IBL: Il Papa e l’impresa che collabora e coopera

Volentieri rilanciamo l’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni. Riconosciamo all’impresa il valore del fare concreto, collaborativo, cooperatico e specialmente della creazione di valore per tutti dell’impresa. Nelle imprese prima che altrove si sperimentano modelli sociali innovativi. Si può fare di più e meglio? Certamente; si può fare molto molto di più. Ma dove si dovrebbe fare? Nelle imprese si deve fare, lo faranno e tutti dobbiamo sorvegliare che ciò accada veramente. Nelle imprese, nel pubblico e fra tutti i cittadini.

È di gran lunga di maggiore impatto sociale abbattere le vetuste barriere ideologiche che divide imprenditori dagli altri cittadini. Chi sono poi “gli altri cittadini”? Sia chiaro: eliminare gli abusi, le ingiustizie sociali, aiutare chi è rimasto indietro è di grande valore per tutti, ma questo obiettivo non si raggiunge demonizzando (sic!) chi ha nel DNA l’energia e il gusto di creare lavoro, creare benessere e creare valore per tutti.

Il Papa si rivolge alle anime e sprona tutti gli uomini alla cooperazione per il benessere di tutti. Ma diverso sarebbe se intere categorie di persone fossero accusate di essere peggiori di altri uomini e di peccare più di altri uomini.

All’incontro con i rappresentanti del mondo industriale, il pontefice ha evocato l’etica del fare impresa. Un’espressione che nell’uso corrente pare significare l’opposto dell’etica dell’impresa.

Contribuire attraverso la quotidiana attività imprenditoriale all’edificazione di una società più prossima ai bisogni dell’uomo è nello stesso atto costitutivo dell’impresa. Ci sono persone che scommettono su un bisogno e organizzano il lavoro proprio e altrui per soddisfarlo: generano occupazione, danno salari e stipendi, forniscono beni e servizi che altrimenti non si riuscirebbe ad organizzare, contribuiscono alla creatività e all’elevazione dalla schiavitù dei bisogni. Dietro un’impresa, non necessariamente c’è la benevolenza verso i propri simili: c’è il desiderio di benessere per sé e i propri cari, ma anche il desiderio di migliorare, progredire, soddisfare lo spirito creativo dell’uomo e adoperarsi al meglio nel ruolo che si è dati.

Il papa, riconoscendo negli imprenditori i costruttori del bene comune, ha ricordato il valore sociale del «fare insieme», invitando gli industriali alla collaborazione e condivisione: cosa altro è, tuttavia, un’impresa se non essenzialmente un luogo di collaborazione e cooperazione?

Nelle parole del pontefice, invece, è risuonato prevedibile il pregiudizio dell’imprenditore come affarista dedito alle raccomandazione e ai favoritismi, ai facili compromessi e alla disonestà e, soprattutto, ai «tristi egoismi» alla «sete di guadagno».

Da qui, l’esigenza di un riscatto dell’impresa e l’invito a farsi veicolo di giustizia e dignità, come se essa già non fosse, per dirla con le parole del predecessore Giovanni Paolo II, «più che un patrimonio di strutture materiali», «un bene sociale».

Un’esigenza e un invito non originali: la responsabilità sociale d’impresa, i bilanci sociali e ambientali, le attività filantropiche sono iniziative lodevoli, ma non necessarie a conferire all’impresa il carattere solidaristico che essa, per sua natura, ha. Non abbiamo bisogno di prediche che ci ricordino che l’impresa deve imparare a contribuire all’edificazione materiale e spirituale dell’uomo. Abbiamo, anzi, bisogno di prediche che ci ricordino che l’impresa è un sistema collaborativo di uomini, lavoro e mezzi che già adempiono a questi compiti.