La competizione fiscale – da IBL Blog

Un bell’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni.

Non è chiaro se le agevolazioni fiscali concesse dal Lussemburgo ad Amazon siano aiuti di Stato. Il documento con cui, la settimana scorsa, la Commissione europea ha inoltrato richieste di ulteriore chiarimento allo Stato non lo accerta, ma si limita, richiedendo appunto maggiori informazioni alle autorità nazionali a confermare, si potrebbe dire, un sospetto.

Si saprà in seguito se gli accordi fiscali, strumenti non solo generalmente utilizzati per attirare capitale straniero ma anche incoraggiati dalle autorità internazionali come l’OCSE e pure dai nostri governi (c’erano, ad esempio, nel piano lettiano di Destinazione Italia) abbiano in questo caso sconfinato nell’aiuto di Stato, secondo la Commissione.

È ormai chiaro però che il caso “LuxLeaks” può avere conseguenze più rilevanti di quelle che riguardano la reputazione e il profilo del presidente della Commissione europea Juncker. Le «trame» lussemburghesi sono la drizza perfetta per issare le vele di un’unione fiscale alla mercé dei gabellieri.

In realtà, scegliere il sistema fiscale più conveniente è un’operazione non solo razionale, ma anche lecita. Sull’idea che imprese e capitali possano spostarsi, al pari di quanto fanno le persone, alla ricerca di condizioni migliori in cui vivere e lavorare, è fondata la stessa idea di Unione Europea.

Cercare il sistema fiscale più conveniente non è un’operazione fraudolenta, ma al contrario può dimostrarsi salvifica. In un mondo dove le distanze vengono continuamente accorciate dai mezzi di comunicazione e dallo sviluppo tecnologico, la decisioni circa dove fissare la propria stabile organizzazione dipende, più che dalle necessità di produzione, dalla affidabilità e dalla non-ostilità dei sistemi economici e fiscali.

In questo processo, non si avvantaggia soltanto chi ha la forza di spostarsi.

Ne traggono benefici i consumatori, perché un’azienda che può fare una migliore pianificazione fiscale è anche un’azienda che non trasferisce ai suoi clienti il costo dell’alta fiscalità. E lo stesso vale per i contribuenti. La concorrenza fra giurisdizioni agisce da calmiere per la pressione tributaria. In sua assenza, non pagheremmo meno pagando tutti: ma con tutta probabilità pagheremmo di più. Non vi sarebbe argine, infatti, alle pretese dei tassatori.

Nella nozione comunemente condivisa di “civiltà”, è iscritta a pieno titolo la preferenza per relazioni contrattuali e volontarie. Consideriamo una battaglia di civiltà il referendum sul divorzio: perché ciò che è sicuramente il contrario della civiltà, è costringere una donna a stare con un uomo che non ama. Consideriamo un elemento di civiltà la libertà di migrare: perché assolutamente incivile è il suo contrario, la costrizione fisica a rimanere laddove non si vuole restare. Perché alle persone giuridiche spetterebbero catene che riteniamo inaccettabili per le persone fisiche?

Non comprendere ciò e additare accordi fiscali come quelli lussemburghesi a pratica elusiva a danno di una sorta di equità fiscale internazionale, porterà unicamente a quel governo mondiale della tassazione che si rivelerà il cavallo di Troia dei contribuenti europei.

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