Il potere evocativo del falso in bilancio

Il reato di falso in bilancio in Italia ha un forte potere evocativo. Fu utilizzato a mani basse dalla magistratura durante Tangentopoli per perseguire la corruzione (per accumulare i soldi necessari a pagare mazzette, si costituivano i famosi fondi neri, cioè poste extracontabili) e nelle maglie dei PM finì anche Berlusconi il quale, a un certo punto, sembrava collezionare avvisi di garanzia sul tema.
Nel 2002 si voltò pagina e il delitto diventò molto più difficilmente perseguibile: descrizione più restrittiva della fattispecie (solo le false rappresentazioni “concretamente idonee” ad ingannare furono rese punibili); pene ridotte (e quindi trionfale intervento della prescrizione a favore degli imputati); soglia di tollerabilità, tale che l’incriminazione era possibile solo per frodi contabili che incidessero per più del 5% sul risultato d’esercizio o dell’1% sul patrimonio netto; avvio dell’azione penale a querela e non più d’ufficio, salvo che per le società quotate. Qualche piccolo inasprimento si ebbe nel 2005 a seguito dello scandalo Parmalat, ma nella sostanza fino ad oggi l’impianto normativo è rimasto quello.
Ora, come è noto, il governo vuole cambiare. Anche se in Parlamento potrà succedere di tutto, le linee direttrici sono chiarissime.
Prima di tutto appesantimento delle pene. Da 1 a 5 anni di reclusione (oggi 2) per amministratori e manager di società di capitali, da 3 a 8 se sono quotate. Poi eliminazione della soglia di punibilità anche se il codice penale verrà modificato nel senso che i fatti di “speciale tenuità” non saranno più sanzionabili penalmente. Inoltre, il delitto tornerà ad essere perseguibile ex officio, senza bisogno dell’iniziativa dei soci.
Tutto bene? Avremo una legge penale come ci chiede l’Europa? Non proprio.
Rispetto agli ordinamenti degli altri paesi, ora la distonia principale risiede nella mancata procedibilità d’ufficio per le società non quotate (con l’eccezione della Spagna). Peraltro è anche vero che in mancanza di un danno concreto a soci o creditori (che magari si sono basati sul bilancio per concedere un prestito) o di una situazione di pubblico interesse come nel caso di società i cui titoli sono negoziati su mercati regolamentati, l’iniziativa del PM non è scontata. La truffa, vale a dire il reato da cui discende il falso in bilancio, in assenza di circostanze aggravanti è punibile a querela e così anche il furto.
Diverso il discorso per le soglie di tollerabilità. Gli ordinamenti stranieri, ivi compresi i severi sistemi anglosassoni, dove –per inciso- l’azione penale non è obbligatoria, prevedono un concetto di “materialità” del reato per poter sanzionare penalmente la frode di bilancio. Tuttavia, da un punto di vista di analisi economica, l’investitore medio, avverso al rischio e magari straniero, se sa che gli amministratori italiani sono tranquilli che entro l’1% del patrimonio netto non rischiano conseguenze penali se truccano i conti, alzerà il costo del capitale di rischio, vale a dire presterà a interessi più alti, comprerà a prezzi più bassi o si terrà lontano dalle società italiane: il dubbio sulla reputazione di alcune imprese ricade dunque su tutta l’imprenditoria italiana. Quindi, il togliere questa anomalia probabilmente è economicamente efficiente, visto che comunque bisognerà pur sempre provare il dolo degli amministratori e la concreta idoneità ingannatrice della falsità. Piuttosto, bisognerebbe liberarsi del mito che tale idoneità la si debba misurare rispetto alla comprensione che può avere il buon padre di famiglia. Ormai le regole contabili sono molto sofisticate e solo chi ha un certo grado di preparazione può capire un bilancio societario, perciò, per essere penalmente perseguibili, i trucchi dovrebbero essere abbastanza sofisticati da gabbare l’esperto, non l’uomo medio..
Quanto alle pene, quelle proposte sono le più alte in Europa (si va da un massimo di 1 anno di reclusione in Svizzera, ai 3 in Germania, ai 5 in Francia), mentre nel Regno Unito si arriva a 7 anni di detenzione e nei draconiani Stati Uniti a 20. Però è illusorio pensare che sia l’arma del diritto penale a tenere puliti e trasparenti i conti: é solo uno di molteplici elementi. Un’accurata ricerca svolta proprio tra le società americane ha rilevato che nel decennio 1998-2007, la SEC ha intrapreso 347 azioni esecutive riguardanti frodi contabili. Solo nel 21% dei casi ciò ha portato ad un’azione penale nei confronti degli amministratori delegati e nel 13% ad una condanna (il che vuol dire che nel 37% dei processi gli imputati sono stati assolti). Ancor più basse le percentuali riguardanti i dirigenti responsabili del bilancio.
La conclusione è che in Italia avremo un regime piuttosto severo ma dal quale non dobbiamo aspettarci le svolte che la politica, certi organi di stampa o alcuni magistrati sperano o fanno finta di sperare.

Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
Twitter @aledenicola

 

Da Repubblica A&F del 9 marzo u.s.

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