#Disuguaglianza è la parola ambigua di oggi

La minacciosa parola “disuguaglianza” risuona e riverbera seminando indignazione e ostilità per le diseguaglianze.

Il richiamo alla maggiore uguaglianza è costantemente rinforzato dal Presidente della Repubblica, dal Papa e da numerose altre forze sociali, politiche, civili ed economiche. I media ci informano delle quotidiane disuguaglianze (etero-religiose, etero-etniche, etero-qualsiasi cosa) ragione di immense tragedie.
La disuguaglianza è il problema numero uno che minaccia la coesione sociale.

La disuguaglianza è ovunque, in ogni esperienza. L’ugualianza invece: o c’è o non c’è. Il rigore logico-matematico di quest’ultima apre all’immaginaria analogia fra il caos e l’ordine. L’una è massimamente frequente, l’altra è rara. Forse per questo i pragmatici umani includono, nel significato di uguaglianza, un certo grado di disuguaglianza; sufficientemente piccolo da non disturbare troppo la logica e sufficientemente grande da rendere plausibile un’aspettativa di uguaglianza. La soluzione è dunque: aspettiamoci similitudini che sembrino uguaglianze. Quel piccolo grado di disuguaglianza rende credibile il poter lottare con tutta la violenza possibile contro le disugualianze.

L’antropologo Renè Girard aveva ragione. Per millenni la parossistica pulsione all’uguaglianza ha giustificato, se non motivato, epocali massacri religiosi, etnici, culturali, sessuali, politici, di pensiero, di parola, di aspetto, di prestazioni fisiche e intellettuali. Potremmo elencare a lungo altre uguaglianze impossibili che si risolvono solo con l’annientamento delle differenze e dei differenti.

Noi Europei non ne siamo fuori. Vent’anni fa abbiamo vissuto la tragedia delle diseguaglianze violentate fino al raggiungimento dell’uguaglianza, con massacri etnico-religiosi vicino ai nostri confini. Continuiamo a vedere il parossismo psicotico dell’uguaglianza a tutti i costi a sud del mediterraneo e nel medioriente.
Siamo preoccupati dell’annientamento feroce delle diversità?
Sì, inorridiamo.
Salvo poi richiamare con severità all’ordine dell’uguaglianza. Forse è un nuovo richiamo: non è finita qui, ci sono tante altre disuguaglianze da ricondurre all’uguaglianza. La diseguaglianza è il male; nonostante sia la potente attrazione dell’uguaglianza a scatenare la più terribile violenza.

Chiedo al Presidente della Repubblica, il Gran Custode della Costituzione di non più ripetere oltre quell’accorato richiamo all’uguaglianza. Gli chiedo di non più ripetere quell’accusa infamante nei confronti delle disuguaglianze. Lo chiedo anche a tutte le istituzioni, alle associazioni, ai partiti, ai media, agli opinionisti, agli economisti, a tutti. Chiedo al Presidente della Repubblica, il Gran Guardiano della Costituzione, di ricordare che proprio la nostra democratica Costituzione finalmente fa evaporare i confini fra etnie, religioni, pensiero, parola, aspetto, lingua, cultura, ecc. La Costituzione dichiara che la democrazia è la casa delle diversità; garantisce a tutti il diritto di non essere uguali a nessun’altro, il diritto di essere unici e perciò diseguali. È la dichiarazione di diversità che disinnesca le pulsioni guerresche contro le diversità; instaura il dialogo nel rispetto delle diversità. Chiedo al Presidente, e a tutti, di essere quotidiani apologeti delle diversità; la democrazia delle diversità porta pace e allontana la guerra. La Costituzione definisce che siamo tutti diseguali, ma che noi cittadini sovrani ci impegniamo ad essere uguali nei comportamenti che abbiamo concordato di rispettare fra noi cittadini sovrani.

Chiedo al Presidente e, a tutti, di esaltare la necessità di trovare un equilibrio di equità fra diversità. L’equità preserva la diversità fra gli individui, ma diminuisce la “distanza” fra loro.

Signor Presidente, lasci i diseguali a godersi la loro costituzionale disegualità ed esorti gli Amministratori Pubblici a cercare l’equità entro i limiti definiti dalla Costituzione. Faciliti la focalizzazione di tutti sull’equità fra cittadini e fra gruppi di cittadini. Solleciti gli Amministratori Pubblici a ridurre le pesanti disparità di privilegi, spesso ottenuti da gruppi forti a scapito di altri gruppi deboli.