Fra PIGS e PIIGS la differenza sembra piccola: ma c’è di mezzo l’Italia.

L’osservazione ed il confronto sottolineano situazioni peculiari: l’osannata “Argentina-economy” spendacciona (e cialtrona) è stata archiviata, frettolosamente silenziosamente e doverosamente, nell’oblio con il suo gran buco; qualcuno provocatoriamente ricorda la percentuale di italiani con doppio passaporto, qui e là. Mentre fra i vicini di casa, la Grecia mostra un PIL in ripresa, l’Irlanda, grande PIGS, rimonta con la Spagna che dà segni di vita.
Che ci sia qualche (buona) scelta economica dietro questi effetti?

È sempre e solo sfortuna (nostra) e colpa (degli altri) se gli spendaccioni continuano a precipitare nell’illusione che i debiti non si paghino?
Ci sarà un momento in cui i cittadini chiederanno ai loro amministratori pubblici di smetterla di pagare esageratamente sé stessi, ed i loro interessati-elettori, con i nostri soldi, con le nostre tasse? Possibilmente senza ripetere il ritornello che il taglio della spesa porta al taglio dei servizi (probabilmente sostituendo la parola “corruzione” alla parola “servizi” il discorso ”fila meglio”, almeno a noi così sembra)?
Ci sarà un momento di pensiero sul fatto che il lavoro non piove da cielo, ma viene da chi ha voglia di fare impresa?
Ci sarà un momento in cui il lavoro non sarà “far girare i soldi da una tasca all’altra”, ma produrre beni e servizi di qualità e vendibili ad un prezzo possibilmente adeguato (si spera alto, viste le competenze dell’industria patria)? Ci sarà un momento di consapevolezza sul fatto che il fare girare i soldi da una tasca all’altra non aggiunge valore, ma lo brucia?
Ci sarà un momento in cui cominceremo a pensare che la spesa pubblica in gran parte va a finire nelle tasche di chi ci vende l’idea che le tasse sono cosa buona, meglio se sono tante, e che solo la “mano pubblica” aiuta a creare lavoro, a fare progetti, a fare le riforme strutturali?
Torniamo all’osservazioni ed al confronto iniziali: molto semplicemente e banalmente, Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna “hanno fatto i compiti a casa” e ce la stanno facendo, ad uscire dalle crisi.
L’Italia non ci pensa a fare i compiti a casa, e quindi non esce dalla crisi.
Che cosa vuol dire fare i compiti a casa?
Liberare gli spiriti animali: per mettere le cose in una dimensione storica, il “miracolo italiano” degli anni 60 non fu frutto e conseguenza della industria di stato; fu frutto e conseguenza di migliaia di “scior Brambilla, monsu’ Pautasso, bocia Bordignon,  mus Cargnelutti”, tutti piccoli, affamati, talora  emigranti e poi emigranti-di-ritorno, che costruirono imprese flessibili, rapide, competenti in un “qualcosa” che divenne un “grande qualcosa” a dispetto di politici, amministratori pubblici, P.A., sindacati.
Perso quel momento, inseriti vincoli e pesi da “tanto siamo un paese ricco”, il giocattolo si è rotto.
I numeri magici, o tragici, sono 8, 25 e 50: l’Europa pesa per l’8 % della popolazione mondiale, per il 25% del PIL mondiale, ma per il 50% del Welfare mondiale: ci siamo capiti. E l’Italia pesa per un buon 20% di quell’8%, di quel 25%, di quel 50%.
Abbiamo, forse avremo, il sistema di welfare più generoso che c’è, ma non avremo imprese per dare lavoro ai nostri figli.

 

Una provocazione scritta a 4 mani da Stefano Cianchi e Corrado Griffa.