Il lavoro non è (solo) un contratto.

Le questioni sul tavolo sono sempre le stesse: diritti, fisco, formazione, previdenza. E la politica finalmente sembra essersi accorta che c’è un problema sugli autonomi, un vero e proprio esercito che conta due milioni di persone che lavorano, che creano impresa e sviluppo, non solo per se stessi. E che per anni sono stati visti con il sospetto e la diffidenza di chi concepisce il mercato ed il mercato del lavoro secondo schemi e semplificazioni che oggi hanno sempre meno ragione di esistere.

Il motivo per cui le Partite IVA, invisibili fino a pochi mesi fa, sono finalmente al centro del’‘attenzione è politico, guarda caso, e nasce dal JobsAct: contratto a tutele crescenti in cambio di riduzione della flessibilità in entrata. Ma soprattutto in cambio del “disboscamento”, come dicono i sindacati, della zona grigia di precariato mascherato. Quindi basta CoCoPro, e pazienza se si ritorna indietro ai CoCoCo, che un progetto non lo avevano. Ma soprattutto caccia alle finte Partite IVA: vera ossessione di un pezzo di sinistra e di sindacato. E se sulla carta lo scambio sembra possibile, la realtà del mercato del lavoro in Italia e la crisi che sembra non finire mai non consentono una stretta sulla flessibilità in entrata. E le Partite IVA, vere o false che siano, hanno capito che ad oggi sono rimaste le uniche fuori dai sistemi di previdenza e di welfare in questo paese, e quindi hanno incominciato a porsi qualche domanda su come fare a creare le condizioni per non essere escluse dalle decisioni della politica che le riguardano direttamente.
Per capire che cosa bolle nella pentola del variegato mondo delle partite IVA, e soprattutto per comprenderne inquietudini e sfiducia, sarebbe necessario aver avuto per almeno un periodo della propria vita lavorativa una Partita IVA; ma basta fare un paragone tra lavoratore autonomo e lavoratore dipendente. Non sorprendono quindi le rivendicazioni della maternità, o della paternità, e della malattia, dell’infortunio o degli ammortizzatori rispetto all’improvviso calo di lavoro e di guadagno. E non dovrebbe stupire la richiesta di una revisione del patto tra stato e contribuente: partendo dalle tasse da pagare alla frustrazione di fronte al cliente che non paga nei tempi previsti, il tutto in un quadro di incertezza fiscale che oggi lascia quasi increduli. Per finire alla ingiustizia dello studio di settore, un sistema che penalizza il merito ed incoraggia a lavorare di meno, o peggio a eludere parte del guadagno.
Inoltre si comprende, meglio di quanto facciano le cosiddette associazioni di categoria, che i problemi delle partite IVA alla fine sono gli stessi uguali per tutti, a prescindere dalle tipologie e dai lavori che si svolgono. Che differenza c’è tra un traduttore ed un content manager dal punto di vista previdenziale e fiscale? Nessuna. E in cosa è diverso il giovane vvocato che per sua disgrazia non è figlio di avvocato ma ambisce ad esercitare la professione, rispetto al giovane architetto? E volendo provocare, che differenza c’è tra chi fa il commerciante e chi fa l’artigiano con bottega vista strada? A sentire le associazioni di categoria di riferimento tra i due c’è un abisso. Nella realtà non cambia nulla. Il problema oggi è lo stesso per tutti: fisco, malattia, e soprattutto previdenza — che con il sistema contributivo a regime apre una stagione di stenti rispetto a prospettive di allungamento della vita — sviluppo e formazione. Di fronte a queste questioni invece c’è l’ostinazione con cui in Italia la legislazione continua a pensare al lavoratore secondo quello che è il suo contratto e il suo codice ATECO, in una furia normativa e burocratica che non ha probabilmente eguali al mondo. Il Sistema è basato su quello che c’era nel secolo scorso, nonostante il mondo sia cambiato e indietro non si possa tornare: inutile intestardirsi in provvedimenti che pensano al lavoro come ad un contratto e poco di più.
Il lavoro andrebbe pensato in una logica di politiche attive e non limitandosi a quelle passive. Occorre incoraggiare l’impresa e dotarsi di uno Stato del “poter fare”, servono risorse ma soprattutto un nuovo pensiero politico, un cambio di passo che parta dalla revisione strutturale del debito pubblico e da una nuova visione del lavoro, basata sulla persona, come non si stancano di ricordare dalle parti di ADAPT, per bocca del Professore Michele Tiraboschi. Il lavoro non è solo un contratto, parola di giuslavorista. Il lavoratore è una persona, quindi occorre un nuovo JobsAct che sia un PeopleAct, con al centro appunto la persona, i suoi diritti, i suoi bisogni e i suoi meriti. Un JobsAct senza crescita industriale è solo una riforma di norme sul mercato del lavoro, senza nulla togliere alla centralità della materia. Oggi la questione delle Partite IVA è quasi il simbolo e la metafora di un paese che prova a crescere e ha bisogno di uno stato che dia le possibilità di farlo, che incoraggi e non mortifichi l’iniziativa privata e l’intrapresa, la sola strada per crescere e creare ricchezza. E le Partite IVA hanno oggi il merito di essere l’avanguardia di una questione che riguarda tutto il paese.

 

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