L’arte… mettila da parte, di Vitalba Azzollini

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, l’articolo di Vitalba Azzollini. Il tema del “pagamento di tasse ed imposte con la cessione di beni artistici”, recentemente ripreso dal ministro pro-tempore, viene approfondito dall’autrice in modo puntuale.

Nei giorni scorsi ha avuto un ampio risalto la notizia relativa alla possibilità per i contribuenti di adempiere agli obblighi fiscali mediante la cessione di beni artistici allo Stato. Non si tratta di una misura di nuova introduzione, considerato che la l. n. 512/1982 – nota come “legge Guttuso” – dispone da tempo che il pagamento totale o parziale dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle persone giuridiche e le imposte di successione, nonché di eventuali sanzioni ed interessi, sia effettuabile mediante cessione di beni di rilevante interesse culturale. Si tratta dell’applicazione dell’istituto della c.d. datio in solutum o prestazione in luogo di adempimento, disciplinata dall’art. 1197 del Codice civile, secondo cui il debitore può estinguere l’obbligazione mediante una prestazione diversa da quella dovuta, anche di valore uguale o maggiore, purché il creditore vi acconsenta. La rinnovata attenzione per la misura suddetta deriva dal fatto che il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) ha ricostituito la commissione preposta a valutare le proposte di dazione di opere d’arte per assolvere gli impegni nei riguardi dell’erario. In questo modo, si è resa nuovamente praticabile la suddetta opzione di pagamento, considerato che la commissione, la quale ne rappresenta il presupposto operativo essenziale, non era più stata ricostituita dopo il 2010.

L’art. 28-bis del D.P.R. n. 602/73, introdotto dalla citata l. n. 512/1983, precisa la procedura necessaria per l’applicazione della misura in discorso. La proposta di cessione, contenente la descrizione dei beni offerti (quelli indicati negli artt. 1, 2 e 5 della legge 1089/1939, ora art. 2 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, d.lgs. n. 42/2004), dettagliata e corredata da idonea documentazione, va presentata all’Amministrazione dei beni culturali (o all’Agenzia delle entrate, secondo quanto precisato al riguardo sul sito web del Mibact). Quest’ultima attesta per ogni singolo bene l’esistenza o meno delle caratteristiche previste dalla vigente legislazione di tutela e dichiara l’interesse dello Stato ad acquisirlo. Le condizioni e il valore della cessione sono stabiliti con decreto del Ministro dei beni culturali di concerto con quello dell’Economia e Finanze (Mef), sentita un’apposita commissione nominata con decreto del Ministro dei beni culturali, presieduta da quest’ultimo o da un suo delegato e composta da due rappresentanti del Ministero stesso e da tre del Mef. Il decreto è emanato entro sei mesi dalla data di presentazione della proposta ed è notificato al richiedente, il quale ha due mesi per notificare a propria volta al Ministero dei beni culturali la propria accettazione, a pena di decadenza. La procedura indicata non sospende il pagamento di quanto dovuto all’erario, che dovrà quindi essere versato entro i termini sanciti. Tuttavia, dopo che il trasferimento delle opere d’arte allo Stato si sia perfezionato, l’interessato può chiedere il rimborso delle somme corrisposte nel periodo intercorrente tra la data di presentazione della proposta e quella della conclusione dell’iter in argomento, ovvero può utilizzare per il pagamento di altre imposte l’importo riveniente dalla cessione, anche frazionatamente. Qualora, nei cinque anni successivi al trasferimento dei beni, tale importo non sia stato integralmente impiegato per assolvere ulteriori obblighi fiscali, può chiedersi il rimborso della differenza, ma senza la corresponsione degli interessi nel frattempo maturati. L’iscrizione a ruolo dell’imposta “non è una condizione necessaria ai fini dell’applicabilità dell’art. 28-bis” (Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 347/E del 2008): presupposto essenziale per la cessione di beni culturali è che il credito erariale soddisfi i requisiti della certezza, quindi è sufficiente sia individuato in tutti i suoi elementi.

Il ripristino in concreto, con la ricostituzione dell’apposita commissione, della facoltà di sanare le pendenze nei confronti dell’erario mediante la modalità suddetta è finalizzato al perseguimento di un duplice obiettivo, secondo quanto espressamente asserito dal Ministro dei beni culturali: lo Stato “da un lato, in un momento di crisi, consente ai cittadini di assolvere ai propri obblighi fiscali tramite la cessione di opere d’arte, dall’altro, torna ad acquisire patrimonio storico e artistico”. L’apprezzabilità degli intenti – quali emergono dalle dichiarazioni riportate – non sempre è coerente con il contesto, normativo e non, di riferimento e ancor meno con la fondatezza dei risultati attesi. Si rende pertanto necessario verificare non solo se la cessione al Fisco di beni di rilevanza culturale sia misura astrattamente idonea alla raccolta di un maggior gettito erariale da parte dello Stato, nonché a una più ampia fruizione di opere d’arte da parte della collettività; ma altresì se detti fini possano essere in concreto realizzati.

Innanzitutto, la misura costituisce un’alternativa al pagamento tradizionale dei debiti tributari: sulla base delle dichiarazioni rese dal Ministro, sembrerebbe che essa consenta a chi non dispone di liquidità sufficiente di porvi rimedio mediante la cessione di beni artistici al Fisco. Di fatto, ciò non è del tutto corretto, poiché non coincidono i tempi statuiti per il pagamento delle imposte e quelli necessari per l’espletamento della procedura sopra indicata: quest’ultima comporta un iter burocratico con tutta evidenza oltremodo farraginoso, che potrebbe ragionevolmente protrarsi oltre la durata prevista. Considerato che la proposta di cessione non sospende i termini di pagamento, la possibilità di soddisfare il Fisco con opere d’arte anziché con denaro non risolve il problema di ovviare prontamente alla carenza di risorse finanziarie da parte dei contribuenti: questi ultimi, dunque, nel mentre attendono l’esito del procedimento in discorso, devono comunque reperire mezzi immediatamente disponibili al fine di rispettare le scadenze prefissate, salvo chiedere allo Stato il rimborso di quanto a esso versato quando l’iter per la cessione sia stato positivamente concluso. Al riguardo, si evidenzia la circostanza che lo Stato, ai sensi della normativa richiamata, non è tenuto a corrispondere alcun interesse sulle somme di cui gli sia stata chiesta la restituzione, qualora il controvalore dell’opera d’arte non venga integralmente usato per il pagamento di altre imposte nei cinque anni successivi alla dazione. La disposizione menzionata di certo non incentiva la cessione di beni artistici all’erario, poiché grava chi vi ricorra di un quid pluris rispetto all’ammontare dell’onere fiscale. La previsione della mancata corresponsione degli interessi sembra, infatti, configurarsi quale un “dazio” comminato al contribuente che abbia scelto l’opzione di pagamento sopra esposta, graziosamente concessa da parte di un Fisco che, in fin dei conti, si manifesta comunque come “tiranno”. Si consideri, inoltre, che, fino a oggi, nei brevi periodi in cui la commissione menzionata è stata operativa, la procedura in argomento si è conclusa quasi sempre negativamente. “Nelle ultime sedute del 2010 sono state esaminate le seguenti proposte di cessione: 4 sculture in bronzo – artista Walter Pugni; un olio su tela – artista Nicolas Lancret; una pittura su tela di Alberto Burri; un’area di interesse archeologico in Palestrina; la collezione archeologica Macrì di Locri; l’archivio Alliata di Palermo; Villa Junia a Sanremo. Di tutte queste richieste è andata a buon fine solo quella relativa alla pittura su tela di Alberto Burri, denominata Bianco e Nero”. Dato l’attuale periodo di crisi, molto grave anche per le casse dello Stato, ci si chiede se possa fondatamente reputarsi che quest’ultimo sia più incline rispetto al passato a concludere positivamente l’iter di valutazione delle opere d’arte proposte e, di conseguenza, a restituire ai cedenti il denaro già incassato nelle more; o se, invece, non propenda per una maggiore severità di giudizio al fine di soddisfare finanziariamente i fabbisogni dell’erario. La perplessità sembra essere rafforzata ove si consideri la composizione della commissione, come prevista dalla norma sopra riportata: appare palese che la coincidenza tra chi stima il valore del bene artistico e chi è destinatario del pagamento fiscale non può non concretizzare un conflitto di interessi, idoneo a inficiare la neutralità della valutazione delle opere oggetto di proposte di cessione da parte dei contribuenti. A tale riguardo, si evidenzia altresì che non risulta chiaro in base a quali criteri le opere ammesse alla procedura vengano giudicate dalla commissione stessa, stante la complessità attuale di un tale giudizio. Sembra possibile aspettarsi che lo Stato corrisponda al contribuente una somma minore del valore effettivo, così cautelandosi forse da eventuali variazioni del prezzo di mercato: in ciò sarebbe, peraltro, favorito dalla rilevata mancanza di trasparenza circa i criteri di stima adottati, nonché dalla situazione di difficoltà finanziaria del cedente cui di certo, per molti versi, non conviene intraprendere un contenzioso circa la valutazione effettuata. Anche tale profilo potrebbe disincentivare il ricorso alla predetta forma di pagamento e favorire, invece, modalità più vantaggiose, nonché forse più veloci, di cessione ad acquirenti interessati, dai quali ricavare la liquidità necessaria all’assolvimento degli obblighi verso l’erario.

Come esposto in precedenza, il Ministro dei beni culturali ha sottolineato che la misura citata risponde, oltre che agli interessi dei cittadini di assolvere in maniera alternativa agli obblighi fiscali, altresì a quelli dello Stato di ampliare il patrimonio artistico nazionale. Al riguardo, non può non rilevarsi il fatto che la misura sopra esposta si inserisce in un sistema statale nel quale, “nonostante vari tentativi di giungere ad una stima attendibile dei beni culturali, non esiste ad oggi una catalogazione definitiva (prevista dall’art. 17 del codice dei beni culturali) specie per i beni mobili (…); inoltre, per i grandi musei statali non esiste una stima del valore delle opere possedute”. Si consideri, inoltre, che molte opere d’arte “restano nei magazzini e non sono fruibili” dalla collettività cui, anche in forza del dettato costituzionale (art. 9) sarebbero destinate. Ci si chiede, dunque, come possa ritenersi realmente attendibile l’affermazione del Ministro, stanti i dati sopra riportati, e come i beni rivenienti dalle nuove acquisizioni da parte dei contribuenti possano essere valorizzati, considerata la situazione dei beni già esistenti. Peraltro, sulla base delle osservazioni complessivamente svolte in precedenza, sembra non rivestire una particolare valenza, altresì, il richiamo fatto dal Ministro stesso alla positiva esperienza di Paesi esteri dove il pagamento in argomento viene praticato da tempo (In Inghilterra, con l’Acceptance in Lieu, i contribuenti possono pagare le tasse di successione tramite beni culturali di importanza storica, artistica, scientifica, i criteri di valutazione dei quali sono precisati dalla legge; in Francia, l’istituto prende il nome di Dation en paiment e consente di pagare le imposte di successione e la tassa patrimoniale mediante la consegna di opere, libri, documenti di grande valore artistico o storico ecc.): la realtà italiana – tra norme che dettano procedimenti complicati, pastoie burocratiche connesse e inefficiente gestione dei beni culturali – presenta dei profili peculiari, di cui non può non tenersi conto.

In conclusione, se apprezzabile è l’opportunità concessa al contribuente di utilizzare forme alternative di pagamento nei riguardi del Fisco, non sembra che la misura sopra esposta potrà, al momento, apportare né allo Stato né ai cittadini vantaggi consistenti, quali configurati nel citato annuncio del Ministro per i beni culturali. Dovrebbe forse valutarsi l’impatto, oltre che dei provvedimenti normativi, come previsto dalla legge, degli annunci di cui essi costituiscono l’oggetto: è opportuno non ingenerare aspettative che, come motivato, sono ragionevolmente destinate a essere deluse.
Le opinioni sono espresse a titolo personale e non coinvolgono in alcun modo l’ente di appartenenza (Consob).

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