La Rai, una e trina. Di Ugo Arrigo

Per gentile concessione dell’autore, prof. Ugo Arrigo, riprendiamo il suo articolo (pubblicato su Il Fatto Quotidiano nei giorni scorsi), ringraziandolo.

La richiesta del governo alla Rai di contribuire alla spending review con la restituzione di 150 milioni di contributi pubblici ha avuto l’effetto, probabilmente non voluto, di riaprire il dibattito sull’assetto dell’azienda televisiva pubblica. L’azienda è contraria al provvedimento ma al suo posto parlano soprattutto i sindacati, i quali hanno indetto uno sciopero per il prossimo 11 giugno, il primo a memoria di telespettatore che sia stato indetto contro il governo. In realtà il governo non ha chiesto all’azienda di fare a meno ogni anno di 150 milioni di risorse pubbliche, compensandole con riduzioni di costo o con maggiori introiti pubblicitari. Questo sarebbe stato un interessante compito, coerente con la necessaria riduzione della spesa pubblica italiana. Il contributo alla Rai è stato invece chiesto una tantum, per un solo esercizio. Per adempiere non è pertanto necessario avviare neppure un’opportuna revisione dei costi aziendali ma sarebbe sufficiente cedere asset patrimoniali o loro quote, come si è ipotizzato in relazione alla controllata Rai Way.

L’azienda avrebbe fatto meglio a muoversi in questa direzione, adeguandosi alla richiesta del suo azionista. Così invece non è avvenuto e questo la dice lunga sulle difficoltà che lo Stato azionista ha nell’esercitare effettivo controllo sulle aziende possedute. Se non gli riesce con provvedimenti di legge, come può farcela con direttive, provvedimenti d’indirizzo o semplicemente nominando i consigli di amministrazione? Possiamo pertanto escludere che lo Stato sia in grado, o almeno sia stato sinora in grado, di controllare efficacemente le sue aziende. Ma chi controlla allora le aziende pubbliche? Facciamo un test: chi si sarebbe lamentato se il destinatario del taglio fosse stata un’azienda privata? Ovviamente il proprietario e controllore di quell’azienda. Nel nostro caso a lamentarsi sono stati i sindacati. Con un po’ d’ironia ma senza allontanarci troppo dal reale possiamo allora dare la seguente definizione di azienda pubblica italiana: impresa posseduta dallo Stato, pagata dai cittadini e controllata dai sindacati.
La Rai è pubblica per tre differenti aspetti: la proprietà, di cui abbiamo appena parlato; il finanziamento realizzato attraverso il canone; la tipologia di servizio che produce. Il servizio pubblico, nella televisione come in molto altri comparti, solitamente definiti come utilities, identifica un servizio di elevata utilità collettiva in quanto indispensabile per la generalità dei cittadini. Il settore pubblico deve dunque garantire che sia sempre disponibile per i consumatori a prezzi accessibili e con qualità adeguata, ma non è detto che debba anche essere prodotto da imprese pubbliche. In Olanda, ad esempio, il servizio pubblico postale è esercitato da un’impresa di cui lo Stato non possiede più un’azione da molti anni. In Germania lo stesso servizio è affidato all’insieme delle imprese che formano il mercato. In Gran Bretagna il servizio pubblico del trasporto ferroviario è affidato ad una molteplicità d’imprese delle quali nessuna azione è in mano pubblica. Di fronte ai servizi pubblici lo Stato deve essere garante e regolatore, non necessariamente anche produttore.
Qui mi si obietterà che la tv è un settore molto più delicato e non può essere paragonata alle poste o alle ferrovie. D’accordo, ma allora come definiamo l’informazione fornita da Sky o da La7? Servizio privato? Direi proprio di no. E’ un servizio pubblico fornito spontaneamente dal mercato, da attori economici privati, e senza alcun bisogno di finanziamento pubblico coperto da tasse dei cittadini. Non male come soluzione. Posto che un servizio pubblico può in molti casi essere fornito dal mercato senza oneri pubblici, si tratta ora di comprendere quando essi sono invece giustificati. La risposta è piuttosto semplice: quando spontaneamente il mercato non li fornisce. Nel caso della tv le trasmissioni a più elevato seguito sono in grado di finanziarsi con la raccolta pubblicitaria. Dov’è dunque la necessità di usare tasse dei cittadini? Invece in relazione a trasmissioni culturali, di approfondimento, d’istruzione, educative, di dibattito non finalizzato a convertire liti in audience, il limitato ascolto del pubblico potrebbe non essere sufficiente a permettere che i ricavi da mercato coprano i pur limitati costi di produzione. In questo caso i soldi pubblici, comunque pochi, sarebbero ben spesi.
Vi è dunque spazio per una Rai di servizio pubblico non di mercato. Ma una Rai che facesse solo questo, trasmettere ciò che le reti di mercato non sono in grado di fare e non fanno, sarebbe un’azienda molto più piccola di quella attuale, avrebbe poco personale e, soprattutto, pochissimi costi. Avrebbe probabilmente anche poca audience, anche se chi scrive non è così pessimista, ma questo sarebbe irrilevante. Vi è anche spazio, ovviamente, per una Rai di mercato, a condizione tuttavia che i suoi costi siano interamente coperti da ricavi propri e non da tasse dei cittadini. Questa seconda Rai potrebbe anche essere privatizzata ma si tratterebbe di una scelta eventuale, non necessaria. L’unica necessità è invece quella di separare nettamente le due Rai e le relative, antitetiche, modalità di finanziamento. Oggi invece avviene l’esatto contrario: il finanziamento è per più di due terzi pubblico ma i palinsesti prevedono principalmente programmi di mercato che le reti concorrenti egualmente realizzano finanziandoli interamente con la pubblicità o gli abbonamenti. I programmi ‘fuori mercato’, gli unici che giustificano i soldi pubblici, rappresentano invece una quota molto limitata della programmazione e sono spesso proposti, dato che penalizzerebbero l’audience, in orari che è improbabile possano trovare telespettatori, pur volenterosi.

 

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