I valori della #Democrazia sono largamente sopravvalutati

Il primo errore di valutazione sta nel far riferimento ad essi come se fossero i principi fondanti di un’ideologia e o di una religione; ma la democrazia non è un’ideologia, è un metodo organizzativo, una forma di governo.

Il secondo errore sta appunto nel ritenere che nelle democrazie siano andati smarriti i valori fondanti. Non è stato perduto alcun valore, tantomeno quelli fondanti. Al contrario la democrazia ha vinto su ogni altra forma di governo; ha dimostrato di essere la più equa forma di governo mai applicata dall’umanità, oltre che la più rapida nel produrre qualità della vita. Nulla lascia intravvedere che il percorso si interrompa. I valori della democrazia, se esistono, hanno funzionato e funzionano bene. Anzi, la democrazia ha funzionato bene nonostante sia difficile identificarne i valori.

La democrazia è stata inventata per sostituire l’esausto e millenario modello organizzativo centralistico. A questo modello dobbiamo riconoscere i notevoli risultati raggiunti nelle società umane che contavano più di qualche centinaio o migliaio di persone. Le tribù dapprima sono diventate etnie e poi, crescendo, hanno progressivamente perduto l’omogeneità interna. Il fenomeno richiese il passaggio a forme di governo (regni) in grado di gestire gli accorpamenti di culture diverse. I regni, con massa ed estensione ancora più grande, divennero imperi.  In quest’ultima fase evolutiva,  la vecchia, ma mai ferma Europa, propose esperimenti sociali come la tanto ammirata, quanto fallimentare, rivoluzione francese, e in seguito i regimi nazionalfascisti o comunisti. Molti imperi vennero sostituiti da governi sempre fortemente centralistici che però già fingevano di essere elettivi.

Solo poche società si sono sottratte ai passaggi violenti che le trasformazioni repentine implicano. Le pragmatiche società del nord-Europa, dove il nord non è il centro, si sono intelligentemente, progressivamente e tempestivamente adattate all’evoluzione del contesto.

È curioso che i Paesi apripista nella sperimentazione di nuovi modelli sociali e di governo vengano indicati, quasi vergognosamente, con la parafrasi “economie avanzate”. Non è comprensibile la vergogna di riconoscere che i governi democratici hanno dato ai propri cittadini un beneficio maggiore di quanto abbiamo dato i governi centralistici, per esempio quelli del socialismo reale.

Il beneficio della democrazia è stato solo economico? Sarebbe un grave errore ritenere che la capacità di misurare i fenomeni economici, tipica delle democrazie, sia invece una una focalizziazione delle democrazie sui soli aspetti economici; il che condurrebbe alla distruzione del sistema sociale. L’argomentazione “la democrazia si occupa solo di economia e non dell’uomo” è ideologica ed è empiricamente inverosimile perché:

  1. Lo “sviluppo dell’uomo”, in altri termini una migliore equità fra esseri umani, è uno dei più brillanti risultati delle democrazie
  2. I socialismi, anche quelli devianti, hanno radicato la loro fede nelle teorie economiche di metà ottocento. Sono quindi i socialismi che hanno elevato le fragili teorie economiche ad utopie ideologiche; la loro applicazione nella realtà ha avuto impatto sfavorevole sulla qualità della vita dei Cittadini.

Nelle democrazie non si misurano i benefici sociali qualitativi, non perchè esse siano disinteressate o non vogliano, ma perché tali “qualità” sono non misurabili con gli strumenti attuali. Ciò nonostante il modello liberal democratico produce comunque ampi benefici sociali che appunto spaziano ben oltre il misurabile. Gli indicatori economici, come ad esempio il tanto contestato PIL e la ancor più contestata produttività (valore aggiunto), sono il prodotto di un’intelligenza diffusa, analitica, pragmatica, che apprende dall’esperienza e si adatta. Misurare è saper vedere, saper imparare e saper innovare; il ragionamento democratico non si ferma al piano delle teorie filosofiche ed economiche, al contrario le usa ma anche le sfida e quasi sempre le demolisce. Ciò detto, chi a lungo ha disprezato l’economia, ha dovuto seguire corsi accelerati di recupero.

Dello smarrimento della democrazia bisogna però prendere atto; è un sentimento che cresce in quella terra di mezzo che sta fra gli ormai bisecolari modelli organizzativi delle democrazie e i nuovi modelli sperimentali del terzo millennio.

I vecchi, e stanchi, Stati europei hanno generato, per mitosi, per distacco, le democrazie ultra-oceaniche, libere dagli inceppamenti della storia. Le nuove e le vecchie democrazie si ritrovano di nuovo insieme per fare i conti con i nuovi fenomeni che loro stesse hanno realizzato; per esempio la sparizione dei confini. Nessuno vuole rinunciare al faticosamente conquistato beneficio della libertà di circolazione delle persone; nonostante vi siano nuovi arrivati, che riconoscono il grande vantaggio di un mondo senza confini e pretendono di goderne senza averne letto il manuale d’uso. D’altra parte chi legge più i manuali d’uso? Il trambusto migratorio distrae l’attenzione e fa sembrare la scomparsa dei confini un male della democrazia. È invece un male prodotto da Amministratori Pubblici incapaci. Lo stesso vale per la libera circolazione delle merci, del denaro, per arrivare alla realizzazione degli altri diritti dell’uomo e dell’individuo.

Torniamo perciò al punto dei “valori della democrazia”. Esistono? Esiste un testo di riferimento che elenchi e descriva i valori della democrazia? Non ho una risposta, ma forse si può fare un esercizio che distilli i “valori della democrazia” dalle Costituzioni (che però sono i documenti organizzativi che definiscono il modello di governo di ciascuno Stato). Purtroppo a chi scrive viene in mente un solo principio e un solo assioma:

  • Principio – La democrazia si fonda sul diritto di ciascuno di essere un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sulle proprie risorse e sui propri beni
  • Assioma – Gli esseri umani desiderano aggregarsi contemporaneamente in molteplici società, e disassociarsene, alle quali non appartengono, ma delle quali possiedono partecipazioni.

Perché le democrazie sarebbero stanche? Non sono stanche, sono invece scientemente ostacolate nella loro evoluzione da una enorme popolazione di Amministratori Pubblici, eletti e cooptati, che difende una propria pretesa superiorità sui Cittadini.
Nei tempi andati è stato necessario rimuovere re, imperatori e le loro burocrazie; ora si tratta di ridimensionare il potere degli Amministratori Pubblici nazionali. Le Nazioni servono sempre meno; sono anacronistiche; ai Cittadini servono nuove società nelle quali risiedere temporaneamente e anche contemporaneamente. Gli uomini sono ora più liberi, più prosperi, più sovrani sul proprio destino. Gli Amministratori Pubblici non si capacitano e resistono.

Molti Cittadini però ancora esitano.
Molti Cittadini credono ancora nell’efficacia dei sistemi centralizzati.
Molti Cittadini credono che lo Stato, gli Amministratori Pubblici, siano “migliori” dei “propri” Cittadini.
I fatti quotidianamente (di)mostrano esattamente il contrario, eppure …

Ecco allora qualche domanda che potrebbe fornire qualche spunto per una rifondazione dei rapporti fra gli stessi Cittadini Sovrani e fra Cittadini e Amministratori Pubblici:

  1. Gli Amministratori Pubblici Nazionali non vogliono cedere il controllo sui loro servizi di intelligence nazionale. Per quale razionale motivo un cittadino italiano e uno tedesco dovrebbero opporsi ad un servizio di intelligence europea, continentale o addirittura di più vasta portata?
  2. Gli Amministratori Pubblici si riservano di decidere dove debba essere la residenza fiscale dei “loro” Cittadini. Gli AP hanno facoltà di decidere la residenza fiscale di ciascuno secondo il principio geografico del “centro degli interessi” non solo della singola persona, ma addirittura di tutta la sua famiglia. Perché un Cittadino non può avere interessi in vari Paesi e avere la certezza di pagare il giusto contributo fiscale a seconda dei servizi dei quali usufruisce in ciascun Paese?
  3. Gli Amministratori Pubblici tendono ad assecondare l’abolizione di Schengen. I Cittadini sono sicuri che gli AP non stiano approfittando dello stato emotivo generale per rafforzare il controllo nazionalistico dei propri confini? Sono sicuri i Cittadini che questo non sia strumentale a ritardare la creazione di servizi federali europei? Non è che gli AP stanno boicottando l’Europa e resistono alla creazione di un’Europa per i Cittadini, un’Europa con un governo elettivo, democratico?

Vi è la percezione piuttosto diffusa che l’Europa abbia un modello di governo primitivamente nazionalistico. Purtroppo il centralismo nazionalistico è sostenuto non solo dagli Amministratori Pubblici contro gli interessi dei Cittadini, ma anche da un’ampia parte della popolazione.

Inoltre vi è una grande confusione a proposito delle tensioni indipendentiste in varie regioni bloccate in ciascuna nazione. Gli indipendentismi sembrano giocare contro l’idea stessa di Europa, ma farebbero bene piuttosto ad esercitare il proprio indipendentismo a favore di un’Europa Unita, ma con Nazioni più deboli, similmente all’attuale linea scozzese.

Il prevalente incrocio di interessi nazionalistici sopprime, neutralizza, anestetizza, la necessità di un modello di governo “democrazia dem3 (del terzo millennio)” da applicarsi coerentemente entro gli Stati, nel continente e anche oltre. Tale necessità è respinta così nel profondo che viene interpretata come un’agitazione di pancia, come uno smarrimento, come una frustrazione provocata dall’inazione.

Eppure davvero abbiamo bisogno di un upgrade alla dem3.

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  1. […] non si coglie alcuna ambiguità. È scontato che la “dittatura” sia l’opposto della “democrazia”. Quasi sempre però il “dare per scontato” nasconde insidiose trappole culturali e ambigue […]

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