La sfida post-Brexit e post-Europa-degli-Stati: Milano sarà un nodo della rete di Città-Mondo?

All’ombra di una Brexit, che stenta a concretizzarsi nelle regole della EU, si stanno consumando i nostalgici del centralismo, eventualmente democratico. L’Europa degli Stati, proclamata ieri dalla Merkel, è un ulteriore passo indietro contro la democrazia e verso i retrogradi nazionalismi degli Stati. Con lo sguardo al passato, l’EU dei sessantottini sessantenni, stancamente si esaurisce impaurita e incapace di pensare e condurre cambiamenti rilevanti.

I vertici dei “Grandi Stati” europei si incontrano per concordare una linea di condotta sugli altri 24 Stati; discutono di argomenti più contro UK che pro-cittadini europei, quelli rimasti. Rimbalzano smentite e conferme di risentimenti, di rancori, di possibili vendette contro UK; seguono minacce di rigido rigore contro chi esce, di segnalazioni “guai a voi” per chi sta pensando di uscire. Si intravede l’architettura di nuove regole di controllo e comando per preservare il potere su un popoloso continente in rapida evoluzione.

Difficilmente verrà rimossa, sciolta, semplificata la metafisica dell’obsoleto partitismo alla spagnola, del partitismo fallimentare della Brexit, del traballante partitismo centralistico francese, del mediato partitismo della media della coalizione tedesca.

Il populismo guadagna terreno ovunque terrorizzando e immobilizzando i partiti tradizionali. I populismi sono a tutti gli effetti l’espressione di protesta contro una democrazia che ha smesso di evolvere e di produrre GDP pro capite (crescita). I Cittadini vogliono un ripensamento profondo della democrazia che tenga conto delle novità comparse sulla Terra negli ultimi cinquant’anni. I Cittadini vogliono che il GDPpc torni a crescere. Il populismo intercetta questo desiderio che non ha ancora forma concretamente propositiva e applicabile. Il populismo, come sempre, è la benna che prima di tutto mira a spazzare via i resistenti, quelli al comando che si arroccano sulle loro poltrone. Il potere, non ascolta; il potere disprezza coloro che presentano istanze di cambiamento, seppure ancora strampalate, ma pur sempre legittime; le richieste populiste, se ben distillate, mostrano la loro utile essenza. I populisti strumentalizzano il populismo per alimentare i propri opportunismi, che talvolta sono solo personale narcisismo; i populisti talvolta sono calcolatori e rimestatori amanti del potere, talvolta sono solo ingenui appassionati in buona fede. Gli uomini al comando, dannosamente per sé e per gli altri, reagiscono ignorando, spesso disprezzando, i segnali ed ottengono l’opposto effetto di infiammare l’ostilità verso gli amministratori pubblici, anche negli animi tradizionalmente pragmatici e stoici dei britannici. I populisti prima o poi spariscono e il populismo si trasforma in  qualcosa di sistemico ed applicabile. Non sempre, ma lo speriamo. Il passaggio per il populismo non è necessario; potrebbe essere evitato, o minimizzato, per esempio con un ricambio frequente delle persone al comando  e anche da un diverso metodo decisionale, un pò meno centralistico. Fenomeni che sono incrostazioni residue di imperi lontani, nei quali i ruoli durano durano troppo a lungo.

A questo punto è l’Europa (e non solo).

Da qui, Brexit-o-non-Brexit, è già iniziata la costruzione di una Europa nuova meno ideo-romantica, meno media delle medie degli Stati, meno intrappolata dall’eccesso di noiose regole tanto minuziose quanto controproducenti, con meno confini statali, con più ricambi generazionali.

Anne Hidalgo e Sadiq Khan, sindaci di Parigi e Londra, si sono incontrati per formare un asse in alternativa “al letargo degli Stati-nazione”. Stupisce che due cognomi, non francesi e non inglesi, lontani dai sessanta, pensino ad un grande futuro euro-globale invece che alla piccola cucina sotto casa? I due dichiarano: “se il XIX secolo è stato definito il secolo degli imperi e il XX degli Stati-nazione, il XXI è quello della Città-mondo”.

Condividiamo quest’idea di futuro.

Milano ha cominciato a lavorare per esserci?