Genova: Il disprezzo per l’alta nautica porta a nessuna nautica

MussoDi Enrico Musso: «Genova: Potrebbe essere l’ultimo Salone Nautico»
Genova rischia di giocarsi la sua rassegna più prestigiosa. Il settore regge, ma la kermesse continua a perdere importanza.

Qualche consiglio per il rilancio
http://genova.mentelocale.it/61228-genova-musso-salone-nautico-potrebbe-essere-ultimo/

Il succo è questo: Genova questa volta rischia davvero di giocarsi il Salone Nautico. Dopo anni d’incertezze, liti, battibecchi fra Ucina, Autorità Portuale, Fiera, Regione Liguria, Comune, ed ex poteri forti di questa ex città forte, in un groviglio d’interessi. Calo nel numero e dimensione degli espositori, negli spazi, nella durata. Perdita d’importanza e posizioni rispetto a uno scenario internazionale dove è ormai ben lungi dall’essere uno dei principali saloni nautici, e il suo primato è conteso persino in Italia.
Stavolta ce lo giochiamo proprio. Il Salone 2015 non si sa quando sarà. E potrebbe essere l’ultimo. O forse no. O forse ce lo siamo già giocato, perché il Salone è ormai solo l’ombra di quello che era. Eppure, malgrado una crisi senza eguali, l’industria nautica è rimasta una delle poche eccellenze italiane, e tutto suggerisce che dovrebbero puntarci sopra anche la città e la politica, le cui azioni degli ultimi anni hanno soprattutto colpito, quando non addirittura perseguitato, questo settore chiave della nostra economia.
La crisi: il fatturato della nautica italiana è arrivato al top nel 2008 (6,2 miliardi), poi è crollato a 2,4 miliardi. Meno 61%. Gli occupati sono dimezzati. Per dire: negli stessi anni il pil italiano ha perso complessivamente il 9%, e diciamo giustamente che è un tracollo. Anche il turismo nautico crolla in Italia: dimezzate le giornate in barca e la spesa dei diportisti, persi 10 mila posti di lavoro.
Il tracollone della nautica dura fino a tutto il 2013, mentre i dati parziali del 2014 lasciano intravedere una ripresa: il fatturato crescerà forse fra il 2% e il 6%, i contratti di leasing sono aumentati del 5% nei primi sei mesi. Certo, dopo aver perso quasi due terzi del fatturato, a un certo momento arriva il segno più. E si sono operate dolorose ristrutturazioni aziendali che si ripercuoteranno ancora negativamente sull’occupazione. Ma insomma, è un primo segnale.
Ma i segnali importanti sono altri, e consentono di essere moderatamente ottimisti per la nautica e non troppo per il nostro salone. La nautica non è la nautica. È un settore molto composito. A grandi linee, dobbiamo (almeno) distinguere fra segmenti di mercato (come per le auto, ci sono le piccole e le fuoriserie) e fra esportazioni e mercato interno. Quest’ultima distinzione è la più eclatante: nel drammatico ciclo 2008-2013 il mercato italiano è calato del 94% mentre la produzione per l’esportazione è calata solo di un terzo. I cantieri nautici italiani, che nel 2008 producevano in parti quasi uguali per l’export (53%) e l’Italia (47%), oggi producono al 93% per l’esportazione.
La relativa tenuta dell’export è il primo aspetto positivo, ma ce n’è un altro. Il settore dove andiamo più forte è quello che ha tenuto di più, i cosiddetti superyacht. Dei 735 attualmente ordinati o in costruzione, 274 sono a produttori italiani. L’Italia è di gran lunga leader mondiale, con buon distacco sul secondo (gli Usa con 63 unità): abbiamo il 37% del mercato mondiale, trend in aumento. I primi tre cantieri del mondo (insieme, il 20% del mercato) sono italiani: Azimut-Benetti, Sanlorenzo, Ferretti.
Dunque: crisi nera in tutto il mondo, e in Italia ancor più nera (perché la crisi italiana è più forte e lunga, per la politica fiscale, etc.). Ma l’industria nautica tiene, tengono le esportazioni e i superyacht. Per questi segmenti la domanda passa – di più – per altri saloni e altri canali. Così, forse, il salone di Genova ha perso importanza non solo e non tanto per la crisi del settore, ma perché ha perso la battaglia fra i saloni; se i clienti venissero ancora dalla Brianza potremmo fregarcene, ma se vengono da Mosca, Shang Hai, Dubai, allora Cannes o Montecarlo ci fanno un mazzo così (grazie anche al confronto impossibile fra l’aeroporto di Nizza e quello di Genova, fresco di declassamento ufficiale nella serie B degli scali italiani).
Quindi attenzione. Non possiamo raccontarci che la crisi del Salone di Genova è colpa della crisi della nautica. È colpa del confronto concorrenziale perduto a tutti i livelli.
Ucina e Fiera hanno annunciato che «il Salone si sposta a maggio» per anticipare i concorrenti (e perché lo hanno chiesto alcuni espositori top, dopo che il numero uno del mondo, Azimut-Ferretti, ha clamorosamente disertato). Poi però non si fa più. Poi forse. Poi vedremo. Intanto nessuno sa quando e se ci sarà il salone dell’anno prossimo.
Nelle relazioni fra città e salone, Genova si è mossa un po’ meglio che in passato, ma forse è già troppo tardi. Abituati come siamo alle rendite di posizione, in tutti i settori, qualunque forma di concorrenza ci spiazza, quella internazionale ci uccide.
Quanto alla politica: vediamo se dopo aver perso metà dei diportisti (italiani e stranieri) e più di metà del gettito fiscale riusciamo a smettere di considerare il settore come il ricettacolo degli evasori e dei grandi criminali. Perché è questo il messaggio che è arrivato dalla politica per troppi anni.
Nel nuovo mercato mondiale, con l’industria italiana forte ma la domanda spostata quasi interamente all’estero e concentrata sui segmenti alti, il Salone di Genova non ha troppe strategie a disposizione per rilanciarsi.
Una potrebbe essere quella di risuscitare la domanda nazionale e minore (l’emiro al suo quinto yacht non viene a Genova, il giovane professionista al suo primo gommone forse sì) ed essere punto di riferimento per il leasing e anche per l’usato, con strategie aggressive dei produttori ma anche – finalmente – con la politica come alleato e non come nemico.
Un’altra strada, non alternativa alla prima, è che il salone di Genova, inteso come vetrina della più importante industria nautica del mondo, diventi un brand che promuove la nautica italiana nel mondo, e magari organizzi eventi decentrati dove è oggi il mercato, per esempio a Shang Hai, Dubai, San Pietroburgo, Miami, Cartagena. La città, dal canto suo, può e deve offrire più che in passato ai visitatori del salone (in parte lo fa: bene una grande mostra in corso al Ducale, meno bene che sembri – anche se non lo è – uguale a quella dei mesi scorsi a Roma, e che riguardi artisti stranieri e non italiani: Frida Kahlo e Diego Rivera sono più una mostra per genovesi che per foresti). E favorire maggiori collegamenti con turismo e sport non esclusivamente legati alla nautica.
La partita è apertissima per la nautica italiana e – a essere realisti – quasi persa per il salone di Genova, per un diabolico mix di cause esterne e sciatteria locale. Ma non possiamo rinunciare a tornare la vetrina più importante della più importante eccellenza italiana nell’industria mondiale.
Enrico Musso

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