#”Il conflitto di interesse” è l’espressione ambigua di oggi

La democrazia si fonda sulle convergenze di interesse. Il conflitto di interesse è una forma di convergenza di interesse, sgradita.

L’espressione “conflitto di interesse” ha in sé una carica esplosiva di irrisolta ambiguità.

Molti sembrano sapere con chiarezza cosa intendono per “conflitto di interesse”.   Ma sono piuttosto scarse le definizioni razionali e ben argomentate. I dizionari non aiutano quasi per nulla.
Accade spesso con le parole profondamente infisse nella parte più primitiva del nostro cervello; in quel luogo dove vivono parole che non hanno nulla di ovvio e che comandano i nostri comportamenti fondamentali.

Ci lanciamo allora in questo viaggio al centro dell’umanità senza grandi speranze salvo quella di provocare qualche antropologo, giurista, sociologo o altro tipo di scienziato che ci spieghi il suo sapere con parole semplici.

Osservazione #1 – Il conflitto di interessi, non è affatto raro; al contrario è una basilare, comune ed essenziale condizione di vita dell’uomo e di qualsiasi essere vivente che ambisca condividere benefici e vincoli in qualche sorta di comunità, che sia uno scoglio, un bosco, una valle o un luogo di lavoro o di potere. Il grande economista Ricardo ci ha spiegato che quasi tutto è scarso, che l’uomo è particolarmente sensibile alla scarsità, che la scarsità espone l’uomo alla competizione. Tant’è che in alcuni studi il conflitto di interesse viene chiamato “competizione di interesse”.
In questo formicaio a forma di palla, tutti desiderano tutto; inoltre mimeticamente tutti tendono a desiderare le stesse cose. Perfino i dieci Comandamenti sono carichi di significati che riguardano il desiderio di tutto. Il conflitto di interesse riguarda tutti noi, molte volte al giorno. Ma non a tutti è dato di soddisfare il proprio desiderio; per lo più lo si ottiene a scapito di qualcuno che resta parzialmente insoddisfatto o addirittura a bocca asciutta.
Nessuna sorpresa dal fatto che il “conflitto di interesse” implichi sentimenti agitati, allarmati, infastiditi, ansiosi, aggressivi; che sono proprio quei sentimenti ansiogeni che proviamo quando sentiamo la necessità di procurarci ciò che desideriamo. Vogliamo rimuovere quelle fastidiose emozioni, o eccitanti emozioni, a seconda dei casi. Al contrario siamo piuttosto rilassati e pacifici dopo aver mangiato o dopo aver fumato una sigaretta (in senso metaforico). Il fastidio dunque dura tanto quanto ci mettiamo a soddisfare i nostri desideri. Il conflitto di interesse si accende, anche con violenza, ogni qualvolta due, o più, individui desiderano la stessa cosa. Ahimè, piuttosto spesso.
A questo livello di comprensione, non possiamo che prendere atto che non si può regolare in maniera semplice una condizione di vita così diffusa ed essenziale al “funzionamento” stesso dell’umanità. Dobbiamo investigare oltre.

Osservazione #2 – Invertiamo il senso della ricerca ed esploriamo la “convergenza di interessi”. Scopriamo che confliggere e convergere vogliono dire sostanzialmente la stessa cosa: due (o più) desiderano la stessa cosa e probabilmente si apprestano a lottare per averla. Può forse esservi una minima differenza per il fatto che il conflitto di interessi è potenziale, inespresso, nella natura dell’uomo, fino a che non si presenti l’occasione di mettere in pratica il conflitto. Mentre la convergenza di interessi rende piuttosto l’idea che l’occasione sia già nel “raggio del radar” e i contendenti siano già pronti a competere, ma possano almeno parzialmente co-operare per aumentare il valore del risultato finale, da successivamente divedersi con equità.
Una differenza, più grande può stare nel fatto, economicamente rivoluzionario, che il conflitto di interesse (economia a somma zero: porto via a te per mio beneficio) possa essere convertito in un vantaggio per entrambi (economia a valore aggiunto). Emerge quindi l’ipotesi che il conflitto di interessi potrebbe essere una sorta di molla compressa pronta a scattare nella violenza della caccia individuale, mentre la convergenza di interessi potrebbe risultare in un’azione meditata, progettata per potare valore aggiunto (altrimenti non realizzabile) per tutti i partecipanti. L’attenzione al significato si sposta perciò dagli eventi potenziali (dove conflitto e convergenza sono uguali) agli eventi reali, con risultati concreti e di diversa qualità: da banditi (a somma zero) o da intelligenti (a valore aggiunto).

Osservazione #3 – Prendiamo atto che il conflitto e la convergenza di interesse normalmente non infastidiscono. Sono un gioco interattivo continuo che piace al genere umano. Infastidisce solo in alcuni casi, a seconda delle caratteristiche dell’oggetto del desiderio e dei partecipanti.
Ad esempio, abbiamo collettivamente concordato che non si può rubare né corrompere e così via. Parlare di “una” legge per il conflitto di interessi è errato dal punto di vista della logica; infatti tutto il sistema giuridico e delle norme è costruito per classificare, distinguere, minimizzare, eliminare gli specifici casi di conflitto/convergenza di interesse. La legge ce l’abbiamo già: virtualmente sono tutte le leggi insieme. Non possiamo trascurare il fatto che il persistere dell’esigenza di “una legge” indica che probabilmente non tutti i casi di conflitto/convergenza sono regolati.
In teoria in un sistema perfettamente regolato, i conflitti non dovrebbero esistere. Si tratta di una teoria utopica tentata nel socialismo reale, nelle dittature incluse quelle “illuminate”; l’esito è che nessuno è mai riuscito a progettare e realizzare il “sistema perfetto”. Probabilmente non esiste, forse anche perché gli uomini provano l’incoercibile desiderio di non essere automi teleguidati e perchè tutti aneliamo alla massima libertà individuale.
In termini un po’ meno filosofici, potremmo ipotizzare che ci siano tre strati di comportamenti che riguardano partecipanti che hanno interesse verso:

  1. oggetti distinti, non in comune; sono insiemi disgiunti di popolazioni che non richiedono alcuna regolazione (convergenza) o scontro (conflitto)
  2. desideri comuni che i partecipanti decidono di soddisfare in conflitto muscolare; è il sistema larghissimamente più diffuso in natura e nella storia dell’umanità; ma è utile sottolineare che la versione estrema di questo modello non esiste (salvo psicopatici); esistono prevalenze del più forte, asimmetriche ma non assolute, funzionali al beneficio comune (es: il capobranco mangia per primo e i pezzi migliori, ma anche quasi tutti gli altri mangiano più che a sufficienza)
  3. desideri comuni e che i partecipanti decidono di soddisfare tramite accordi efficienti (convergenza) che prevedono un certo aumento del valore da  distribuire fra i partecipanti. Se non vi fosse una soddisfacente distribuzione dei benefici, la popolazione sarebbe attratta dall’approccio (2) di cui sopra.

Il sistema giuridico è quindi la risposta alla domanda di “una” legge sul conflitto di interesse solo per il terzo caso (3). Il fenomeno è particolarmente evidente nel fatto che quando un sistema di tipo (1), o di tipo (2), ha voluto passare al sistema di tipo (3) (democrazia) ha dovuto costruire dalle fondamenta un sistema giuridico (vedere Russia, Cina ed altri casi). Mentre in altri casi, anche il Vaticano, stanno valutando come costruirsi un sistema giuridico meno arbitrario dei casi (1) e (2). Questa risposa è metodologicamente utile, ma non è ancora sufficiente a risolvere il problema della “singola” legge che risolve il conflitto di interesse.

Osservazione #4 – Dal ragionamento precedente abbiamo messo a fuoco che il caso (1) prevede sistemi sociali che in pratica non esistono. Nel caso (2) il conflitto non esiste per definizione; hanno un “capo” che è lui stesso il “diritto”; decide chi e come si soddisfano i desideri dei partecipanti, per loro buona pace. In qualche caso può manifestarsi una certa generosità interessata e paternalistica da parte del capo-forte verso i partecipanti che sono la popolazione-debole.
Nel contempo abbiamo anche capito che il caso (3) può funzionare solo se è soddisfatto un prerequisito essenziale: le parti non possono essere solo due (le due controparti che negoziano; specialmente nel caso del più forte-capo e dei partecipanti meno-forti); nel caso (3) le parti devono essere almeno tre: parte A, parte B e arbitro (la comunità). L’arbitro (il legislatore) dunque ha già normato un certo numero di casi di conflitto/convergenza, generalmente i più gravi, e ha predisposto le adeguate misure disincentivanti i comportamenti inaccettabili. Restano fuori dall’ambito di queste norme i comportamenti non graditi alla comunità che sono ritenuti inopportuni, da regolamentare. In quest’area grigia cade anche il desiderio di “una” legge sul conflitto/convergenza di interesse. Si tratta di normare il caso speciale nel quale i partecipanti sono alcuni Amministratori Pubblici ritenuti esposti alla tentazione di perseguire benefici personali, per familiari, amici e sostenitori, anzichè per il beneficio dell’organizzazione che amministrano, in questo caso i beni pubblici. Per intere categorie di “tentazioni” esistono rimedi minimizzanti già sperimentati. Per esempio i “compratori”, negli uffici acquisiti, sono spesso ruotati affinchè non facciano in tempo a costruire relazioni così forti con i fornitori da dare prioritaria soddisfazione “all’interesse secondario” (quello del massimo beneficio personale) rispetto all’interesse primario (quello economico dell’organizzazione per cui lavorano).

Osservazione #5 – Alcune democrazie stanno sperimentando criteri e principi per razionalmente individuare, disincentivare e normare comportamenti talmente sgraditi alla comunità da risultare inaccettabili. I principi in sperimentazione sono sostanzialmente due e riguardano:

  • La “distanza” (dimensione della tentazione) fra il desiderio primario (dell’organizzazione per le quali lavorano le parti in negoziazione) e il desiderio secondario (della singola persona fisica o giuridica).
  • La potenziale capacità, a disposizione della singola persona, fisica o giuridica, di incidere su decisioni di interesse primario a favore di interessi secondari.

È il dilemma sul quale si fondano gli statuti delle popolazioni che scelgono il metodo democratico.
Sul punto della “distanza” vengono considerati:

  • l’ampio prevalere dell’interesse primario sull’interesse secondario; qui pesano potenziale di beneficio futuro, premi e disincentivi che sbilanciano la preferenza a operare a favore dell’interesse primario
  • ovviamente il contrario, se è l’interesse secondario a largamente prevalere; ricordando che talvolta l’interesse secondario è forzato da incentivi “che non si possono rifiutare”.

Sul punto della “potenziale capacità” di incidere della singola persona, fisica o giuridica, probabilmente la maggiore difficoltà è quella di misurarla e renderla certa. Come si diceva, in molti casi la “certezza” è stata individuata nelle varie leggi (es. un magistrato non può temporaneamente esercitare la professione di avvocato nell’area nella quale ha costruito la sua rete di relazioni professionali).
Tuttavia il criterio principe per imparare a decidere bene, è quello di rendere pubblici i verbali di decisione. Per esempio: nella “nomina dei giudici, arbitri, primari amministratori pubblici”, in senso lato, pubblicare ex-ante i criteri di selezione, di candidatura (e ciò è facile) e i dati che spieghino ex-post la scelta (e questo è molto più difficile…).
Un altro principio, già ora spesso considerato, è quello della proporzionalità. Vi sono esempi di sbilanciamento palesi: la forza negoziale dei sindacati di categoria (es. lavoratori e impresa) nei confronti dei governi è molto più alta di quella dei cittadini/contribuenti che subiscono le loro decisioni. Per fortuna sembra che la tendenza sia quella di non più gestire contrattazioni che coinvolgano gli amministratori pubblici e il denaro dei contribuenti.

Altre condizioni riguardano la potenza economica e relazionale esplicitata da persone fisiche e giuridiche. Forse potrebbe essere utile fissare un limite quantitativo al patrimonio economico e relazionale (personali, familiari e partecipate) al di sopra del quale può essere iniquo partecipare al processo decisionale pubblico.  In fin dei conti ciascun cittadino scegliendosi una professione e una carriera, che ha prodotto un grande successo, apre alcune porte e ne chiude altre. Per equità è ragionevole che quei cittadini, da emulare, esprimano il loro peso economico e relazionale, attraverso organizzazioni (es: lobbies) o associazioni (es: civiche), per beneficiare imprese o comunità secondo il principio del “giving back”. Quasi sempre la comunità contribuisce a rendere forte il successo di chi ha autonome capacità. Quando ciò non accade, la società stessa (intesa come insieme di esseri umani che coesistono in un determinato territorio) declina, come appunto possiamo verificare in alcuni clamorosi esempi anche non in Italia. È ragionevole che i “cittadini di successo” patrimoniale e relazionale si astengano dall’applicare la loro influenza spingendo il sistema verso il tipo (2), illuminato o meno.
Vi sono altre tipologie di conflitti/convergenze di interesse che richiedono specifici regolamenti. Per esempio, persone di rilievo che transitano fra poteri dello Stato che sono progettati per essere in equo contrappeso. I magistrati in Parlamento sono una contraddizione dello spirito dell’amministrazione della giustizia e dell’autonomia del legislatore. La dignità professionale e di ruolo pubblico solo ci guadagnano agli occhi dei cittadini. Anche in questo caso essi possono aiutare i cittadini a comprendere i fenomeni, ma è altamente dignitoso che la segregazione dei poteri rimanga forte e bilanciata nel tempo, anche dopo avere abbandonato le rispettive professioni.

I casi da regolare sono molti, specifici, a fronte di principi di equità condivisi. Nella molteplicità possiamo però concludere che “una sola legge” non si può fare, che è illogico pretenderla, che è eseguibile predisporre specifiche leggi per i casi in priorità, che le leggi siano in funzione dell’indipendenza reale dei poteri degli Amministratori Pubblici e inversamente proporzionali ai loro mezzi per influenzare i decisori pubblici.

Siamo pronti a dare il nostro contributo affinché possa svilupparsi una conversazione pacata e razionale sul bilanciamento e contrapposizione dei poteri dell’AP, sull’equità nel potere di influenzare le decisioni pubbliche, sull’equità delle decisioni sviluppate da cittadini asimmetricamente informati. E specialmente su quali casi di conflitto/convergenza agire in priorità.