I rischi del patto tra Roma e Berna

Da Alessandro De Nicola – Repubblica, 26 gennaio 2015: “I rischi del patto tra Roma e Berna”

Dopo il pasticcio della delega fiscale inquinata dalla norma subito ribattezzata “salva-Berlusconi”, il governo ha risollevato un po’ le sue quotazioni agli occhi dell’opinione pubblica firmando un protocollo di intesa con la Svizzera per regolare alcuni aspetti relativi allo scambio di informazioni tra autorità tributarie .

Entrando nel dettaglio, quali sono le parti più importanti dell’accordo? Essenzialmente la possibilità concessa alle autorità fiscali dei due paesi di avere accesso alle informazioni relativamente ai propri residenti che hanno depositato o dato in gestione soldi o titoli presso l’altro (sostanzialmente sarà l’Italia che busserà alle porte svizzere. Che un cittadino elvetico si rifugi in una banca italiana assomiglia alla storia dell’uomo che morde il cane): tutto ciò potrà esser fatto attraverso un dialogo diretto tra le agenzie delle entrate senza bisogno di passare per autorizzazioni della magistratura o di altri soggetti pubblici .

Questo scambio di dati si differenzia da quello previsto dal trattato OCSE (l’organizzazione internazionale che raggruppa tutti i paesi sviluppati) che dovrebbe entrare in vigore nel 2017: in quest’ultimo caso il traffico sarà automatico, nel senso che i governi aderenti forniranno periodicamente agli altri firmatari la lista dei loro cittadini che hanno conti presso le banche straniere. L’intesa italo-svizzera, invece, prevede anche delle indagini mirate a gruppi omogenei di contribuenti singoli o a individui. Le richieste non dovranno assumere la forma di una cosiddetta “fishing expedition”, una pesca a strascico di nomi senza che ci sia un principio di prova o un indizio che facciano pensare a comportamenti illeciti. Tuttavia, la trasparenza non avrà effetti retroattivi e le informazioni dovranno riguardare solo le operazioni e i conti dal 2015 in avanti.

Perché il protocollo si lega alla voluntary disclosure? Ricordiamo come funzione la collaborazione volontaria delineata dalla recentissima legge 186 del dicembre 2014. Chiunque abbia soldi in Svizzera se oggi aderisce alla procedura volontaria paga per intero le tasse se il denaro è frutto di evasione e solamente una sanzione se invece, pur essendo state pagate le imposte, il  contribuente non ha indicato nel quadro RW della dichiarazione dei redditi il possesso di denaro all’estero. Al contrario dei precedenti condoni, non si garantisce l’anonimato al contribuente “pentito” ed in cambio di ciò viene garantita la non sottoposizione a procedimento penale.

Orbene, se Berna e Roma firmeranno la versione definitiva del trattato entro il 2 marzo, questo seguirà l’iter parlamentare di approvazione normale in ciascun paese, ma alcuni effetti saranno immediati, primo fra tutti l’ammissione della Svizzera nei paesi white-list (mentre tutt’oggi, a certi fini, è ancora nei paesi black-list). Essere white-list ha grandi vantaggi, ad esempio alcuni costi sopportati dalle imprese italiane per servizi resi dalla Svizzera diventano deducibili, ma soprattutto si dimezzano sia le sanzioni sia gli anni di accertamento da parte dell’Agenzia delle entrate per chi aderisce alla voluntary disclosure. Così, mentre la multa per l’omissione della compilazione del quadro RW è dell’1% del valore delle somme depositate all’estero per gli Stati black-list, per quelli candidi è dello 0,5%. Oppure, mentre gli anni da regolarizzare (sia per le sanzioni che per le imposte non pagate) per le nazioni nere sono 10, per quelle bianche sono 5: è ovvio che chi aderisce alla disclosure dalla Svizzera si troverà a pagare somme molto minori grazie all’accordo.

Fin qui le spiegazioni tecniche indispensabili per dare un giudizio sulla vicenda che si può riassumere così: bene la trasparenza ma che non si trasformi in una scusa.

Mi spiego: prima di tutto noi partiamo sempre dall’idea che ad un servitore pubblico “buono” si contrapponga un potenziale malandrino che deve essere sorvegliato. Le cose non stanno in questo modo: il servitore pubblico ha le sue manchevolezze, le sue rigidità, il suo eccesso di zelo, i suoi soprusi. Se la trasparenza assoluta fosse concessa all’amministrazione russa, iraniana o venezuelana verso i nostri conti bancari ognuno di noi si sentirebbe –a ragione- inquieto. L’essere l’Italia un paese democratico, però, non è sufficiente a eliminare il rischio di abusi di potere. Quindi l’aver tolto il controllo del magistrato per vagliare le richieste del fisco impone una prudenza e una certa severità nel considerare gli indizi sufficienti per avere accesso alle informazioni bancarie; altrimenti il rischio che il confine con la “fishing expedition” si annulli, è concreto.

Inoltre, la trasparenza è una precondizione affinché pure il dibattito sulla concorrenza fiscale rientri nei suoi giusti limiti. Un conto è attrarre capitali esteri assicurando opacità ad individui ed aziende, un altro invece è offrire procedure snelle e garantiste nonché aliquote basse. Se la retorica sulla concorrenza sleale fosse diretta a far sì che cittadini ed imprese non si trasferiscano verso lidi ad imposizione più lieve, tutta l’Europa diverrebbe un blocco dove chi tassa di più chiede che gli altri si adeguino alla sua esosità e alla sua prodigalità nella spesa pubblica: un incubo. Una volta che il campo da gioco è uguale per tutti, invece, i dissipatori di denaro pubblico si rassegnino al fatto che i propri compatrioti vadano altrove.

Insomma, che i nostri vicini alpini la finissero di essere una gruviera fiscale era inevitabile: è importante che adesso dall’Italia non ci venga rifilato il gustoso formaggio trentino Puzzone di Moena.

 

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

Twitter @aledenicola

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