#Identità

È il 1998.
Un distinto signore pianifica un viaggio turistico per l’Europa Centrale (Svizzera, Austria, Germania); richiede agli appositi uffici visti turistici di tre mesi. Presenta allo scopo il suo passaporto con una foto in cui appare fin troppo serio, il numero identificativo del documento è ben visibile, la firma del funzionario statale sovratimbrata, composizioni olografiche e striscioline metalliche molto “security” rendono quasi allegro il documento. Un’infinità di dettagli tecnico identificativi possono essere evidenziati in molti diversi modi, dai raggi ultravioletti, all’esame visivo dei timbri e della scrittura a mano. Il passaporto è quasi nuovo, per cui se ne leggono bene tutte le parti, anche quelle utilizzate attraversando altri confini.
Il viaggiatore, ottenuti e come d’abitudine meticolosamente verificati i visti, percorre con la consueta precisione e attenzione tutti i luoghi previsti dal suo itinerario.
Al compimento del tour, all’aeroporto, il distinto signore presenta il suo colorato, metallizzato superverificabile passaporto del British Honduras ed è immediatamente arrestato.
Il funzionario, appassionato di geografia, sa che il British Honduras non esiste.
Storia vera.

Appartenenza

Per un tempo lunghissimo l’umanità è vissuta con successo anche senza la CI (Carta d’Identità). Nel lunghissimo tempo che ci unisce ai nostri lontanissimi avi, il senso dell’identità (essere omologhi ai propri familiari o alla propria etnia) è sempre stato tanto profondo e radicato che quando si è sentita la necessità di un documento ID è stato chiamato “Carta d’Identità”. Quel documento certifica l'”identità” di chi si riconosce l’uno nell’altro.  Si dice che fu Napoleone ad inventarla, ma non funzionò; pare a causa delle insufficienti tecnologiche, organizzazione e “durata” dell’impero. Da allora quasi tutti i tentativi ebbero l’intento di “certificare l’appartenenza”. La Carata d’Identità è prevalentemente servita a separare gli “identici” di una etnia, omogenea anche nella religione, da altre etnie, inevitabilmente inferiori moralmente e fisicamente. “Noi buoni” con diritti superiori e “loro cattivi” praticamente senza diritti.

La Carta dei Diritti umani del ’48 e molte Costituzioni uscenti dalla WWII dichiarano che le democrazie sono il luogo delle diversità religiose, somatiche, etniche, di opinione, di lingua e inoltre che il diritto del singolo individuo prevale su qualsiasi organizzazione a partire dalla famiglia per arrivare allo Stato. Ciò nonostante, fino a tempi recentissimi, sono sopravvissute usanze e leggi di “appartenenza”  che forse ancora sopravvivono.  Ad esempio fino a pochissimo tempo fa, il 2010, in Italia la carta d’identità non era necessaria per i bambini e i ragazzi al di sotto dei 14 anni; si dava infatti per scontato che essi “appartenessero” ad una famiglia e, non tanto più indietro nel tempo, al capofamiglia.

Entro in confini nazionali la CI serviva dunque a distinguere i cittadini di classe A, con pieni diritti pieni da quelli di classe B, con diritti limitati, generosamente e paternalmente “accolti” da quelli di classe A.

Il distinguo, che esisteva fin da prima dell’antichità, aveva creato un paradosso. Prima dell’era della democrazia, gli stranieri potevano essere solo visitatori dotati di “visto” e “passaporto” oppure morti perchè pericolosi nemici o spie nemiche. Gli “stranieri in casa”, essendo stati accolti, non potevano essere trattati da persone inferiori, minacciose e cattive come invece potevano essere trattati gli “stranieri fuori casa”. In tempi antichissimi venne inventata una pragmatica soluzione: la sacra ospitalità. Fino a quando l’ospite era “gradito” ospite in casa, era sacro e intoccabile; più di un amico o di un vicino, ma meno di un parente. Ancora oggi, in molte popolazione permane la cultura della “sacra rituale accoglienza” dell’ospite come fatto straordinario ed eclatante. Nel tempo l’ospitalità è invece diventata normale consuetudine di rispetto, dentro e fuori dei confini della casa e dello Stato, alla pari di chiunque, familiari, amici, cittadini e stranieri.

Nei Paesi, dove da secoli si praticano comportamenti sempre più democratici, come ad esempio nei paesi dove vige la Common Law, si può notare un interessante fenomeno: ai cittadini la carta d’identità risulta istintivamente antipatica. Non se ne conosce la ragione, ma circola l’ipotesi che la libertà individuale includa anche il diritto di cambiare aspetti che invece noi latini consideriamo essenziali. In USA non sono mai riusciti a dare vita ad una CI. Clamoroso il caso UK dove nel 2011 venne abolita e vennero distrutti gli archivi delle CI costituiti a partire dal tentativo del 2006. L’ipotesi, non verificata, alla base del fastidio “identificatorio” pare derivi dall’idea che l’identità sia riconoscibile dalla sola presenza, cioè con l’essere presenti di persona (una sorta di habeas corpus?) e appunto riconoscibili nelle proprie caratteristiche visibili. Non è compito dell’individuo farsi riconoscere, ma è chi lo richiede che deve “identificare”. Il fastidio della “registrazione” pare stia nell’intolleranza verso lo “Stato che tutto controlla”. In quelle culture vengono preferiti strumenti di identificazione correlati alle specifiche “necessità di servizio” quali il “numero della previdenza” (USA), o la patente di guida o il passaporto.

Con l’esplosione del traffico passeggeri dopo la WWII e con l’inizio dell’era del terrorismo, per ragioni di sicurezza si è reso necessario svolgere accurati controlli di identità. Quasi la totalitò dei cittadini consapevolmente si sottopone alla registrazione informatica dei propri dati come l’anagrafica, la fotografia, le impronte, la retina, la forma del corpo e del viso. Il fabbisogno di sicurezza ha fatto passare in seconda priorità un principio di libertà, declinato forse più teoricamente che utilmente. La registrazione della propria identità è divenata uno strumento di sicurezza individuale e collettiva. L’uso di identità rubate, o false, è diventato reato in quanto sintomo concreto di crimini contro la persona, i più gravi. Anche il mancato riconoscimento nelle situazioni topiche è diventato sintomo di voler nascondere le proprie intenzioni pubbliche.

Senza entrare nel merito di quanto sia eticamente corretto farsi riconoscere o pretendere di riconoscere, il significato di “identità” è passato dall’ “appartenenza” alle “caratteristiche specifiche del singolo individuo”, tali appunto da definirne la singolarità identica solo a sè stessa.  La singolarità consente di dimostrare di essere individualmente titolari dei diritti umani e dei diritti acquisiti in virtù della Costituzione del Paese del quale si è cittadini o del Paese nel quale si transita.