Il capitale sociale che non c’è (a nord e a sud): così muore l’impresa Italia

Riceviamo dall’autore, Roberto Ricciuti, e volentieri pubblichiamo.

 

L’intervento di Federica Piran sull’impossibilità per gli imprenditori veneti di “fare rete” mi ha fatto tornare in mente un aneddoto di venti anni fa sull’individualismo imprenditoriale in Puglia.

A quei tempi mi dovevo ancora laureare ma stavo collaborando ad una ricerca finanziata dalla Regione Puglia sui fondi europei, finalizzata alla definizione dei distretti industriali ed a possibili politiche regionali in loro favore. Il mio compito era raccogliere dei dati e organizzare degli incontri con imprenditori, amministratori locali, sindacalisti.

Uno di questi incontri si tenne a Barletta, centro del distretto del tessile e del calzaturiero, negli anni successivi fortemente ridotto a causa della concorrenza cinese su un prodotto di bassa qualità come quello lì realizzato.

Il presidente degli industriali locali disse che il successo per un imprenditore del luogo non era solo “fare i soldi”, ma “fare i soldi e vedere il suo vicino di fabbrica fallire”.

Non è strano che nessuna delle politiche disegnate in quello studio sia stata realizzata, che il distretto sia crollato (è appena il caso di ricordare il crollo di una palazzina a Barletta nel 2011 in cui persero la vita cinque lavoratrici tessili che lavoravano in nero in un laboratorio) e anche che quell’imprenditore sia uno dei pochi ad essersi salvato specializzandosi in calzature antinfortunistiche, un settore a più alto valore aggiunto, dove la concorrenza cinese è molto più limitata che nelle calzature per il tempo libero.

Tecnicamente, questa è una mancanza di capitale sociale. Il tema nasce in Italia nel 1958 con la pubblicazione del libro Le basi morali si una società arretrata del sociologo Edward Banfield che – quasi come un entomologo – osservò per alcuni mesi il comportamento degli abitanti di Chiaromonte, un paese in provincia di Potenza. Qui fu formulata l’osservazione del familismo amorale, cioè l’esistenza di comportamenti volti a “massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”.

Nel 1993 Robert Putnam pubblica La tradizione civica nelle regioni italiane nel quale l’esistenza di capitale sociale è legata alla storia: territori che si sono autogovernati intorno al 1300 (essenzialmente il centro Italia tra la Toscana e l’Emilia, la Liguria e la parte più vicina al mare del Veneto) sono quelli in cui si è sviluppata fiducia nell’azione collettiva, mentre nei territori governati in modo assolutistico. L’idea che eventi così lontani nel tempo abbiano ancora oggi effetti è certamente discutibile, ma molto affascinante.

Negli anni ’90 con la fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno si è investito in una “nuova programmazione” dal basso, volta al miglioramento del capitale sociale e ad uno sviluppo autopropulsivo e non portato dall’esterno. Il risultato è stato una distribuzione a pioggia di risorse e nessun vero processo di sviluppo creato.

Roberto Ricciuti

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