#Produttività è la parola ambigua di oggi

L’ambiguità: la produttività è uno degli indicatori che misurano la progressione verso l’aumento della ricchezza e dei compensi per capita (GDPpc – PIL per capita). Non vi è una dimostrata correlazione, ma le rilevazioni sulle percezioni e le statistiche quantitative indicano che, dove ricchezza e GDPpc sono alti, anche la qualità della vita è alta.

Potenti lobby invece rappresentano la produttività come “esasperata ricerca di efficienza a spese dei lavoratori”; ne fanno una parola esteticamente brutta, evocativa di negoziazioni che si svolgono in atmosfere cupe e cariche di pesanti emozioni e contrasti. Vi partecipano i lobbisti sindacali di varie categorie (es: gli imprenditori grandi, medi, piccoli, individuali, i lavoratori subordinati, i pensionati, e tante altre categorie), articolate per settori privati e pubblici. Spesso sono fra di loro controparti, per esempio imprenditori e lavoratori subordinati.  Alcuni lobbisti sono molto potenti e altri poco efficaci. Spesso i lobbisti chiamano, o pretendono, la presenza degli AP per “mediare” fra sugli interessi delle parti. In realtà sono coinvolti per convincerli a distribuire i soldi dei cittadini-tax-payers un po’ all’una e un po’ all’altra parte. Talvolta, quando la rappresentanza sindacale riguarda i dipendenti pubblici, gli AP svolgono il ruolo di parti, controparti e arbitri in una grande kermesse (parola non casuale) di convergenza di interessi. I terzi incomodi, ma paganti, non sono invitati e non si capisce chi dovrebbe rappresentarli nel grande gioco del rubamazzetto. Prima, dopo e durante le negoziazioni, vengono ritualmente ripetuti slogan messi a punto in decenni di esperienza sciamanica.

Nei recenti decenni l’indicatore “produttività” è cresciuto modestamente o per nulla. Mentre in Paesi simili il GDPpc ha continuato a crescere. I campioni della crescita, invece di essere ammirati ed emulati, sono odiati; il fatto e il perché sembra il risultato di comportamenti antropologicamente indirizzati (come l’odio per il per il più bravo della classe o del più sfortunato); ma questa è un’altra storia. I numeri dimostrano che lo scopo delle negoziazioni è solo apparentemente proteggere e accrescere i compensi (GDPpc); è invece rituale e di facciata. Lo scopo reale è l’interesse delle lobby: ricevere dagli AP privilegi, soldi e benefici asimmetricamente rispetto agli altri cittadini. Gli AP, fino a pochissimo tempo fa, spendevano allegramente i soldi raccolti con le tasse, accrescendo i privilegi di molte categorie di cittadini a scapito di altre e il risultato lo vediamo nella sventura che grava prima di tutto sui giovani.

Sebbene a molti di noi sembri di conoscere il senso della parola “produttività”, la coscienza ci sollecita a farcelo spiegare per bene alla prima occasione, ma soltanto in un giorno nel quale siamo sufficientemente ottimisti da sopportarne il peso. Se questo non è il giorno giusto, non proseguite la lettura.

Consultando i dizionari scopriamo che la “produttività” è la proporzione percentuale fra input (l’immesso) e output (il prodotto) di un’impresa o di un intero Paese. In italiano non esistono termini econo-tecnici più efficaci di quelli inglesi “input” e “output”. Superata questa difficoltà linguistica, il senso generale dell’indicatore è intuibile, ma non sempre, non per tutti e specialmente nelle sue implicazioni e conseguenze. Per esempio non è immediato collegare il rapporto input/output con l’interpretazione: “esasperata efficienza ottenuta a spese dei lavoratori”. Nei fatti non vi è esasperata efficienza, e nemmeno a spese dei lavoratori. Vi è invece una bassa produttività del Paese a spese di tutti i cittadini, specialmente i giovani. Non è nemmeno immediato riconoscere che la produttività riguarda anche i singoli cittadini e non solo le associazioni (link) (gruppi, società, ecc).

La paradossale, e mostruosa, ambiguità sta proprio qui, nel fatto che tutt’e tre le parti sono (per almeno una di esse, speriamo di poter dire “erano”) concentrate nel tenere bassi i compensi reali.

Anche l’abuso della parola “produttività” è sintomo di volontario, e colpevole, dirottamento dell’attenzione dei cittadini. Infatti il “mistero” riservato agli addetti ai lavori, la cupa e sciamanica percentuale econo-matematica viene preferita all’espressione “creazione di valore”, di più immediata intuitività oltre che più ottimistica. Sfortunatamente accade che in molti, e vasti, gruppi anche la “capacità di creare di valore” sia interpretata come qualità sociale negativa. Questo schema di valori lo si trova nelle società nelle quali coesistono:

  1. scarsa capacità di produrre valore aggiunto
  2. il modello “economico a somma zero” nel quale “creare valore” è distorto sinonimo di “ridistribuire” il patrimonio totale a proprio beneficio a danno degli altri.

I metodi economici applicati in quelle società spaziano dall’illegalità, che è però normalmente praticata (furto, corruzione, …), all’abuso della forza e del potere (privilegi, sussidi, benefici asimmetrici, …). In un simile contesto, l’indicatore produttività non può che essere un argomento fastidioso.

Al contrario, in un contesto economico dove conta il valore aggiunto, le statistiche sulla produttività mostrano la misura di tutto il “valore aggiunto” e non solo di quella parte di efficienza ottenuta contenendo i compensi del lavoro.

La confusione è ampia e dolosa, ma colmare il divario si può. Cominciamo dalla complicata frase: la “produttività è uguale al valore aggiunto in proporzione all’input”. Più semplice e intuitiva è l’espressione “valore aggiunto (output – input)”, che possiamo anche tradurre nel colloquiale “comprare bene e vendere meglio”.

  1. Comprare bene (minimizzare l’input): la capacità di acquistare (beni e servizi, escluso il lavoro) al minor prezzo possibile (inclusi tutti i costi accessori quali la logistica, l’amministrazione, ecc) è senz’altro una delle capacità essenziali per lo scopo
  2. Vendere meglio (Massimizzare l’output): ancora più essenziale è la capacità di applicare il più alto prezzo possibile all’adeguata quantità adeguata di venduto. Vendere meglio dipende in primis dalla qualità del manufatto (prodotto o servizio) che a sua volta dipende dalla densità di “sapere” e saper fare accumulato nei processi, negli impianti produttivi, ma specialmente nelle persone. Più le persone sono preparate, più alto è il loro compenso. Quest’ultimo è pagato da clienti soddisfatti di acquistare prodotti e servizi di qualità (intendiamo sempre “qualità relativa”, cioè rispetto a prodotti simili)
  3. Il Lavoro – La maggior parte della conoscenza è patrimonio liberamente accessibile (la ruota, il fuoco, il sapere di informatica, ecc). La capacità di massimizzare l’utilizzo delle “conoscenze libere” è ovviamente un fattore sia di minimizzazione del costo dell’input sia di aumento del valore dell’output. Le società meglio organizzate e più efficaci hanno investito molto:
    1. sulla distribuzione delle conoscenze libere (ad esempio via internet o via scuole e università)
    2. sulla costruzione di conoscenze (libere o proprietarie) addizionali con la ricerca e sviluppo.

Maggiore è la densità di conoscenze accumulate nel più vasto numero possibile di persone, maggiore è il numero di persone che singolarmente aggiungono valore sia per sé (conoscenze proprietarie) che per gli altri (conoscenza libere). Quasi tutti possono contribuire ad aumentare il valore aggiunto, la qualità e l’innovazione dei prodotti, dei servizi, delle reciproche relazioni (massimizzazione dell’output). Anche una buona e gradevole relazione è valore aggiunto. Non è obbligatorio che tutti contribuiscano, ma vi sono culture (per esempio quella protestante) nelle quali il lavoro è addirittura un fondante elemento religioso.

Le persone contribuiscono, sempre applicando le loro conoscenze, anche all’efficientamento dei processi per la produzione (minimizzazione dei costi – input) sempre utile, ma assolutamente indispensabile per i manufatti scarsamente innovativi come ad esempio lo zucchero.

Abbiamo sostanzialmente prefigurato:

  • Un “circolo efficienziale” che riesce a creare un po’ di valore aggiunto a condizione di riuscire a vendere manufatti, non particolarmente distintivi, a prezzi più bassi della concorrenza. Si tratta di manufatti prodotti con alta automazione, ad alti volumi e con poche persone peraltro preparate il minimo necessario e quindi pagate altrettanto al minimo. Il circolo efficienziale tende ad abbassare il prezzo fino allo scomparsa del manufatto o a stabilizzarsi al minimo prezzo di sussistenza (anche per le persone che vi lavorano).
  • un “circolo virtuoso” di creazione di valore aggiunto (link): il maggiore valore aggiunto si ottiene progettando e producendo manufatti di qualità, venduti a prezzi alti. Perché ciò sia possibile servono persone preparate, capaci di progettare, produrre e vendere qualità; sono persone ben compensate dal valore aggiunto che producono in un “circolo virtuoso”. Il circolo virtuoso si esplicita in Paesi nei quali il costo della vita è alto e la qualità della vita è alta. Restano tali se riescono ad accrescere costantemente le conoscenze libere e proprietarie della loro popolazione.

Non vi è una mutua esclusività dei due “circoli” economici, ma è evidente che il prevalere numerico, di individui o imprese, che operano in un “circolo efficiente” abbassa il GDPpc condannando tutti ad una progressiva decrescita. Il che si traduce in un numero crescente di persone a basso reddito, o nullo, rispetto al numero di persone ad alto reddito. Il divario si trasferisce anche nella distanza fra redditi alti e bassi. La “globalizzazione” ne è un efficace esempio, seppure al contrario. Le popolazioni con GDPpc più elevato hanno ceduto conoscenze a enormi masse di persone a basso GDPpc; esse hanno prodotto a prezzi più bassi nel contempo aumentando il proprio GDPpc. Anche i Paesi cedenti ci hanno guadagnato perché hanno risparmiato spendendo meno sugli acquisti di prodotti poco innovativi. In effetti il GDPpc mondiale si è molto uniformato e probabilmente procederà in questa direzione. Un circolo efficienziale avrebbe impoverito i più poveri e i ricchi sarebbero apparsi più ricchi, essendo tutti comunque più poveri. Strano che i fan della decrescita e del socialismo reale non si siano accorti del fenomeno quantitativo. Forse se ne accorgono solo quando i sistemi crollano. L’Unione Sovietica di prima degli anni ’80 e la Cina di prima degli anni ’70, sono fra i più notevoli esempi di applicazione massiva del circolo efficienziale. Hanno sbagliato il modello economico e sono crollati per ragioni economiche. Ma sono anche esempi notevoli di inversione di strategia con ottimi risultati.

In conclusione, è un grave errore, e mistificazione, presentare la produttività come: “esasperata ricerca di efficienza a spese dei lavoratori”. La produttività è invece uno degli indicatori che misurano la progressione verso l’aumento dei compensi medi, cioè verso una più alta qualità della vita dei cittadini.

L’andamento della produttività indica anche il prevalere dell’efficienza o della creazione di valore facendo scattare i segnali d’allarme quando il trend della produttività scende o resta piatto. Le lobby continuino a fare il loro lavoro al ribasso. Invece noi cittadini a cosa vogliamo puntare?