La TTIP e i panda-italiani

La sigla TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) comincia a comparire in qualche raro trafiletto o commento sui media. La maggior parte dei quali largamente disinteressati. Eppure analoghi trattati sono stati aperti, per iniziativa degli USA, con il Pacific Ring, o con le Americhe. Lo stesso stanno facendo Cinesi e Indiani nelle loro aree di influenza, o di ambita influenza.

Le principali economie e società umane, stanno progettando un mondo futuro del quale noi italiani non sappiamo presso che nulla; nemmeno se e come stiamo attivamente partecipando.

La sigla TTIP comincia ad apparire in forma di “bersaglio” per qualche movimento, manifestazione, corteo. Al TTIP viene spesso applicato lo stesso spirito e metodo con cui sono trattate le scie chimiche. Il risultato è che l’analisi sulla TTIP scade nel ridicolo e nelle nicchie degli antagonisti. Proprio la fede e la fragile dialettica ideologica degli antagonisti relegano il tema ai confini dell’interesse civico e facilitano il compito a coloro che hanno interesse a mantenere estrema riservatezza e con ciò maggiore controllo sul processo negoziale.

Ci auguriamo, anzi facciamo il possibile per sollecitare gli amministratori pubblici, i ricercatori accademici e professionali, a fornire quante più informazioni possibili affinchè i cittadini possano costruirsi una opinione argomentata sui fatti e sui numeri dell’accordo TTIP.

Una larga parte degli antagonisti sostiene un’assolutistica posizione “contro” gli accordi, indipendentemente dai contenuti e dagli obiettivi. Questo approccio da struzzo tende a collocare la controparte nello spazio del “nemico”, in una contrapposizione talmente totalitaria da prefigurare che la soluzione non potrà che essere la vittoria dei buoni (gli antagonisti) contro i cattivi (gli USA). Difficile condividere questa logica negoziale in stile highlander, il cui esito è facilmente prevedibile. Il negoziato è l’irrinunciabile strumento della democrazia. La democrazia non è il mondo morale dei buoni e dei cattivi, ma è il regno delle diversità che sanno convivere senza massacrarsi vicendevolmente.

La prima questione da interiorizzare è che l’evoluzione demografica proietta l’Europa, e tanto più l’Italia, in una tendenza da panda-europei e da panda-italiani.

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Se ci fermassimo a questa considerazione, il destino del modello sociale Europeo e Italiano sarebbe già determinato: integrazione, non necessariamente volontaria, in uno dei futuri 3-4 blocchi supercontinentali.

La seconda questione è l’appartenenza. Essere cittadini europei, o italiani, significa appartenere a un gruppo di persone omogenee per etnia o religione? Gruppo guidato da un forte leader carismatico come quelli che in passato ci hanno portato al massacro o come quelli che vediamo eseguire massacri in TV? L’etnia e la religione sono criteri opposti alla logica democratica che i Paesi europei hanno scelto come sistema di convivenza delle diversità. Una scelta probabilmente dettata dalla terribile esperienza dei tragici spargimenti di sangue etnico-religiosi compiuti da noi europei, fino a pochissimi decenni fa, anche molto vicino ai confini italiani

Speriamo perciò che gli italiani preferiscano interpretare sé stessi come singoli individui, tutti diversi fra loro, persone che hanno “volontariamente” scelto di essere soci sovrani della Grande Associazione Italia e anche di un’Associazione più grande, l’Europa, e chi sa, anche mondiale. Il senso dell’appartenenza è perciò invertito: sono i cittadini italiani che posseggono il Paese, l’Associazione Italia; e non viceversa, non un pericoloso leader carismatico o una casta o un’oligarchia.

Dato per accettato quest’ultimo criterio (peraltro non scontato) la terza questione è la qualità del sistema che meglio realizza le aspettative dei Cittadini.

A noi italiani viene riconosciuto uno stile di vita di alta qualità che il nostro metodo di convivenza civile ha prodotto nei secoli. Va però ricordato che allora non eravamo affatto “democratici” e forse anche oggi lo siamo più formalmente che sostanzialmente. Ci sono inoltre, e purtroppo, evidenti segni che il nostro metodo non è stato tempestivamente aggiornato; esso dimostra di non essere più in grado di garantire molti miglioramenti alla qualità della vita. Almeno non tanto quanto altri sistemi sociali che marciano a velocità sostenute.

Siamo fiduciosi nella consapevolezza dei nostri successi passati; essi potrebbero darci l’energia e l’entusiasmo per riprende il cammino da dove l’abbiamo lasciato. In altre parole il nostro sistema, europeo e italiano, va aggiornato tenendo conto del fatto che altri, peraltro dotati di imponenti masse critiche, ci hanno largamente superato e tentano di assorbirci.

Infine abbiamo la questione del metodo per l’integrazione in blocchi più grandi: ci lasciamo assorbire per diluzione demografica? O volontariamente e consapevolmente scegliere il sistema più grande entro il quale possibilmente riprendere a sviluppare la nostra particolare passione per la qualità della vita?

Il nostro Paese ha attratto, e sempre più attrarrà, numerose popolazioni dalle culture più etnico-religiose che democratiche; dalla Cina alla fascia “islamica”. Senza scelte consapevoli, il sistema, la “cultura democratica delle diversità”, italiano ed europeo, necessariamente verranno diluiti per effetto della crescente miscelazione demografica. Il colore finale sarà, e forse è già, più un grigio tumultuoso che bianco democratico o nero etnico-religioso.

Gli amish hanno trovato un modo di far convivere le loro, per noi, strane regole sociali, all’interno di un più grande sistema che ha risorse sufficienti per consentire questa libertà. Noi Europei e Italiani non siamo una piccola strana comunità; forse abbiamo qualche probabilità in più di influenzare la fusione di pratiche comuni in un sistema più grande e di coltivare alcune specificità nelle quali siamo maestri.

Naturalmente, per coltivare le distintività e le specialità è necessario sapere quali sono. L’esercizio non è banale. Il rischio è di imboccare il semplicistico, comodo, pericoloso, piano inclinato che ci trascina in basso nel sistema delle appartenenze etnico-religiose.

Il passo successivo è comprendere i principi-attivi della ricetta della distintività (cosa facciamo particolarmente bene?) e infine praticare i comportamenti previsti dal suo “disciplinare” (Costituzioni locali e sovranazionali).

In sintesi crediamo sia necessario trovare un metodo negoziale per inserirci dignitosamente e vantaggiosamente, come un pezzo di un puzzle, in un contesto più grande entro il quale l’Associazione Italia possa esercitare le sue particolarità, possibilmente insieme all’’Associazione Europa.

Al momento conosciamo il parere ideologico degli antagonisti che preferiscono la rinuncia isolazionista, la ritirata che paradossalmente implica la sudditanza, e in qualche caso una dissimulata scelta verso uno dei blocchi non rappresentati nel TTIP. Cioè preferirebbero che l’Europa aprisse un negoziato con altre parti, per esempio la Russia, o i due blocchi asiatici. C’è anche chi preferirebbe l’area mediterranea. Tutte queste opzioni sono certamente e concretamente appoggiate  o scoraggiate dai blocchi che non partecipano al TTIP.

Nessuna delle opzioni è aprioristicamente svantaggiosa, ad esclusione di quella di restare piccoli vasi di coccio fra giganti d’acciaio. La questione perciò non è lo “stop alla negoziazione TTIP”, ma cosa si negozia per ottenere quali vantaggi per i cittadini. Ed eventualmente quali altri patti negoziare con altre grandi geo-placche continentali.

Al quadro di per sé piuttosto complesso, ma forse non più di tanto, si somma la scarsissima informazione sugli accordi in corso. La membrana di silenzio può essere parzialmente giustificata dalla complessità del negoziato che sta costituendo un blocco competitivo rispetto ad altri blocchi. Ma sarebbe assai utile per i cittadini italiani fare un esercizio di informazione per consentire loro di prepararsi ad un futuro nel quale dovranno adeguare rapidamente ed efficientemente il loro metodo sociale, economico e del diritto.

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