Asimmetria esaltata I Cittadini sovrani hanno affidato un potere immenso agli AP (Amministratori Pubblici). Enormi flussi di denaro passano per le loro mani, circa 850 miliardi di euro di spesa pubblica annua e 2.200  miliardi di debito dello Stato. Grande e asimmetrico è il loro potere. Stimiamo che gli Amministratori Pubblici siano 420.000 (170.000 quelli eletti e 250.000 i dirigenti). Il solo numero spaventa. Alle loro dipendenze lavorano dai 4 ai 6 milioni di funzionari, impiegati, persone. Un quarto della popolazione lavorativamente attiva. Ancora più preoccupazione viene dal numero di dirigenti e membri di CdA delle 10.000 società partecipate, ai quali aggiungere quelli delle concessionarie e delle altre società che vivono prevalentemente del fatturato con la PA. Sfugge ai conetteggi il numero di dipendenti in queste imprese sostanzialmente pubbliche.

Gli AP sono persone che, come tutti i Cittadini, adottano comportamenti guidati da individuali aspirazioni, attrazioni, passioni, interessi, seduzioni, tentazioni, desideri, bisogni, necessità, vanità, errori. Eppure la Costituzione, dopo aver assegnato tanto potere agli AP, ben poco concede ai Cittadini per difendersi dalle arroganze, dalle intromissioni, dagli abusi. Poco o nulla concede agli AP che si distinguono dagli arroganti per la loro equità e il loro senso di servizio ai Cittadini. È un’asimmetria contraria alla democrazia. È inoltre un’asimmetria esaltata dall’idea che lo Stato sia più giusto, più competente, più efficace, più efficiente dei “suoi” Cittadini. Idea logicamente insostenibile e socialmente perversa: il potere concentrato è pericoloso. Sono necessari anticorpi e pesi controbilancianti. Nell’immaginario dei cittadini è ancora molto diffuso il romantico metafisico assioma secondo il quale gli AP guardano, senza mai fallire, agli interessi generali, con altissima etica e purezza d’animo. Siamo amministrati da semidei?  Fortunatamente, seppur lentamente, i cittadini stanno cambiando convincimenti e desideano riappropriarsi della sovranità che si sono autoassegnati con la Costituzione e che è stata scippata, reinterpretandola, da AP che si atteggiano a sovrani, talvolta spudoratamente corrotti, interessati al beneficio personale e del proprio clan di appartenenza.

Gli eligendi Ai Cittadini, che alle elezioni si propongono di diventare AP, va la nostra concreta riconoscenza. Si propongono di farsi carico dell’ingrato compito di prendere decisioni anche dolorose, sperabilmente per un generale più grande vantaggio, sopportando il mugugno dei Cittadini. A loro tuttavia riserviamo anche la prudente diffidenza che esercitiamo quotidianamente come quando controlliamo sullo scontrino il prezzo e il peso, e valutiamo il nostro negoziante di fiducia. Anche il negoziante ci valuta, valuta le nostre preferenze, ci vuole nel suo negozio per cercare di vendere la sua merce, col massimo guadagno per sé, ma non troppo ché non torneremmo più. Questo è il perennemente instabile equilibrio di controllo e di aggiustamento della reciproca affidabilità: la democrazia applicata. Agli AP riserviamo l’equilibrata diffidenza che separa il succube dal pari; anzi il sovrano dal delegato.

Gli AP eligendi sono uomini come noi; sono quelli di noi che hanno scelto la strada dell’amministrazione pubblica, la politica, e come noi sono soggetti alle passioni e alle tentazioni, specialmente quando sono esposti a tanto potere, denaro e visibilità. Non è razionale credere che gli AP abbiano tutti lo stesso profilo personale, ma è anche vero che la maggior parte di loro sono mossi da alcune passioni comuni: a) essere eletti b) essere rieletti c) progredire nella scala dei ruoli di potere d) restare fra gli eletti il più a lungo possibile.

Per essere eletti è necessario il maggior numero possibile di consensi. L’eligendo sa che per aggregare il massimo numero di sostenitori deve essere assai inclusivo nelle sue dichiarazioni elettorali. Dichiarazioni elettorali nette e dettagliate sono, per loro natura, divisive e provocano la riduzione dei consensi. Al contrario affermazioni ampie, interpretabili, che si rifanno a principi tanto generali da essere astratti, tenderanno quanto meno a non dividere, e forse ad aggregare. Qualche esemplificativo paradosso: chi non vuole la pace? chi non vuole star meglio? chi non vuole equità? Più le dichiarazioni elettorali sono vicine alla metafisica, più consensi pioveranno. È il tradimento e la condanna che l’eligendo sa di assumersi. Nel momento delle dolorose decisioni, che dovrà prendere una volta eletto, perderà consensi. Il meccanismo appare un perverso generatore di inganni reciproci che facilmente debordano nell’area dell’inaccettabile. Inoltre i tempi della realizzazione sono lunghi e i benefici spesso cadono oltre il periodo di “governo”. È l’altra condanna dell’eletto: faticare per realizzare quanto possibile del suo progetto, vedere che  i risultati vanno a beneficio degli eletti nelle tornate successive.

La democrazia è per persone socialmente preparate ed evolute che hanno aspettative realizzabili, che evitano di chiedere agli AP promesse impossibili da mantenere, che riconoscono le promesse impossibili che rendono gli eligendi poco credibili.

Gli eletti diventano AP I candidati eletti diventano AP nell’esercizio delle loro funzioni. In questo passaggio cambiano ruolo come fa la larva, la crisalide e la farfalla. Cambiano priorità e interlocutori. Dovranno prima di tutto cercare il consenso dei loro colleghi “simili”, quelli del partito, o di quelle altre forze che li hanno aiutati a diventare AP. Nel migliore dei casi dovranno barcamenarsi fra le intenzioni che li animavano prima di essere eletti e l’istinto di sopravvivenza, di conservazione del proprio ruolo e del proprio futuro. Dovranno anche guardare in alto verso i più potenti contro i quali non è prudente andare. Infine ci sono i gruppi di interesse, le forze aggregate (dai sindacati di categoria, al sistema finanziario, alle forze internazionali). Insomma dovranno guardare in tutte le direzioni prima di avere il tempo di guardare in basso, all’interesse dei cittadini.

È prioritaria condizione necessaria, e insufficiente, che i Cittadini si posizionino in alto, dove siedono i sovrani, dove si esercitano i poteri sovrani. Bisogna che i Cittadini sappiamo esercitare il proprio ruolo sovrano.

Gli AP cooptati Meno paradossalmente contraddittoria è la situazione degli AP cooptati (assunti stabilmente per occupare un ruolo e per una specifica carriera amministrativa). Altri AP, già in posizione, li selezionano e li assumono. I criteri di assunzione non possono che riflettere le aspettative degli AP in ruolo; giustamente essi richiedono in priorità: fedeltà e obbedienza. Ai Cittadini piacerebbero i meritevoli (ai loro occhi) e i competenti, ma questi potrebbero essere pericolosi per gli AP, specie per i meno performanti. Forse è per questo che i criteri di nomina sono tenuti nella penombra (se non nell’oscurità) e la loro applicazione pratica è tenuta ancora più nascosta.

I cooptati non soffrono della schizofrenia degli eletti: guardare ai capi e anche ai cittadini. I cooptati guardano solo ai capi. Principio cardine di una qualsiasi organizzazione che funzioni. Peccato però che i loro risultati non siano misurati e premiati in funzione dello scopo primo della loro organizzazione: fornire servizi ai cittadini. Il perverso meccanismo delle motivazioni rende piuttosto probabile che gli AP “servano” altri invece che i Cittadini.

I Cittadini devono pretendere trasparenza e meritocrazia (secondo la prospetiva dei cittadini) per aiutare a premiare chi serve meglio i Cittadini.

Aspettative e risultati L’asimmetria del potere amministrativo, qualcuno preferisce il più ambiguo “politico”, sta nella ragione stessa dell’esistenza della PA (Pubblica Amministrazione) e nella sua conseguente enorme massa critica. Un grandissimo numero di persone riceve le proprie entrate direttamente dalla PA (stipendiati) o indirettamente, cioè da quegli enti il cui successo economico dipende strettamente dai comportamenti della “controllante” PA (concessionarie, partecipate pubbliche, fornitori con rilevante fatturato con la PA).

La dimensione della PA rende inevitabile l’asimmetria fra PA e singoli Cittadini (persone fisiche e persone giuridiche – imprese). L’asimmetria è particolarmente fastidiosa in sè, ma diventa vessatoria quando la macchina è opaca, lenta, burocratica, opprimente nei suoi costi e nei suoi risultati.

Siamo naturalmente convinti della necessità di un apparato amministrativo pubblico e che nessuna democrazia può funzionare senza un’organizzazione bene oliata, efficiente, veloce, giusta, trasparente ed equilibrata nell’erogazione di servizi ai Cittadini. Gli aggettivi sono però piuttosto astratti se privi della dimensione quantitativa, anche parziale, ma almeno confrontabile. Ci avvaliamo di statistiche di enti internazionali come ad esempio la Banca Mondiale, l’OCSE e altri. L’Italia certamente si trova nel primo 15% dei Paesi più fortunati, o meglio più bravi, nei quali il redditi procapite (GDPpc) è fra più alti al mondo. Ciò detto, fra questi, la gestione degli AP, del passato e del presente, hanno operato col risultato di posizionare gli italiani nella medietà o più in basso; il più preoccupante sta però nella consolidata tendenza a scendere nella graduatoria della qualità della vita. Non tanto perchè l’Italia decresce, ma piuttosoto perchè la maggioranza dei circa 200 Paesi ONU ha colto il treno della globalizzazione e con essa si sviluppano.

I Cittadini italiani non possono accettare di abbassare, anno dopo anno,  le proprie aspettative di qualità della vita.  O almeno Riteniamo che i Cittadini italiani siano piuttosto scontenti della decrescita e di ritrovarsi nella media o sotto la media. Il primo passo è esercitare la massima pressione sugli AP e sui privilegiati affinchè la macchina amministrativa sia flessibile, veloce, efficiente, con ciò migliorando più di un pochino in giustizia ed equità. Il parametro “giustizia” e fra i peggiori nei ranking internazionali. Il World Bank Doing Business report 2015 assegna all’Italia il 56° posto in media, mentre assegna il 147° nella Giustizia civile. Un risultato assai frustrante per la patria del diritto nella quale avvocati, accademici, magistrati e apparati vari rivendicano la supremazia intellettuale e operativa. Pronti a criticare tutti gli altri, mai a cambiare sè stessi. Vero che il World Bank è criticabile, così come tutti gli altri. Ma perchè perdere tempo a capire perchè tutti sbagliano? Perchè invece gli AP non si adoperano con determinazione e fermezza a risalire una drammatica china di iniquità?