Finte privatizzazioni poche liberalizzazioni è il mercato all’italiana

L’annuncio del governo Letta di voler procedere a mini- privatizzazioni per un valore di 10-12 miliardi deve essere preso con le pinze. Prima di tutto perché non è la prima volta che le declamate buone intenzioni dell’esecutivo non si tramutano in fatti: già a settembre si sarebbe dovuto avviare un grande piano di dismissioni caduto poi nel dimenticatoio. In più, anche i tempi di questa tornata di vendite sono incerti.

BSegue dalla prima asti pensare che per Eni
, ad esempio, si prevede un riacquisto di azioni da parte della società fino a un 10% del totale per poi annullarle. Questo porterebbe la quota del Tesoro e della Cdp a circa il 33% e quindi consentirebbe una vendita di un pacchetto del 3% per un controvalore di 2 miliardi facendo mantenere saldo il controllo in mano pubblica. Peccato che operazioni di buyback di queste proporzioni richiedano molti mesi se non addirittura anni e questa in particolare potrebbe essere contestata dai soci di minoranza perché farebbe aumentare l’indebitamento del Cane a 6 zampe e sarebbe non facile da giustificare dal punto di vista dell’interesse societario. In ogni caso, gran parte delle aziende in vendita (salvo, forse, Grandi Stazioni) resterebbe sotto il controllo del governo o della Cdp, che anzi utilizzerebbe parte dei proventi per altri investimenti. Il problema è tutto qui. In primis, poiché in Italia il pacchetto di maggioranza di una società ha un valore superiore rispetto alla mera proporzione matematica delle

azioni possedute (il cosiddetto “premio di controllo”), è perciò inevitabile che il prezzo spuntato dallo Stato per delle quote societarie inutili ai fini del controllo risulti più basso rispetto a quanto otterrebbe con una vendita in blocco. Inoltre, nel nostro paese “gli spazi di concorrenza teoricamente possibili non vengono interamente colmati, a causa della percezione di un eccessivo rischio di intervento a tutela degli incumbent pubblici. Per questa ragione, è più importante che mai inquadrare la riflessione sulle privatizzazioni nell’ambito di quella sulle liberalizzazioni, pena il rischio di far rattrappire le une e depotenziare le altre”. Questa frase è contenuta nell’”Indice delle liberalizzazioni 2013” pubblicato annualmente dall’Istituto Bruno Leoni ed è molto significativa perché mette in luce che, se è pur vero che privatizzare senza aprire alla concorrenza il mercato di riferimento è un’operazione i cui effetti sono meno efficienti di quel che si potrebbe, è altrettanto vero che uno dei maggiori ostacoli alla liberalizzazione è la pervicace presenza del Leviatano all’interno dell’economia, in un intreccio fatto di proprietà azionaria, golden share, concessioni, autorizzazioni, regolamentazione minuziosa, influenze politiche e sindacali che spaziano dalla concessione di crediti al salvataggio delle aziende decotte. Pertanto, vista la situazione attuale, non c’è da stupirsi della posizione del Belpaese nella classifica stilata dai ricercatori del Bruno Leoni. La metodologia utilizzata è sofisticata nei criteri di calcolo del grado di liberalizzazione, ma semplice dal punto di vista della comprensione del risultato. Sono stati infatti presi in considerazione 9 settori economici di grande importanza all’interno dei 15 paesi di più antica appartenenza all’Unione Europea (in buona sostanza i più rilevanti), vale a dire: distribuzione dei carburanti per autotrazione, mercato del gas, mercato del lavoro, mercato elettrico, servizio postale, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo e trasporto ferroviario. Fatto 100 il punteggio del paese più liberalizzato in ciascun compartimento economico, agli altri viene assegnato un voto conseguente al loro grado di apertura del mercato. Dopodiché si considerano i punteggi ottenuti in ciascun settore, si fa la media e si assegna la valutazione finale. Nazione più liberalizzata? Gran Bretagna, voto 84. Seconda classificata, Olanda con 76. Penultima in classifica la Grecia con un brutto 36. Ultima? L’Italia, con un desolante 28! Siamo in fondo alla graduatoria nel comparto televisivo, un gradino appena sopra l’ultimo per carburanti, lavoro, elettricità, poste e il nostro miglior risultato è un onorevole 4° posto nel trasporto aereo; non tanto per i favoritismi ad Alitalia, ma per la sua debolezza che ha favorito una certa penetrazione dei concorrenti. Naturalmente, i recenti balletti intorno alla ex compagnia di bandiera potrebbero farci arretrare in graduatoria: a peggiorare c’è sempre tempo. Per il resto la mancanza di concorrenza è quasi sempre derivante dall’intervento dello Stato, mirato a tutelare o le proprie imprese, come nel caso di Poste, Ferrovie, Rai (Mediaset è un ibrido, diciamo), oppure gli ex monopolisti, come nelle telecomunicazioni. Forti le influenze delle lobby (del sindacato per quanto riguarda il mercato del lavoro) o delle decisioni politicamente ed elettoralmente motivate (gli enormi sussidi alle rinnovabili, l’estensione della fascia non aperta al mercato nel settore elettrico, la normativa soprattutto regionale nella distribuzione dei carburanti). Purtroppo, le mancate liberalizzazioni sono un lusso che non possiamo più permetterci. Com’è noto, il nostro paese, è quello che è cresciuto meno al mondo (salvo forse Haiti e lo Zimbabwe) negli ultimi 20 anni. Ebbene, noi siamo il fanalino di coda nell’Indice IBL; siamo al 36° posto su 43 paesi europei nell’Index of Economic Freedom della Heritage Foundation (83mi al mondo); galleggiamo nella classifica di competitività del World Economic Forum al 102° posto per le Istituzioni politiche e al 137° per l’efficienza del mercato del lavoro; e, secondo la Banca Mondiale, stazioniamo ultimi tra i paesi OCSE per la facilità di condurre un’attività imprenditoriale (65mi al mondo). La correlazione tra il dirigismo ingessante del nostro sistema politico-istituzionale e la cattiva performance della nostra economia credo appaia evidente a chiunque: malauguratamente il pacchettino di privatizzazioni deciso dal governo non cambierà di una virgola questa amara situazione

Alessandro De Nicola

da “R.it – ECONOMIA e Finanza” del 25 novembre 2013

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