#Deflazione e la mozzarella al metanolo e il paradosso della deflazione

In questi giorni è comparsa la lamentazione dei produttori di mozzarella di bufala campana. Pare che la pubblicità sulla “terra dei fuochi”, argomento al contrario stranamente scomparso dai media, abbia fatto diminuire il fatturato dei mozzarellifici. La vicenda ricorda lo scandalo del 1986 quando alcuni vignaioli del Piemonte, di Toscana, dell’EmiliaRomagna, della Puglia, pensarono che l’abbassamento dei costi di produzione avrebbe portato maggiori volumi di vendita e li avrebbe fatti guadagnare bene.

Versarono molto metanolo e intossicarono gravemente molte persone. L’esportazione di vino italiano crollò del 40%. Non fu responsabilità di pochi cialtroni criminali, fu un intero sistema di omertosi sociali che aveva scelto la strada del basso costo e della bassa qualità. I ciechi infine videro e cambiarono rotta di 180°, puntando su qualità certificata, su enologi qualificati, preparati da scuole attrezzate allo scopo, disciplinari certificati di produzione (coltura, raccolta, trasformazione), marchi legati alla provenienza geografica. Anche grazie a questa limitazione di quantità, applicarono prezzi sempre più alti, riflessi su compensi alle persone sempre più alti. Un circolo economico virtuoso che passo passo li portò ad altezze mai prima sperimentate di qualità mondiale di vini celebri o anche semplicemente più buoni degli altri. Con soddisfazione del portafoglio dei vignaioli, di tutto l’indotto, e anche di tutti i cittadini italiani sui quali quel benessere si riversò. Un circolo virtuoso di Alta Qualità, nei prodotti e nei processi, di Talenti ben preparati, di Prezzi Alti, di Compensi Alti. Dunque domanda crescente a prezzi crescenti e alti = inflazione. Un genere di inflazione che non ha mai portato danni; è il contrario dell’inflazione monetaria, provocata artificiosamente dal sistema bancario, che brucia compensi, ricavi, qualità della vita, patrimonio e risparmio.

Questo fenomenale e istruttivo cambiamento venne archiviato come “caso doloso” non meritevole di altra attenzione se non quella della magistratura. Economisti, sistema bancario, amministratori pubblici, media non dedicarono che un’attenzione giusto sufficiente a scavallare lo scandalo. Ma la lezione sulla scelta “deflattiva” (qualità, bassa, costi bassi, lavoro da caporalato, compensi bassi, prezzi bassi) fu una bruciante esperienza.

Tutto degrada intorno a noi e dentro di noi.

Lo spietato secondo principio della termodinamica, afferma che l’energia degrada irreversibilmente al più basso livello possibile. La chimica, già un po’ più effervescente della cugina fisica, ci dice però che prima del declino si può fare una calorosa esplosione e, dopo la festa, la temperatura può noiosamente calare. Qualcosa di simile, ma apparentemente contrario all’arcigno secondo principio, accade in biologia. Da un nulla cresce una vita che talvolta accumula un’enormità di energia, ma a un certo punto anch’essa si piega alla fisica e inevitabilmente degrada verso più bassi livelli di energia.

Anche il vino italiano aveva seguito lo stesso percorso: il “ciclo di vita del prodotto”.

product cycle 600x400

 

Un ciclo che sale e poi declina. Il ritmo del ciclo è determinato dalla freschezza dell’innovazione nel prodotto e nel processo. Se sovrapponiamo i due grafici ci rendiamo inmmediatamente conto che i prezzi inizialmente salgono per poi declinare fino alla scomparsa o al rilancio del prodotto.

Produc cycle & innovation

 

I francesi da tempo avevano capito la correlazione fra livello di innovazione e prezzo. E scelsero di restare sul lato sinistro del grafico, quello inflattivo. I vignaioli italiani scelsero di restare sul lato destro, quello deflattivo (abbassamento dei prezzi); solo dopo il disastro si spostarono a sinistra.

Questa storia è un metafora della mozzarella campana. I campani ripeteranno l’errore? Applicheranno o ingnoreranno le logiche che la storia ci ha insegnato? L’amministrazione pubblica darà una mano?

Questa storia è anche una metafora dell’economia italiana. Il PIL (reddito) procapite in ribasso da molti anni è purtroppo uno dei sintomi che l’Italia sta sul versante del ciclo deflattivo. Non per le manovre monetarie, ma per il prevalere dei prodotti “deflattivi” sui prodotti “inflattivi”.

È il momento di chiarire che stiamo parlando di inflazione e deflazione secondo la prospettiva delle imprese e dei cittadini. Mentre economisti, sistema finanziario, amministratori pubblici, media parlano prevalentemente di inflazione e deflazione in termini monetari, di spread, di tassi di interesse. Non è cosa sbagliata, solo che non è la prospettiva dei cittadini.

Per esempio l’inflazione vista dagli amministratori pubblici è un modo per tagliare il valore del debito pubblico, che ha l’effetto collaterale di bruciare anche il valore dei risparmi dei cittadini. Per il sistema finanziario, inflazione significa tenere tassi di interesse alti e così guadagnare di più, mentre per i cittadini l’interesse è tenere i tassi di interesse al minor livello possibile.

Nel tracciato di questo articolo invece vogliamo focalizzare l’attenzione sulle pluriennali logiche deflattive della nostra amministrazione pubblica e delle forze che si dichiarano sociali, ma solo perché del sociale fanno un mestiere, il loro,  e lottano per la sopravvivenza, propria.

Alcuni esempi:

–      I compensi sono regolati da accordi rigidamente nazionali che tendono all’appiattimento, alla medietà, quella che sembra mediocrità. Il risultato sono compensi bassi, medi, anzi mediocri. Come è possibile dare spazio ai talenti e ai giovani con queste regole appiattenti? Infatti i giovani e i talenti se ne vanno all’estero ormai da tantissimo tempo. Pessimo sintomo. Prezzi alti e compensi alti si sostengono a vicenda; prezzi bassi e compensi bassi ci portano a competere con i peggiori sul terreno di una qualità della vita sempre più bassa. Chi si occupa di giustizia ed equità, dovrebbe occuparsi dei meno fortunati e dedicando meno impegno a “guidare” anche quelli che se la sbrigano da sè

–      Nella stessa logica, perché vengono garantiti sussidi alle imprese decotte, cioè ai loro azionisti, fin troppo spesso pubblici, invece di aiutare i lavoratori che perdono il lavoro?

–      Perché vengono spese montagne di denaro pubblico in imprese fallite prima ancora di cominciare (Alitalia, Tirrenia, …) invece di finanziare chi produce innovazione, come i centri di ricerca e le università? Non chi dichiara di fare innovazione, ma proprio chi dimostratamente la fa, con merito. La logica di utilizzo delle risorse pubbliche per facilitare l’innovazione, forse attirerebbe investitori stranieri interessati a sfruttare la creatività italiana che funziona benissimo anche nelle tecnologie innovative. Tant’è che la fanno altrove. Al contrario, l’amministrazione pubblica, di cui fanno parte anche la maggor parte delle università, sussidia baroni nulla-producenti, immobilisti statali, e mette in fuga chiunque voglia fare ricerca, e ricerca applicata, in un Paese di grande potenziale come il nostro.

Voi lettori avete certamente infiniti esempi di applicazione di distruttive logiche deflattive e di sempre meno numerose applicazioni di logiche inflattive. Il prevalere dell’economia deflattiva non può che portare al progressivo abbassamento dei compensi, alla maggiore ignoranza professionale, alla medietà, alla mediocrità, alla bassa qualità della vita. Non è una teoria economica, è quanto sta accadendo da almeno sette anni. Un cambiamento strutturale simile a quello del metanolo, ma in scala nazionale. Le mozzarelle non danno segno di voler cambiare strada e nemmeno gli amministratori pubblici.