#Inflazione è la parola equivoca di oggi. È una tassa bancaria anti-competitiva?

La notizia circola e rimbalza: l’inflazione è diventata buona. Va di moda. Alcune categorie di cittadini l’apprezzano, lo dichiarano sempre più apertamente, esortano i cittadini ad abbracciare la causa.

L’implicito sarcasmo con cui riporto questa novità potrebbe indurre un pregiudizio che intendo immediatamente fugare: «Sono favorevole all’aumento dei prezzi. Auspico che i prezzi aumentino moltissimo». È a questo punto che la maggior parte dei tre lettori di quest’articolo abbandoneranno la lettura. Ma a loro chiedo lo sforzo di leggere le prossime quattro righe prima di andarsene.

 

Ecco le ragioni empiriche di questo convincimento:
a) Nei Paesi in cui la qualità della vita sembra migliore, i prezzi sono più alti
b) Dove i prezzi sono alti, anche i compensi dei cittadini sono più alti (GDP pro-capite, detto anche PIL-pro-capite).

Il sarcasmo non si rivolge all’aumento dei prezzi “sintomatico” (cioè “effetto” e non “causa” dell’ ”inflazione”), ma piuttosto all’esistenza dell’Inflazione Buona. Il che implica il suo opposto: l’Inflazione Cattiva. Quella che sentiamo bruciare sulla nostra pelle, sui nostri compensi e sui nostri risparmi.

Gli economisti hanno da tempo teorizzato che l’inflazione è una sola, ma con effetti diversi a seconda delle cause che l’hanno generata. Qualcuno, per esempio Von Mises, aveva perfino denunciato che oggi si usa la parola inflazione (variazione in aumento della massa monetaria in banconote e depositi bancari) per indicare “l’aumento dei prezzi” «….. Il risultato di questa deplorabile confusione è che non c’è più un termine per indicare la causa dell’aumento nei prezzi..».

Il concetto di inflazione infatti pare si riferisca alla tendenza al sempre instabile equilibrio fra almeno tre elementi:
a) i compensi (GDP pro-capite)
b) i prezzi dei prodotti e dei servizi
c) il “valore” della moneta.

Gli insegnamenti degli economisti e l’osservazione empirica sembrano convergere sulla correlazione: aumento dei compensi = aumento dei prezzi. Ma non si tratta di un’equazione bidirezionale. L’esperienza, e la logica, infatti ci dicono che:
1. quando i prezzi si alzano più dei compensi, i cittadini hanno minore accesso a quei prodotti/servizi che prima erano a portata dei loro compensi
2. quando i compensi si alzano più di prezzi, i cittadini possono accedere a una più ampia gamma di prodotti/servizi, anche verso prezzi più alti

La sequenza di applicazione più “favorevole ai cittadini” sarebbe perciò quella di applicare prima l’aumento dei compensi e poi lasciare che i prezzi aumentino di conseguenza.
Sfortunatamente il procedimento per alzare i compensi non è banale. Per alzare i compensi è necessario immettere sul mercato prodotti e servizi di maggiore qualità e perciò di maggiore prezzo. Per alzare la qualità dei prodotti e dei servizi occorrono persone con capacità superiori che, appunto per questo, chiedono e meritano compensi più elevati.

Il nostro Paese è pieno di capacità elevate nelle scuole, nelle università, nella sanità, nell’ingegneria, nell’imprenditoria e in infiniti altri settori, inclusa l’amministrazione pubblica. Non pare però che il criterio dell’aumento dei compensi, in relazione alle capacità del persone, sia particolarmente diffuso. Non c’è da stupirsi quindi che il GDP-pro-capite non mostri livelli e tendenze all’altezza delle ipotizzate capacità italiane. Questo però è un filone di indagine che ci porta lontano dal fuoco della nostra analisi “sull’inflazione buonista”.

Ritorniamo dunque al punto in cui siamo abbastanza convinti che i prezzi debbano aumentare in conseguenza dell’agire di:
a) persone capaci
b) che forniscono prodotti e servizi di elevata qualità
c) a prezzi elevati
d) ottenendo compensi elevati.

Abbiamo trovato “l’Inflazione di Tipo A”. Quella:
1) causata dall’aumento dei compensi (esito degli investimenti)
2) che nel tempo si traduce in:
-2.1) prezzi alti per i nuovi prodotti/servizi
-2.2) maggiore efficienza, prezzi più bassi, per i prodotti/servizi preesistenti
3) che insieme tendono ad aumentare il valore complessivo degli scambi
4) che è di buon senso supportare con una maggiore massa monetaria circolante (inflazione)

Messa in circolo massa monetaria addizionale …. il prezzo unitario dei prodotti pre-esistenti non è aumentato. Al contrario potrebbe anche essere diminuito. Mentre il prezzo medio complessivo eventualmente aumenta in virtù degli alti prezzi dei nuovi prodotti e servizi.

Oplà….il circolo virtuoso non ha aumentato i prezzi?!?
Allora non è “inflazione” !
Falso !!
La massa monetaria è aumentata e quindi è inflazione, nel senso indicato da Von Mises e altri.
Comincio a intravvedere l’effetto di una sorta di neolingua strisciante.

Proseguiamo esplorando l’opposto: l’ ”Inflazione di Tipo B”, che tipicamente viene innescata:
a) dall’aumento della massa monetaria generato dal sistema bancario (M1= moneta fisica + credito)
b) che inevitabilmente aumenta i prezzi nominali (ciò che prima costava 100 dopo costa 110)
c) mentre i compensi restano quel che sono
d) i risparmi valgono meno
e) i consumi si restringono perché i cittadini hanno meno risparmi e minori compensi

Non avete la percezione che “l’inflazione B” eroda i compensi di quasi tutti meno alcuni? Non siete infastiditi quando “l’inflazione B” riduce i vostri compensi e risparmi, mentre alza i compensi a coloro che non hanno applicato alcuna meritevole capacità, oltre a quella di aumentare la massa monetaria? Non avete la concreta sensazione che qualcuno vi stia prendendo per i fondelli?
Se non l’avete, o siete dalla parte di quelli che, grazie all’inflazione B, incassano di più o non avete fatto bene i vostri conti.

Questo è il momento di scoprire chi ci guadagna dalla “confusione” fra “Tipo A” e “Tipo B spacciato per tipo A”.

Mi appoggio metodologicamente all’economista Cipolla che, umoristicamente ma non troppo, propone uno schema (*) di riconoscimento dei cittadini praticanti il Tipo A distinguendoli dai praticanti il Tipo B:
a) i “capaci” fanno il bene proprio e quello degli altri; essi generano valore per tutti; sembra la descrizione dell’Inflazione Tipo A
b) i “briganti” praticano assai profittevolmente il Tipo B circuendo, con la “confusione”, gli sprovveduti e spostando valore dalle loro tasche alle proprie.
c) gli “sprovveduti” si lasciano portar via il risultato del loro lavoro; inconsapevolmente, facilitano la pratica del Tipo B ad altri  pronti a cogliere l’occasione (i briganti)

In sintesi il prof. Cipolla ci suggerisce che la ricchezza:
– si crea, aggiungendo valore con il lavoro di trasformazione dei fattori di produzione
– si sposta da una tasca all’altra (sprovveduti-briganti) impoverendo gli uni e arricchendo gli altri, in un gioco a somma zero.

Proviamo ora, applicando la teoria alla pratica, a scoprire chi ci guadagna e chi ci perde. Per procedere è però necessario fare un passo indietro e riprendere la triangolazione compensi-prezzi-moneta. Finora abbiamo inquadrato gli equilibri instabili fra prezzi e compensi, ma non abbiamo ancora toccato il “terzo incomodo”: la moneta.

Nelle nostre tasche la moneta è merce scarsa, ma quasi sempre presente. Ciò nonostante è poco conosciuta e, anche per questo, è oggetto di miti persistenti. In coda all’articolo, ne riportiamo alcuni che riteniamo collegati al nostro tema sull’inflazione.
Qualche nostro concittadino tuttavia è asimmetricamente bene informato sulla merce moneta e la sa gestire con perizia e beneficio.   Vediamo.

Istituti di credito – La dura realtà è che le monete perdono costantemente valore. Questo vuol dire che nel tempo l’inflazione B, o strisciando o correndo, ha prodotto una massa monetaria superiore alle necessità dell’economia reale con l’effetto di abbassare il potere di acquisto unitario della moneta. Se la moneta è controllata dal sistema finanziario (vedere i miti), evidentemente è il sistema finanziario che ha pilotato l’inflazione B. Perché? Per quali benefici?

Il core business delle banche è “l’affitto del denaro” che genera flussi di ricavi calcolati sui tassi di interesse applicati al credito concesso. Qualcuno dice che il credito non è niente più di un numero che magicamente compare e scompare quando lo si registra (o si cancella) sul conto del cliente. Magia da prestigiatori. Ora sono pronto ad azzardare due ipotesi sui “benefici” per il sistema finanziario:
più grande è la massa del credito in circolazione, maggiori sono gli introiti da “affitto”. Entro certi limiti di inflazione B, il valore complessivo degli “affitti” cresce più di quanto venga eroso dall’inflazione B. Non è irragionevole ipotizzare che questo sia un buon incentivo ad ampliare la massa del credito fino al suo massimo possibile, indipendentemente dall’equilibrio con il volume delle transazioni (Oooops!).
Le banche prestano attenzione ai loro clienti. Una sana regole del mercato è: aiutare i propri clienti. L’osservanza della regola ha l’effetto di fare il proprio (sano) interesse. Benefici per tutti? Non proprio, direbbe Cipolla.

Quest’ultimo punto in particolare ci sollecita ad esaminare alcune classi di grandi clienti del sistema finanziario.

L’Amministrazione Pubblica – Le AP sono i più grandi clienti delle banche in quanto muovono enormi masse di spesa. Da sempre i Governi hanno due esigenze dominanti:
a) Consenso – I governi locali, nazionali e supernazionali da sempre hanno il primario bisogno di comprare consenso. Che costa molto. In teoria i costi delle amministrazioni dovrebbero essere sostenuti solo dalle tasse, ma già i Principi, allo loro epoca (non ancora del tutto scomparsa) avevano scoperto che potevano indebitarsi con i “prestatori” contando sulla garanzia che i cittadini avrebbero pagato, con le tasse, i loro propri debiti. Una parte dei cittadini, specie i più influenti, erano ben contenti di farsi profumatamente pagare il loro consenso, specie se a spese di tutti i cittadini. Questa convergenza di interessi è particolarmente attiva tutt’oggi.
b) Abbattimento del debito – Ancor più forte è la convergenza di interessi se consideriamo che i governi apprezzano molto che i loro debiti vengano cancellati possibilmente a costo zero. In molti casi, purtroppo i più frequenti, la riduzione del debito semplicemente crea nuovo spazio per fare altri debiti, eventualmente ancora più grandi e più costosi. L’andamento del debito italiano è un preclaro esempio di come i nostri governi abbiano deliberatamente ignorato le enormi occasioni di riduzione del debito.
Notoriamente vi sono due primari metodi per cancellare il debito:
a) La guerra che spazza via tutto, anche i debiti. Nel qual caso però i vincenti normalmente chiedono ai perdenti di pagare un “rimborso dei danni di guerra” che crea debiti talvolta insostenibili. Tanto insostenibili da generare altre guerre. Basti pensare alla sequenza di guerre mondiali del secolo scorso. Le guerre mondiali hanno messo in luce che il metodo bellico non è poi tanto efficiente. Nemmeno per le banche. Vedere il Piano Marshall come esempio di consapevolezza del problema del secolo breve.
b) L’Inflazione B che riduce i debiti dei governi senza che essi governi debbano fare assolutamente nulla (di nuovo vedere Cipolla). L’inflazione B ha anche un eccellente effetto sulla riduzione del debito nei bilanci delle banche. Così necessario in questi anni di sfacelo dei bilanci bancari.

In sintesi la convergenza di interessi fra sistema finanziario e governi è talmente ampia che quasi mi viene il sospetto che alcune sirene “dell’inflazione buona” siano proprio di origine bancaria e governativa. Inclusi alcuni economisti che offrono soluzioni secondo una prospettiva bancaria o governativa. Che difficilmente è allineata alle aspettative dei cittadini. Gli argomenti centrali delle recenti elezioni europee sono stati l’aumento della spesa pubblica, l’aumento del debito pubblico, il taglio del debito per via inflattiva B, e la frantumazione della moneta. È abbastanza curioso che molti cittadini si siano mobilitati su scelte favorevoli agli interessi convergenti fra sistemi finanziari e governi nazionali. Ma questo è argomento fresco fresco che merita adeguato tempo di analisi a mente e cuore freddi.

Imprese – Specialmente le grandi imprese, ampiamente rappresentate non solo presso i governi, ma anche negli organi amministrativi bancari, hanno un certo interesse a mantenere adeguati livelli di inflazione B:
a) Debito – Anche per le imprese vi è l’interesse ad abbattere il debito bancario per via inflattiva B. Le imprese italiane tendono a tenersi abbastanza indebitate e perciò agganciate alle politiche bancarie nel cui centro vi è il “massimo credito possibile”.
b) Aumento dei prezzi sul mercato interno – L’inflazione B, prevedibile, prevista e pianificata, consente di alzare i prezzi con qualche mese di anticipo sugli aumenti dei principali fattori di produzione (acquisti, compensi, energia, costo del debito). In particolare sul costo del lavoro (GDP-pro-capite) che è relativamente lento a riguadagnare le posizioni perdute.
c) Diminuzione dei prezzi sui mercati esterni – La moneta svalutata consente di vendere all’estero, per qualche mese, a prezzi virtualmente più bassi. Virtualmente perché le altre monete si adeguano abbastanza rapidamente alla competizione, fittizia in quanto non collegata alla qualità dei prodotti, ma al fattore di conversione monetario facilmente manipolabile.
d) Protezione dei depositi bancari – trasformando i depositi in valute più stabili

In questo settore l’effetto perverso dell’inflazione B è gradito specialmente a chi non è in grado di competere con le altre imprese nel mondo e ha la necessità di:
Manovre fittizie (monetarie) per l’abbassamento dei prezzi; atte a dare un po’ di respiro mentre le imprese, forse, si rendono più distintive e competitive sulla qualità dei prodotto/servizi
Manovre sul costo del lavoro per ridurne l’incidenza sul prodotto finito. D’altra parte la fiscalità elevata incide drammaticamente sui prezzi spingendoli fuori mercato, le rigidità sul lavoro impediscono il ricambio della qualità del personale o importanti variazioni di compenso in funzione del merito/capacità. Anche volessero, non c’è molto spazio per le imprese per migliorare la qualità della forza lavoro. E la forza lavoro non ha molti incentivi a migliorare sè stessa e i propri compensi.
Le imprese in grado di reggere, e battere, la competizione internazionale, non disprezzano i benefici dell’inflazione B strisciante, ma non amano le svalutazioni competitive che tendono ad erodere la reputazione commerciale complessiva dell’azienda e del paese.

Cittadini – È un fatto che i cittadini guadagnino, o almeno non ci perdano, solo con l’inflazione A. Seppure non tutti e non subito. Le capacità competitive (nel senso di “specialistiche”), compensate con i criteri del merito, attiverebbero il circolo virtuoso  “miglioramento dei compensi->miglioramento dei prodotti/servizi”, già descritto.

L’inflazione B invece è una sorta di “tassa bancaria” sul reddito e contemporaneamente sul patrimonio liquido. Tassa difficilmente giustificabile agli occhi dei cittadini che già pagano tutti i servizi bancari (depositi, costo delle transazioni, interessi, ecc.). La perdita sui risparmi è irrecuperabile; quella sui compensi è in parte recuperabile nel tempo facendo valere le proprie “specialistiche” capacità sul mercato oppure con un duro e lungo braccio di ferro di tipo sindacale.
Un ulteriore gravame indotto dall’inflazione B è l’aumento del costo dei prodotti sul mercato interno; nel contempo i prodotti del mercato esterno-internazionale diventano ancora meno accessibili.

In sintesi i cittadini pagano salata l’inflazione B, direttamente dalle proprie tasche. Ma anche indirettamente per via dell’effetto, e costo, degli schieramenti d’altri tempi su fronti duramente opposti dei lavoratori e delle imprese. Sul perdurare di questo “conflitto artificialmente acuito”, campano molti processi “sovrastrutturali a discutibile valore aggiunto”, oltre che spesso ostili al valore aggiunto (GDP-pro-capite). Un esempio fra i tanti: la sperabilmente defunta “concertazione” che molto è costata ai cittadini e che, in altri termini, non ha alzato il GDP-pro-capite (i compensi).

Conclusioni

Dopo avere indicato quanto ci pesa il sistema bancario, è necessaria una precisazione: il sistema del credito è indispensabile al funzionamento dell’economia, delle imprese, dello sviluppo di qualsiasi comunità umana.

Tuttavia l’ampiezza e pervasività delle attività di credito deve ancora trovare un punto di proporzione e di equilibrio con l’ampiezza delle attività di trasformazione. In questi ultimi decenni il credito si è mosso sostanzialmente senza limiti di quantità (vedere USA) e di qualità (vedere credito relazionale); entrambi senza garanzie di rimborsabilità. Criterio che ha costretto i cittadini a risanare la mala gestione sotto il ricatto di uno sconquasso senza pari del sistema sociale.

Se quanto fin qui analizzato corrisponde alle principali teorie economiche e alle percezioni dei cittadini, ne consegue che sia necessario contenere quanto più possibile l’inflazione B e applicare riforme energiche per il perseguimento dell’inflazione A (ampliamento dell’economia e aumento dei compensi ovvero del GDP-pro-capite).

Ai cittadini l’inflazione B fa solo che male. Molto male. L’inflazione B, che si basa sulla massima espansione del credito, inevitabilmente facilita:
• il divario fra chi può ottenere credito e chi non può
• la sottocapitalizzazione delle imprese che preferiscono restare indebitate sotto il privilegiato ombrello bancario, e spesso governativo. Per chi ne può godere. Per gli altri il sistema è ostile
Per ridurre l’inflazione B:
a) Ridurre i controproducenti e inefficienti conflitti (svalutazioni reciproche) fra valute allargando le aree a valuta omogenea e uniformando i comportamenti fiscali
b) Progressivamente riportare la massa del credito in bilanciamento con il fabbisogno dell’economia reale

L’inflazione A invece fa bene e non richiede che il minimo degli interventi dell’apparato finanziario e governativo. Fenomeno probabilmente a sgradito sia al sistema finanziario sia ai governi. L’impegno sta prevalentemente nelle imprese e nei cittadini. Anche questo sforzo è prevedibilmente sgradito, se comparato alle note scorciatoie e tattiche di sopravvivenza. Non posso che prendere atto del diffuso deadlock emotivo che tende a ostacolare l’inflazione A (aumento del GDP-pro-capite, quindi dell’economia, quindi della massa monetaria, sostanzialmente senza alterare i prezzi).

I criteri per operare in condizioni di inflazione A gli ingredienti potrebbero essere:
a) Ridurre il perimetro delle attività, dirette e indirette, dell’Amministrazione Pubblica che occupano grossomodo due terzi del GDP nazionale. L’effetto sarebbe favorevole per i cittadini anche solo per il fatto che una importante fetta di attività non può generare valore aggiunto per effetto di una “convenzione contabile internazionale”: il valore dei servizi prodotti è uguale ai compensi dei dipendenti pubblici. In altre parole, il GDP non può variare se non al variare del costo dei dipendenti. Il che sostanzialmente corrisponde a privarsi della possibilità di far aumentare la qualità dei servizi e conseguentemente i compensi dei dipendenti. A questo si aggiungono altri effetti perversi come quello della aziende controllate dall’AP che generalmente bruciano valore deprimendo il GDP Nazionale.
b) Forte taglio competitivo delle imposte alle imprese che potrebbero così avvantaggiarsi di una somma di effetti favorevoli:
b1 – riduzione dei prezzi nel mercato domestico con possibile espansione dei consumi e del mercato interno
b2 – riduzione dei prezzi sul mercato internazionale con espansione su quei mercati; competizione difficilmente contrastabile perché si svolgerebbe sul piano fiscale (efficienza dello Stato) e non monetario
c) riduzione dell’indebitamento bancario delle imprese a favore di maggiore capitalizzazione propria
d) il taglio del peso fiscale implica ridurre il perimetro delle attività dell’AP, quindi della spesa pubblica e anche dei suoi patologici sprechi; ma non necessariamente tagliando i servizi che potrebbero essere forniti a fronte di prezzi di mercato collegati a compensi adeguati al merito.

Infine prendiamo atto, e ci adeguiamo, che (nella neolingua) la parola “inflazione”  ha assunto il significato di “aumento dei prezzi dovuto alla svalutazione della moneta”, che potremmo anche definire “tassa bancaria anti-competitiva”.

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Alcuni miti sulla moneta

Un recente rapporto della Bank of England porta un contributo di modernità e informazione molto chiaro a proposito del valore della moneta, della sua quantità, dell’inflazione e gli altri effetti sul mercato. BoE sfata alcuni persistenti miti.

Mito #1 – Gli Stati non controllano la quantità e il prezzo della moneta. La moneta in banconote è prodotta dalle Banche Centrali Nazionali o dalle Banca Centrali “Federali” (FED, FMI, BCE, ecc). Vale la pena di ricordare che le Banche Centrali sono generalmente possedute dalle banche che operano sui territori a moneta omogenea. Già migliaia di anni fa i Principi, che erano essi stessi gli Stati, inventarono una “merce speciale” che aveva la virtù di essere facilmente trasportabile e scambiabilissima con qualsiasi merce. La “merce speciale” semplificava moltissimo le transazioni commerciali che prima di allora si svolgevano barattando cammelli con pecore, con il problema del trasporto e specialmente delle….frazioni di cammello. I Principi ci guadagnavano non poco dal commercio della loro moneta della quale controllavano quantità e prezzo. Il loro potere di definirne il prezzo è però progressivamente passato ad una grande invenzione italiana: il sistema finanziario, capace di sopravvivere ai principi e di gestire il denaro molto più efficacemente di loro.

Mito #2 –La massa monetaria non è composta prevalentemente di moneta stampata. La massa monetaria è composta prevalentemente dal credito erogato dalle normalissime, si fa per dire, banche commerciali. Ogni banca “dal nulla materializza un numero” sul conto del cliente che ha ottenuto il credito. Il servizio della banca è quello di garantire che quel numero equivale a moneta circolante e può essere “trattato” presso qualsiasi banca che accetti quella moneta. Le banche “posseggono” tutto il denaro in circolazione e si consorziano (vedere mito #1) con accordi per trattare la stessa tipologia di merce con regole condivise.

Mito #3 – Il prezzo della moneta si concretizza nel “tasso di interesse” sulla base del quale si “affitta” il denaro. Il prezzo è definito dal sistema finanziario stesso secondo regole, stratificate in piani nazionali e sovranazionali. Sistema sempre più sovranazionale a cui partecipano un numero crescente di operatori (inclusi i clienti). Sembrerebbe un sistema tendente alla ”democrazia” e al “mercato”, ma ne siamo ancora molto lontani.

Mito #4 – L’euro non è obbligatorio. Da molteplici fonti arriva la notizia che nel mondo sono in corso migliaia di esperimenti di valute alternative, complementari alla valuta dominante. Anche in Italia vi sono vari esperimenti e pratiche correnti, anche con le emergenti monete elettroniche. Qualcuno considera moneta anche i buoni sconto e i ticket-restaurant. La Guardia di Finanza ha compiuto verifiche su emittenti e utilizzatori di valute alternative, ma non ha potuto agire perché non sembra vi siano leggi (vuoto legislativo) che vietano l’utilizzo di tali strumenti di scambio. La GdF ha probabilmente una priorità più di interesse fiscale che sulla circolazione di merci quali “le valute alternative”. Ma se i prelievi fiscali vengono regolarmente trattati, nulla vieta le valute alternative. Il solo limite concreto alla circolazione delle valute alternative è “l’accettabilità della controparte”. Da qui emerge (provocatoriamente) la possibilità, per gli amanti delle svalutazioni competitive, di associarsi e creare una valuta dedicata specificamente alle svalutazioni competitive. La sola idea di realizzare un simile strumento, consente di chiarire bene quali sono gli effetti e le potenzialità reali di tali monete.

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(*) Cipolla – “Allegro, ma non troppo” – poche gustosissime pagine