Angeli o Demoni: ma all’Italia servono davvero i derivati?

I derivati, definiti anni orsono armi di distruzione di massa dall’Oracolo di Omaha Warren Buffett, sono costantemente cresciuti negli anni, sull’onda di deregulation, aumento delle tecniche di utilizzo, appetito di banche ed investitori. In Italia, i derivati sono finiti nell’occhio del ciclone perché sono stati sottoscritti anche dal Ministero del Tesoro, portando a un aggravio del debito pubblico di 16,95 miliardi di euro nel periodo 2011-2014. Ma che cosa sono i derivati? Come sono utilizzati? Quanto valgono?

Che cosa sono i derivati

I derivati sono contratti e strumenti il cui prezzo è basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante (azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse); il loro utilizzo principale dovrebbe quindi essere la copertura di un rischio finanziario (hedging), l’arbitraggio (acquisto di un prodotto in un mercato e sua vendita in un altro mercato), la speculazione.
La loro negoziazione avviene principalmente OTC (acronimo di Over The Counter), ossia fuori dai mercati negoziati, dove le regole sono più lasche ed elastiche, e in via crescente sui mercati negoziati, in seguito a modifiche regolamentari (Basilea III, regolamento EMIR volto a ridurre il rischio sistemico e aumentare la trasparenza del mercato) che impongono alle banche requisiti di capitale inferiore rispetto agli OTC. Tradizionalmente, dove le regole sono elastiche, l’intraprendenza e la fantasia nel creare nuovi contratti sono maggiori.
La parte del leone del mercato dei derivati è rappresentato dai contratti sui tassi di interesse, con $505 trilioni (circa l’80% del mercato OTC); gli swap contano per $381 trillioni; i derivati sui cambi valgono $76 trilioni, il livello più alto da molti anni. Ancora: i famosi CDS (che coprono il rischio default di un debitore, sia esso un’impresa o uno stato sovrano) sono pari a $16 trilioni; i derivati su equity, quasi-equity e commodities hanno un valore complessivo di $8 trilioni.

I derivati in giro per il mondo

A livello mondiale, il controvalore dei contratti derivati è pari a oltre 10 volte il PIL mondiale: un numero che fa riflettere sia sulla finanziarizzazione dell’economia, sia sull’importanza di un’adeguata conoscenza, e si spera anche supervisione, su di essi.
A fine 2014, la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ha indicato in $630 trilioni il loro controvalore (notional principal) ed in $21 trilioni (21.000 miliardi) il gross market value. Quest’ultimo rappresenta la perdita massima che i partecipanti al mercato sopporterebbero in caso di inadempimento della controparte, e quindi il valore del costo di rimpiazzo, al valore di mercato, dei contratti non onorati. Si tratta in termini relativi di un 3,3% del principal, ma che assume un valore assoluto importante, se confrontato con la capitalizzazione del sistema bancario: le prime 5 banche USA (JP Morgan, Goldman Sachs, Citibank, Morgan Stanley, Bank of America) insieme capitalizzano 758 miliardi. Il gross market value è generalmente ridotto tramite accordi di netting e collateral, portando la effettiva esposizione, nel migliore dei casi, a una gross credit exposure assai inferiore, calcolata dalla BRI a $3,4 trilioni a fine 2014.
Non possiamo che aderire alla regoletta aurea adottata dal sistema, che confida che tutti gli operatori che usano derivati per coprire i vari rischi finanziari siano solvibili e corretti. Anche se nel 2008, il crollo di Lehman Brothers, AIG e Bear Stearns mise in luce la modesta comprensione del fenomeno e dei suoi effetti: fallimento e bancarotta.

I derivati made in Italy

Banca d’Italia ha rilevato il valore dei derivati OTC in bilancio dei 6 maggiori gruppi bancari in 6.890 miliardi di euro a fine 2014, senza ulteriori informazioni sull’intero sistema bancario, su gross market value e gross credit exposure. In via approssimativa, utilizzando le stesse percentuali rilevate dalla BRI, per i 6 gruppi bancari principali si avrebbe un gross market value di 227 miliardi di euro, a fronte di una capitalizzazione complessiva di 107,6 miliardi. Tutti questi soldi sono spesi bene?

I derivati servono davvero?

In questo campo, “Angeli e demoni” si fronteggiano. I favorevoli vedono i vantaggi portati da strumenti considerati sempre più essenziali per accedere ad investimenti resi più certi e prevedibili, come nel caso dei clienti dei mutui a tasso fisso e variabile, grazie ai derivati sugli interessi. I contrari puntano il dito contro i margini lucrati da banche e intermediari su strumenti poco trasparenti e con costi spesso occulti.
Probabilmente i derivati servono, ma in misura più contenuta di quanto fatto sinora. In una situazione di tassi di interesse storicamente bassi e su un lasso di tempo ormai significativo, i derivati sui tassi sembrano più un lusso che una vera necessità per le banche, che su di essi contano per chiudere bene i bilanci.
I derivati sui cambi se da un lato assecondano l’andamento delle valute, spesso lo possono accelerare e dirigere.
I CDS sono un buon indicatore della rischiosità di un debitore, e ne fanno pagare il costo all’investitore nei titoli del debitore.

Come sempre, sta ad una merce rara (l’antico buonsenso), trovare il loro giusto equilibrio.

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