Il Diritto astratto e il Diritto concreto

L’invenzione dei diritti è davvero meravigliosa. Talvolta pare che sia sufficiente enunciare bellissimi diritti perchè questi assumano carattere di urgenza e siano immediatamente applicabili.

L’esperienza pratica indica piuttosto che i diritti sono spesso una dichiarazione di intenti, espressione di aspirazioni, una bussola per una convivenza reciprocamente soddisfacente. Prendiamo ad esempio la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o la Costituzione. Sono documenti che rappresentano grandiose aspirazioni, ma sarebbe troppo ingenuo credere che quelle elencazioni di diritti siano sufficienti per passare dal piano delle dichiarazioni al piano dell’esecuzione.

Li hanno chiamati “diritti”, ma veramente sono “diritti astratti”; meglio chiamarli aspirazioni.

Molti, veramente, hanno cercato di convincerci che il Diritto discende da un cielo di atmosfere rarefatte, dove esistono elucubrazioni intellettuali sofisticate e sfuggenti, dove esistono il diritto naturale, i diritti fondamentali, i diritti inalienabili, i diritti non negoziabili e tanti altri diritti intangibili e immutabili.

Il Diritto però non è una disciplina esoterica per iniziati nelle mani di sciamani e di Prìncipi che con il Diritto governano. Il Diritto è, molto più semplicemente, l’insieme degli accordi con i quali i cittadini decidono quali sono i comportamenti eseguibili e reciprocamente vantaggiosi. Questi sono i “diritti” concreti e applicabili; in particolare quelli che non fanno pagare il conto ad alcuni mentre altri godono di ingiustificati privilegi (vedere i cosiddetti diritti acquisiti, intoccabili, ingiusti e, da chi ne gode unilateralmente i vantaggi, fatti passare per inalienabili, non negoziabili, intangibili).