Il nostro buon senso: P.A. uber alles e l’alibi delle “richieste dell’Europa”

Una delle frasi più ritrite e controproducenti che i governanti hanno ripetuto in questi anni è stata “ce lo chiede l’Europa”. Di solito la si pronunciava per giustificare l’aggiustamento dei conti pubblici, come se il non andare in bancarotta fosse un sacrificio che compivamo per Bruxelles e non per noi stessi. Le riforme e un bilancio statale in ordine ci sono chiesti dal buon senso, invece, qualità di cui a volte politici e sindacalisti difettano in modo strabiliante.
Prendiamo il diritto del lavoro. L’appena pubblicato rapporto sulle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni pone l’Italia in una posizione molto bassa rispetto al resto d’Europa quanto a flessibilità del mercato occupazionale e ad efficacia della normativa. La speranza di chi lo legge è che, non avendo gli estensori fatto in tempo a considerare le riforme sui contratti a tempo determinato e il Jobs Act, nei prossimi anni la situazione possa migliorare.

Classifica ed efficienza potrebbero peraltro ulteriormente progredire visto quanto ha stabilito pochi giorni fa la Corte di Cassazione e cioè che il nuovo articolo 18 si applica anche ai lavoratori statali. In altre parole, come era evidente a molti, salvo che a buona parte della classe politica e soprattutto al ministro Madia, non è logico che per i nuovi assunti del settore pubblico non siano valide le disposizioni che rendono meno complicato il loro licenziamento. D’altronde, come avevano fin da subito notato il senatore Ichino e il sottosegretario Zanetti, e ha ora ribadito la Suprema Corte, Il Testo unico sul pubblico impiego prevede che lo Statuto dei lavoratori si applica nella “forma vigente” anche ai rapporti di lavoro pubblico.

Bene, cosa avrebbe fatto un governo sinceramente riformatore a questo punto? Salvato dal dovere legiferare sul punto dalla Corte di Cassazione, avrebbe incassato il risultato e la storia sarebbe finita lì. Invece, l’ineffabile ministra insiste che secondo lei (celebre giuslavorista) il Jobs Act non vale per il settore pubblico e comunque le cose verranno messe a posto dalla sua prossima riforma della P.A. Peccato che, se così accadesse, potrebbero addirittura aprirsi profili di incostituzionalità per disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati. Insomma, contro il buon senso non solo ci si rifiuta di introdurre un po’ di efficienza nella P.A. ma si vogliono aprire le porte a un periodo di incertezze e ricorsi che durerebbe per anni.

Ma la fantasia dei politici è ancor più fervida. Infatti, approfittando dell’esame del disegno di legge per l’attuazione delle direttive comunitarie, un gruppo di deputati trasversali, Pd e Pdl, grillini e leghisti, ispirati dall’ex ministro Damiano e dalla ex presidente del Lazio Polverini, entrambi sindacalisti, ha introdotto una serie di modifiche alla normativa sugli appalti pubblici che adesso dovranno essere discusse in Senato.

In particolare, nel momento in cui viene cambiato l’appaltatore, diventerebbe obbligatorio utilizzare, almeno parzialmente, «manodopera o personale a livello locale ovvero in via prioritaria gli addetti già impiegati nel medesimo appalto »; inoltre si dovrebbe assicurare «la continuità dei livelli occupazionali ». Non paghi, per gli appalti ad «alta intensità di manodopera» i nostri eroi hanno previsto l’applicazione, per ciascun comparto, del «contratto collettivo nazionale di lavoro che presenta le migliori condizioni per i lavoratori» e l’introduzione di «clausole sociali volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato ». A commentare questi emendamenti si è quasi imbarazzati, perché all’insensatezza dei proponimenti si aggiunge una certa ignoranza dell’ordinamento. Ad esempio, obbligare ad assumere gente del posto va contro la libertà di circolazione delle persone e dei lavoratori sancita dai trattati europei. Anche la clausola luddista per la quale, pur se un appaltatore ha migliore tecnologia e quindi per fare lo stesso lavoro ha bisogno di meno persone, deve necessariamente garantire la continuità occupazionale, va contro quanto stabilito dalla Corte di Giustizia Europea. I giudici di Lussemburgo hanno difatti stabilito già dal 1991 che sono vietate le normative nazionali che inducono le imprese «a non servirsi della tecnologia moderna, con conseguente aumento dei costi delle operazioni e ritardi nella loro esecuzione». Con l’emendamento della Camera se il nuovo appaltatore disponesse di personale più capace e volenteroso del precedente, dovrebbe rinunciarvi: che bella giustizia sociale.

In generale si tratta di clausole o risibili, tipo quella di applicare il Ccnl più favorevole ai lavoratori “a prescindere”, come avrebbe detto Totò, da ciò che vogliono le associazioni rappresentative delle parti, o tese a scoraggiare l’efficienza e ad aumentare i costi per la P.a.

Purtroppo, la trasversalità di questa cultura dell’inefficienza e del populismo è impressionante: forse è a causa di ciò che per molto tempo ancora, invece che reclamare riforme incisive che facciano ripartire il Paese perché ce lo impone il buon senso, saremo costretti a dire che “ce lo chiede l’Europa”.

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