L’accordo del Wto che vale 1000 miliardi

Lo strabismo italiano rispetto ai grandi temi dell’economia è a volte deprimente. Da mesi mass-media e politici sono concentrati su argomenti quali il balletto sull’Imu e sulle altre impronunciabili tasse locali che graveranno sugli immobili per pagare i servizi forniti dai comuni: si tratta di somme non irrilevanti, ma che pur sempre rimangono nell’ordine dei 2-4 miliardi.

Intanto nessuno o quasi si accorge dell’accordo raggiunto il 7 dicembre a Bali, in Indonesia, dai 159 paesi membri della World Trade Organization (Wto), l’organizzazione internazionale del commercio, e che può rappresentare una svolta decisiva per le sorti dello sviluppo mondiale, in particolar modo dei paesi occidentali ed esportatori di manufatti come il nostro. Grazie anche all’azione diplomatica del direttore generale del Wto, il brasiliano Roberto Azevedo, l’intesa consente di semplificare e modernizzare le procedure doganali in essere, favorendo una maggior fluidità degli scambi soprattutto per le piccole e medie imprese le quali, esportando piccole quantità di merci, soffrono in modo maggiore l’incidenza delle spese burocratiche. Secondo il viceministro Calenda (fortunatamente l’Italia ha partecipato ai negoziati con un politico liberoscambista) le stime commissionate dalla stessa Organizzazione del Commercio parlano di un incremento di ben 1.000 miliardi l’anno in più di Pil mondiale grazie alle misure adottate. Un calcolo grezzo ci dice che, poiché l’Italia rappresenta circa il 3% della produzione globale, il vantaggio sarebbe per noi enorme, pure nel caso in cui le stime dei benefici fossero più contenute.
Fin qui tutto bene, dunque. Ma cosa deve insegnarci il negoziato appena concluso? Prima di tutto che quando si devono mettere d’accordo troppi paesi, è bene puntare su obiettivi semplici che possono meno facilmente essere ostaggio di tecniche ricattatorie di chi vuol ottenere vantaggi impropri grazie al potere di veto. Basti pensare che Cuba (la cui presenza nel Wto è per me un mistero) ha minacciato di mandare più volte tutto a gambe all’aria se gli Stati Uniti non avessero revocato l’embargo nei suoi confronti.

L’India, d’altro canto, ha tenuto tutte le altre nazioni in sospeso finché non ha ottenuto alcune concessioni rispetto alla possibilità di sussidiare i propri prodotti alimentari. Perciò la strada da seguire è quella di intese-quadro su temi non eccessivamente controversi da complementare con i cosiddetti accordi plurilaterali, in cui alcuni paesi si mettono d’accordo per liberalizzare certi settori (tipo i servizi e le tecnologie informatiche) e gli altri si aggiungono piano piano, quando si rendono conto che il rischio di rimanere tagliati fuori è più alto rispetto a quello di aprire le proprie economie.

Questo approccio sarebbe utile anche per l’Unione Europea, dove si potrebbe sostituire il faticoso lavoro di emanare direttive e regolamenti uguali per tutti a costo di compromessi pasticciati, con patti plurilaterali tra stati-membri liberalizzatori, ovviamente aperti alla successiva adesione degli altri. D’altronde è quasi certo che se si tentasse tale geometria variabile per imporre regole più “dirigiste” tra chi ci sta, nessuno dei paesi rimasti fuori si vorrebbe aggiungere rinunciando così a godere dei vantaggi della maggiore libertà. In secondo luogo, quando né i trattati generali né quelli plurilaterali sono possibili, anche le intese bilaterali o tra blocchi, come quelle recentemente concluse tra Ue e Canada o Corea del Sud vanno bene. Infatti, se il paese con cui si stipula l’accordo è a sua volta legato ad altri da un patto di libero scambio (vedi il Canada con Messico e Stati Uniti), per la proprietà transitiva si estende l’area di libertà di commercio. Inoltre, per una naturale spinta emulativa, si possono allargare a macchia d’olio i paesi aderenti. E’ quello che è successo con tutti i blocchi regionali: per il timore che l’interscambio si concentrasse tra i pattisti, sempre più paesi hanno chiesto l’adesione o la conclusione di trattati ad hoc (UE e Nafta ne sono buoni esempi) ed altri blocchi hanno promosso intese bilaterali. Si spiega così il rinnovato impegno negoziale tra Europa e Mercosur (America Latina), Europa e Nord America e tra i membri della Partnership del Pacifico (Tpp). Questi sono i temi veri di cui forze politiche serie dovrebbero trattare in vista delle elezioni europee.

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