La genovese assoluzione con il rito del capro espiatorio

http://www.leoniblog.it/2014/10/11/genova-shit-happens-ma-qui-unintera-classe-dirigente-ha-fallito/
Condivido quasi totalmente il post del genovese Carlo Stagnaro al quale mi unisco nella frustrazione del lutto, del disastro, dell’inattività, del futuro uguale al passato.
A qualche giorno dalle emozioni più forti, alla sua immediata riflessione, ritengo ne debba seguire un’altra operativa, esecutiva. Quella che manca non solo a Genova, ma all’Italia tutta.

Sui media è rimbalzata la ricostruzione storica dei disastri che, nell’ultimo secolo, si sono succeduti nello stesso piccolo pezzo di città intorno a Pontecarrega, per le stesse ragioni, abitato probabilmente dalle stesse famiglie e con le stesse attività economiche, a causa dello stesso fiumiciattolo e della stessa incuria.
La classe dirigente nazionale, e specialmente locale, ha fallito. Ma forse anche no, come dice lo stesso Stagnaro. Forse le AP locali hanno priorità diverse, le priorità della “comunità genovese” erano e sono diverse da quelle degli abitanti intorno a Pontecarrega, devastati per l’ennesima volta, sempre allo stesso modo.

Noi cittadini italiani, e nello specifico i cittadini genovesi e più precisamente di Pontecarrega, dovremmo forse prendere atto che se il metodo di amministrazione di quell’area provoca, da almeno un secolo e sistematicamente, sempre gli stessi danni, forse il metodo è sbagliato.

Riprendiamo alcuni dei temi proposti da Stagnaro.

La magistratura – La magistratura tiene bloccati fondi e interventi perché, da quanto ho capito, vi sono contenzioni fra concorrenti sugli appalti. Mi chiedo: ma è davvero utile bloccare lavori urgenti per la sicurezza i cittadini? Non sono un esperto, ma dubito che nel diritto civile vi sia una norma che impone ai magistrati di “bloccare tutto”. Ma se c’è, vorrei capirne il significato. Si tratta di una divergenza sui soldi, non sulla necessità dei lavori da fare. La magistratura potrebbe lasciare andare avanti i lavori necessari e dirimere la discussione su quanti soldi spettano a chi, che è una vicenda separata e distinta. Invece la prassi di bloccare tutto pare essersi ormai consolidata nei metodi della magistratura che pospone gli interventi rispetto a un giudizio che, quando vent’anni dopo arriverà, sarà troppo tardi per i morti, per i cambiamenti nel frattempo accaduti, per i lavori già eseguiti e distrutti dall’abbandono. Oltre al blocco delle imprese e del lavoro che tutti cercano disperatamente. Insomma un’ingiustizia generata da norme incongruenti, ma da comportamenti basati su criteri e motivazioni che vanno ben spiegati sia dalla magistratura sia, e di più, dagli AP.

Allerta – Giusto. Allertare la popolazione la mette in condizione di minimizzare i danni. Ma “ridurre un pochino i danni” è ben distante dall’eliminarli. Con l’allerta, il Bisagno non sarebbe esploso? È socialmente desiderabile che i media partecipino al rituale primitivo che consegna alla folla inferocita l’ultimo della fila dei responsabili: il capro espiatorio e assolutorio? Vi suggerisco lo studio dell’antropologo Renè Girard in merito.
L’avviso non avrebbe aiutato gran che; anche perché non mi risulta che esistano delle procedure di sicurezza anche banali del tipo: parcheggiare le auto altrove nei giorni di pioggia forte. E se esiste, nessuno l’ha rispettato. Nemmeno il buon senso è stato esercitato.

Mi rendo conto di mettermi in una posizione difficile. Da una parte concordo largamente con Carlo Stagnaro per le pessime attitudini sociali e gestionali degli AP. Ma dall’altra mi viene il sospetto che troppa parte della popolazione viva delle briciole che cadono dal tavolo degli AP. Briciole che devono essere pagate da altri cittadini, qualche volta con la tragedia.

Per fortuna non tutti nella zona genovese e in Italia vivono incuranti di sé stessi. Ecco qui l’esempio di Quiliano.
http://m.lastampa.it/2014/10/19/italia/cronache/litalia-che-fa-la-cosa-giusta-sul-dissesto-idrogeologico-TrL9cI2G77Wq24eywlhOnL/pagina.html

A voler imparare, i cittadini di Quiliano non solo hanno rimediato al problema tecnico, ma hanno anche adottato metodi efficaci di conduzione della cosa comune. Metodi nelle mani dei cittadini, al più basso livello possibile. Quei cittadini non aspettano la benevolenza (pelosa) dei vertici, semplicemente chiedono loro di eseguire ciò che ha senso eseguire. Non vagamente una volta ogni cinque anni, ma tutti i giorni.

Non esiste solo il metodo “succhiare dalle mammelle dello Stato”, bruciare qualche capro espiatorio di tanto in tanto, onorare gli sciamani comodamente seduti a far fumare i loro impacchi caldi, far girare ripetutamente la recita sempre uguale del mugugno e della tragedia, aspettare che qualcun altro faccia quello che i cittadini locali si guardano bene dal fare.

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