Italia, coi conti in disordine non c’è futuro

Il dramma italiano ha un nome preciso: mancanza di crescita, poca creazione di ricchezza, bassa produttività e innovazione, poche opportunità offerte e premiate per merito. Un altro amaro primato italico è quello del numero di giovani inattivi, che non lavorano, né studiano, né stanno apprendendo un mestiere. Sono chiamati «i NEET»: Not in Education, Employment or Training. Gli amari primati non finiscono qui: il «bel Paese» presenta una burocrazia farraginosa e inefficiente che fa il paio con una spesa pubblica folle, sprecona e insostenibile. L’Italia ovviamente risulta poco appetibile per eventuali investitori stranieri e impone un vero e proprio salasso a chi ha già avviato un’impresa sul territorio tricolore.

È sempre più necessario ricordare le basi della logica e del buonsenso: un Paese coi conti del passato in disordine — scaricati sui figli — non può avere presente, e si gioca il futuro — dei figli divenuti adulti. Se la Commissione UE agisse fino in fondo come una burocrazia, e giudicasse i governi europei sulla base dei numeri nudi senza metterli in prospettiva, l’Italia sarebbe già finita nei guai, ancor più grossi d’ora. È noto che la spesa pubblica italiana supera ormai gli 800 miliardi d’euro e che oltre il 28% della spesa nazionale, ad esempio, finisce a pagare le pensioni d’anzianità. Il fondamentale e necessario riequilibrio della dissestata finanza pubblica italiana non può che passare attraverso un serio e puntuale processo di revisione della spesa. Lo sentiamo dire da anni, e i più intellettualmente onesti, che prediligono lo studio dei numeri al populismo, tentano di spiegarlo a ogni occasione, precisando che è anche una strada per tornare a rendere più efficiente e competitivo il Paese in cui viviamo.

Il dibattito pubblico in Italia sulla spending review è da qualche anno animato dalla presenza dei «commissari ad hoc», figure tecniche che gli ultimi governi hanno nominato per stilare piani d’«efficientamento» e tagli di spesa, figli di una coerente revisione dei costi. L’ultima spending review, curata dal commissario Carlo Cottarelli e — pareva — acquisita dal governo, scese da un potenziale impatto pari al 4% degli 800 miliardi a un misero 1% o, nella migliore delle ipotesi, 1,75%. Senza contare che l’iniziale vincolo di non impiegare le risorse della spending review per finanziare nuova spesa pubblica fu poi cancellato col bonus 80 euro di Renzi.

Ora le puntate della saga I commissari alla spending review, scaricato Cottarelli, si arricchiscono ancor di più, perché l’esecutivo ha scelto d’affidare la regia dei tagli al consigliere economico di Palazzo Chigi, Yoram Gutgeld. Diametralmente opposta all’approccio dei «tagli lineari», l’ormai nota spending review può effettivamente costituire un’occasione per riconsiderare il capitolo dell’enorme e inefficace spesa pubblica tricolore, contribuendo a adottare soluzioni orientate al miglioramento dell’azione pubblica anche in un’ottica di coesione sociale. Ciò detto, però, da Giarda a Cottarelli una lunga sequenza di tentativi illustra il fallimento di tale progetto e l’incapacità di ridurre la longa manus del Leviatano pubblico, tutt’altro che intenzionato a dimagrire, perdendo potere. A tale scopo, sarebbe particolarmente necessario porre attenzione sul tema del potere locale e della spesa degli enti territoriali. Si tratterebbe d’usare la necessità e opportunità di una profonda revisione di questa spesa per stilare nuove strategie più efficaci d’investimento dei soldi raccolti con le tasse e dai trasferimenti centrali, non solo per ridurre l’ammontare della spesa locale, ma anche ri-orientarla allo scopo di rendere i territori più vivibili per chi ci vive e lavora, nonché più attraenti per potenziali investitori esterni. Noi italiani siamo però sempre alla ricerca di capri espiatori e scorciatoie, rifuggendo sistematicamente scelte responsabili e a volte dolorose. Un esempio è il piano per disboscare la giungla delle società partecipate, ancora inattuato. Intanto le spese dello Stato continuano a lievitare, e saranno, tra l’altro, indispensabili 16 miliardi di tagli per evitare l’aumento dell’IVA previsto dalle clausole di salvaguardia. Clausole di salvaguardia con cui, come ricordato di recente dalla Corte dei conti, le ultime manovre finanziarie hanno sostituito i tagli di spesa, rinviandoli al futuro.

La verità è che la colpa della nostra crisi è tutta nostra, e se vogliamo tirarcene fuori dobbiamo scegliere noi di fare dei sacrifici, guardando al futuro e ai figli che verranno. La corruzione, le mafie, il clientelismo, l’alto costo dell’energia, la carenza d’infrastrutture, la saturazione dei tribunali, il carico fiscale sul lavoro, la mancanza di meritocrazia, l’instabilità politica, l’assurda spesa pubblica e l’inefficienza della burocrazia sono i nostri problemi; altro che euro, liberismo e Frau Merkel. E in questo cupo scenario hanno purtroppo buon gioco demagoghi e farabutti a salire su palchi e tribune elettorali, ergendosi a novelli tribuni della plebe e gettando fumo negli occhi delle persone, che troppo spesso hanno rinunciato a informarsi per conoscere il mondo che le circonda, approfondendo i temi dibattuti sulla loro pelle.

Ronald Wilson Reagan, 40º presidente degli Stati Uniti d’America, soleva dire che un contribuente è uno che lavora per lo Stato, ma senz’avere vinto un concorso pubblico. Tocca sempre a chi ci vive, in un Paese, scegliere quale tipo di contribuente essere, e temo non sia una coincidenza il costante aumento del flusso d’italiani che si trasferiscono all’estero. Il caso più eclatante è quello di Londra, dove la comunità italiana ha raggiunto il mezzo milione di persone.

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