica.

Gli AP greci al contrario hanno una incivile, ma favorevole, posizione nella negoziazione. Simile a quella del racket dei semafori che fa lacrimosamente chiedere aiuto ai poveracci che forse ha provveduto a storpiare per lo scopo.

I sintomi sono preoccupanti e dimostrano che la Grecia non è un caso particolare dovuto solamente alle pessime caratteristiche civili e sociali dei greci e dei loro Amministratori Pubblici. I sintomi riguardano l’Europa:

  1. Il debito greco dovrebbe essere pagato, a condizioni correnti, in tempi talmente lunghi che in sostanza non si paga, ma si rinnova; con un certo piacere del sistema finanziario il cui core-business è il credito/debito. Il fenomeno greco non è affatto solitario in Europa. Solo una grande svalutazione di massa potrà ricondurre il debito entro limiti gestibili. Purtroppo l’esito sarebbe a vantaggio prevalente degli ultra-indebitati e a deja vu che fanno paura. L’inflazione è molto dannosa, ma non tanto quanto lo psico-machismo che allora l’ha prodotta.
  2. Per poter pagare il debito pubblico i cittadini greci dovrebbero produrre beni e servizi in volume sufficiente da fornire una base fiscale imponibile adeguata a sostenere la spesa pubblica e il peso finanziario del debito (restituzione del capitale e costi). Il PIL greco generato dall’economia reale è risibile rispetto al PIL generato dalla sproporzionata spesa pubblica che, come è noto, è solo un giroconto dalle tasche di uno alle tasche di un altro; cioè non produce alcun valore aggiunto. In sintesi la proporzione fra spesa dell’Amministrazione Pubblica, impegni finanziari ed economia reale è una piramide rovesciata che mai, in queste condizioni, consentirà ai greci di pagare alcunchè ai propri creditori. Al contrario il rischio è che la piramide rovesciata greca trascini tutta l’Europa in un buco nero finanziario crescente e irrecuperabile.
  3. Gli Amministratori Pubblici Europei si sono guardati bene dal soppesare il “rischio controparte” (il debitore è nelle condizioni di pagare?). Il sospetto è che le decisioni (di sussidiare oltremisura la Grecia) siano state prese dagli AP EU sulla base di accordi commerciali (one-to-one), utili ad alcuni Stati e non ad altri; fermo restando che i soldi prestati senza garanzie sono di tutti i cittadini EU. Il sistema motivazionale spinge gli AP, europei e locali, a prendersi un vantaggio immediato e scaricare i rischi sugli AP delle future tornate elettorali. E anche alle future generazione come oramai frequentemente accade nel presente, per le decisioni passate.
  4. Non pago il debito perchè affamerei i miei cittadini, purtroppo è una verità; di breve termine, ma una verità. L’attuale situazione di ricatto è il risultato della ben nota logica motivata dall’acquisto del consenso elettorale con i soldi dei cittadini. I greci non producono PIL da economia reale, ma pare che gli “educated” AP Europei non se ne siano accorti. Guardando al risultato immediato entro i loro orticelli, hanno finto di non vedere che sarebbero stati obbligati a continuare a pagare il ricattatore. O forse, hanno visto e non si sono proccupati (tanto pagano i cittadini).
  5. Lo schema greco si colloca in un contesto EU, e forse mondiale, di un perverso sistema motivazionale degli AP (crisi della democrazia):
    1. Il taglio della spesa pubblica produce un immediato taglio del PIL cioè dei redditi dei cittadini e, in via indiretta, delle imprese. Perché mai gli AP in carica dovrebbero suicidarsi politicamente tagliando la spesa pubblica corrente?
    2. Il taglio della spesa pubblica corrente aumenta lo spazio per gli investimenti. Questi, se bene organizzati e controllati, producono PIL da economia reale, ma solo dopo anni. Il che è un vantaggio solo per gli AP delle future tornate elettorali. Perché gli AP correnti dovrebbero sacrificarsi per il successo degli AP futuri?

Bastiat diceva che lo Stato è quella finzione secondo la quale tutti cercano di campare a spese degli altri. Purtroppo il sistema motivazionale degli AP, e sfortunatamente anche di molti cittadini, riflette proprio questa logica.

  1. Le dichiarate ragioni economico-politiche fondanti l’EU stanno nel principio: unire le forze in modo che
    1. gli Stati meno performanti migliorino più velocemente della media (diminuzione delle disparità)
    2. la prosperità complessiva aumenti.

La dura realtà è che l’EU si sta muovendo in direzione opposta.

Ad esempio negli ultimi anni il debito pubblico EU è esploso in piena contraddizione rispetto all’obiettivo di ridurre, o contenere, il debito pubblico di ciascuno Stato entro il 60% del PIL. È naturale che gli AP di ciascuno Stato trovino difficile ridurre il debito, anche solo diminuirne il tasso di crescita. Mentre è coerente, con le motivazioni politiche, aumentare la spesa pubblica verso una minore disparità fra Stati, peccato che il baricentro  punti non al 60% ma al massimo debito (fra il 100% e il 135%).

Gli AP hanno buon gioco politico nel giustificare l’aumento del debito pubblico con la crisi finanziaria perdurante. I fatti tuttavia smentiscono il ritornello politico che non regge. I fatti dicono che il debito pubblico è cresciuto, in percentuale e in volume, aumentando le già notevoli disparità iniziali fra i grandi Stati e i piccoli Stati. I grandi e i forti si sono guardati bene dal “tirare su” gli Stati deboli.

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Richiamiamo l’attenzione sull’inclinazione della crescita del debito e sulla scala dimensionale dei due grafici/gruppi. L’Irlanda è un’eccezione da approfondire.

Pare ovvio che una crescente distanza fra piccoli e grandi, forti e deboli, nord e sud, aumenti il rischio “crepa nella diga”.

È necessario e urgente che l’Europa chiarisca gli intenti concreti dei suoi singoli membri, che progetti un’Amministrazione unitaria che realmente aumenti la prosperità delle singole parti e di tutti (fare ricchi sé stessi e gli altri). Diversamente la corsa al debito pubblico, alle manipolazioni monetarie (svalutazioni sproporzionate), sbriciolerà quel poco e traballante messo in piedi di una possibile Europa.

Naturalmente salvare l’Europa ha senso solo se anche i cittadini credono che l’economia reale debba avere dimensione prevalente e proporzionata sull’economia di Stato (Amministrazione Pubblica) e sugli impegni finanziari (restituzione del debito). Per ora tutto indica il contrario: quasi tutti i grandi Stati Europei sembrano una grande Grecia destinata a campare “alla Bastiat” invece che sulla creazione di valore reale e diffuso.

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