Le Città e la Democrazia al tempo dei populismi

Con mirabile semplicità, tutti gli elementi del cosmo sono messi in relazione reciproca dalla legge universale dell’attrattività: essere attratti ed essere attraenti. Non so se la parola “democrazia” esprima la quintessenza dell’attrattività, ma certamente rappresenta l’arte di essere votati e l’arte di votare entro un sistema di comportamenti regolati che consentono agli esseri umani di esercitare reciproca attrattività senza per questo precipitare in violente collisioni. La democrazia sembra proprio una bella invenzione, eppure quasi ovunque mostra pericolosi sintomi di esaurimento:

  1. Da anni la democrazia non produce crescita (GDPpc – pro-capite)
  2. Cresce la distanza fra i cavalieri dello sviluppo e i feriti dal cambiamento
  3. Proliferano i vanitosi opportunisti che orribilmente manipolano i sentimenti dei feriti con l’unico intento di essere votati
  4. Aumenta la percezione del divario fra gli interessi degli AP (Amministratori Pubblici) e gli interessi dei Cittadini
  5. I risultati elettorali dimostrano l’incapacità degli AP di comprendere il senso degli interessi individuali dei cittadini e dei loro aggregati. Nello stesso tempo la competizione elettorale è diventata perenne e si gioca prevalentemente sulla vanità della retorica e sull’elargizione di privilegi (e spesso anche peggio). Sull’Europa a 28 Stati, il sole partitico-elettorale non tramonta mai.
  6. I Cittadini dimostrano, con risultati elettorali eclatanti, di essere stanchi di essere coinvolti in elezioni i cui effetti si manifestano in luoghi troppo distanti dai loro interessi più vicini.
  7. I super-stati continentali non sono capaci di correre più veloci della realtà; accade che EU che perda i pezzi; è accaduto che l’URSS collassasse senza bisogno di alcuna guerra. (L’ultimo caso di dissoluzione sanguinosa è forse la Yugoslavia)
  8. Nel mezzo dell’imponente cammino verso una maggiore condivisione fra democrazie, gli Stati sembrano essere i maggiori promotori delle separazioni, dei distinguo e dei confini.

Al contrario, sotto la superfice agitata del clangoroso mugugno, avanzano esperimenti e movimenti verso una democrazia aggiornata e rinnovata all’insegna dello scambio e della condivisione:

  • I produttori di conoscenza, come le università e i centri di ricerca, sono ormai una rete globale che anticipa e sopravanza qualsiasi regolazione “geografico statale”
  • I rapporti commerciali internazionali (il Diritto e l’Amministrazione della Giustizia) convergono verso principi e procedure simili.
  • Le metropoli Europee si mettono d’accordo fra di loro senza attendere il permesso dei propri Stati e dell’Europa.

Le metropoli sono ora consapevoli di essere i nodi vitali delle veloci vie aree, marittime, aeroportuali, stradali, ferroviarie, finanziarie, digitali, informative. Le Città non sono solo nodi, sono utilizzatori (e produttori) intensivi di conoscenza, sono i centri decisionali mondiali. Si moltiplicano gli eventi che marcano lo spartiacque fra chi è nella rete di Città e chi si è ritirato o ne è stato escluso. In ogni caso la democrazia ha bisogno di riorganizzare il proprio modello decisionale e partecipativo. Stiamo passando dalla dem 2.0, nata dalla WWII, alla dem 3.0 del terzo millennio.

I Cittadini sentono il bisogno di una democrazia dem 3.0 con processi decisionali più pratici

Un bell’articolo di Vitalba Azzollini apre una porta a quanti vogliono passare alla dem 3.0., e aiuta a focalizzare l’attenzione ai fondamenti della dem 2.0 per poterli ridiscutere e riorganizzarli.

Vitalba Azzollini riporta l’opinione di Madison:”La democrazia … altrimenti essa diviene il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse ad entrambe”.

Per ironia della Storia, la “democrazia americana” non sapeva di essere una “democrazia” fino a quando Tocqueville non la battezzò nel suo libro De la démocratie en Amerique”. La democratie fu pubblicata oltre cinquant’anni dopo la Costituzione Americana che fu scritta in gran parte da Madison, insieme a pochi altri, in tempi brevissimi e con un efficiente processo di condivisione. L’acuto osservatore francese, e post-rivoluzionario, dovette cercare un nome da assegnare a quella forma di autogoverno mai visto prima in Europa, nemmeno nei molti decenni successivi al gran fallimento della rivoluzione francese. Il punto più ironico di tutti è che Madison, insieme a moltissimi dei suoi concittadini, disprezzava la democrazia. Secondo lui quel processo decisionale era troppo complesso, contraddittorio, rischioso e inefficace. Lo spirito pragmatico americano (e anglosassone) richiedeva che alle dichiarazioni dovessero seguire i fatti, cioè le parole devono essere eseguibili (walk the talk). I principi astratti sono belli, ma portano sfortuna, come le rivoluzioni ideologiche ampiamente dimostrano.

Il primo insegnamento che ci viene dalla Storia dunque è che la democrazia non è un nome o un’astratta idea-ideologica o una serie di principi teorici buonisti e inapplicabili. La democrazia è un insieme di comportamenti interamente e immediatamente applicabili.

Amministrare non è cosa da narcisi

Vitalba Azzollini cita Toqueville: La democrazia può compiersi solo con un “popolo informato” .

La politica è l’arte del farsi votare. Sperare che gli AP spieghino accuratamente ed equamente i pro e i contro di provvedimenti da loro proposti è come chiedere all’imbonitore se il suo unguento magico è buono. La legge della seduzione e dell’attrattività non ha confini e spesso travalica anche il confine dell’omissione e della menzogna. Il lettore sa bene quanto in alcune culture la menzogna comprometta la dignità sociale degli individui, mentre in altre è tollerata. Il disprezzo per la menzogna è, a ragion veduta, un tipico anticorpo delle democrazie sostanziali. Ciò detto, non c’è colpa nel portare acqua al proprio mulino, ma è da sprovveduti credere a tutto quanto dicono gli imbonitori.
Sedurre è un’arte appassionate.  Cameron, Johnson, Farage hanno manipolato le pance dei feriti per ottenerne il voto. Il primo ha strizzato l’occhio ai feriti per raggranellare un po’ di voti da aggiungere a quelli del suo elettorato tradizionale ed elitario. Gli altri speravano di estrarre voti dall’elettorato di Cameron per batterlo nel suo giardinetto politico. Nessuno di questi obiettivi mira all’interesse dei Cittadini. Così è il gioco della politica elettorale.
Amministrare è un’arte faticosa, nessuno dei tre ammaliatori si è preoccupato del fatto che “dopo” avrebbe dovuto amministrare il Paese del Day After; il giorno nel quale i Cittadini avrebbero improvvisamente appreso di essere stati imbrogliati con tecniche di seduzione da playboy senza sostanza. Tutti e tre sono scappati ignominiosamente. Anche il trio “controparte” Merkel, Junker, Hollande si sono ritirati nella penombra e nel silenzio. Sono consapevoli di essere gli attori primari del fallimento?
Votare è un’arte difficile. I cittadini hanno scelto i flauti magici degli ammaliatori e sono caduti nel dirupo.

Dalla Brexit impariamo che una sana diffidenza verso gli AP aiuta sia gli elettori sia i seduttori (futuri amministratori). Un’equilibrata diffidenza sempre aiuta a porre domande per una maggiore trasparenza e chiarezza.

Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti.

Propendiamo per l’idea che non esista “un’informazione sufficiente”, e tanto meno che esista un'”informazione perfetta”; esistono solo informazioni parziali e lacunose. Non esiste alcuna condizione che possa condurre deterministicamente “al voto perfetto”. L’informazione è importantissima, più ce n’é meglio è, ma l’idea che il voto possa essere buono solo se informato è contraria ai principi fondanti della democrazia. In democrazia ciascuno ha una sua propria idea del proprio futuro, diversa da quella di tutti gli altri; la differenza di opinione sta più nel diverso futuro che nella diversa informazione. Il mito “dell’informazione perfetta” ha, per giunta, il grave difetto di spalancare la porta agli orrendi opportunisti portatori di semplicistiche verità assolute; ne abbiamo già visti anche troppi di imbonitori col flauto magico che pretendono di sapere dove noi Cittadini dobbiamo andare.

Oltre ad essere il tollerante luogo delle diversità (che stranamente vengono chiamate uguaglianze), la democrazia è modesta: evita di essere portatrice una sua propria idea di verità assoluta, unica, eterna e si accontenta di essere un metodo per far convergere i Cittadini su pochi obiettivi parziali, vicini nel tempo e nello spazio, condivisi dai più e che non provocano danni irreparabili a tutti gli altri. Più coerentemente con l’idea di democrazia, potremmo piuttosto adottare l’idea che (parafrasando): Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti. Il che implicitamente ricorda che votare significa decidere sulle cose, sulle proposte, e non serve esclusivamente ad eleggere persone che poi decideranno sulle cose, forse. Certamente i greci, i veneziani, votavano sulle cose e tutt’ora lo fanno gli svizzeri e altri popoli, ma non noi Cittadini italiani. Anche se l’assunto sarebbe che la libertà di scegliere il proprio futuro sta nella sovranità di ciascun Cittadino. Se così fosse, il Cittadino avrebbe responsabilità piena e individuale sul proprio voto.

Gli AP hanno piena responsabilità sul processo del voto. Loro sono stati delegati a progettarlo e a condurlo in modo da consentire a ciascuno di esprimersi, ma specialmente a che le decisioni maggioritarie non producano iniquità irrimediabili per gli altri Cittadini. Non essenso elettoralmente impegnati, è per noi inutile occuparci dell’opinabile contenuto del voto; intendiamo invece focalizzarci sull’efficienza dei processi di partecipazione che al momento sembrano produrre più danni che benefici.

Il metodo Hybrid (“da vicino”) e il metodo F35 (“da lontano”) – Gli esseri umani hanno sviluppato un sofisticato sistema visivo che elabora le immagini secondo le (inconsapevoli) priorità umane. Propone infatti un notevole ingrandimento e molti dettagli agli eventi vicini e un modesto ingrandimento e pochi dettagli agli eventi che, pur essendo incredibilmente grandi, sono lontani. Lo strumento Hybrid- da vicino è quindi pienamente coerente con il fatto che le persone soppesano per mesi tutti i fattori che influenzano l’acquisto di una nuova auto. Al contrario non dedicano proporzionale attenzione all’acquisto di un F35. È così che acquistare un F35 diventa una bazzecola sulla quale si può decidere fra amici al bar; il metodo F35 non sembra garantire i risultati migliori.

Se perdonate il gioco di parole, abbiamo messo a fuoco che gli esseri umani sono piuttosto bravi a prevedere gli effetti delle loro decisioni su problemi piccoli che si presentano in luoghi vicini. Il rischio di sbagliare (produrre effetti collaterali indesiderati) è minimo. Il rischio di sbagliare invece aumenta in funzione della distanza (e anche della dimensione reale del problema). Il lettore ha certo familiarità con l’espressione “decisione miope” la quale ironizza sul fatto che il metodo “da vicino” (miope) non funziona per i problemi “da lontano”.

Problemi-vicini-e-lontani-01

Riduzione dei rischi – Accettato il principio secondo il quale una buona decisione, qualsiasi ne sia il contenuto, deve minimizzare gli effetti collaterali indesiderati (danni per sé e per gli altri), si pone il problema di come ridurre i rischi di mancare il bersaglio. Ci sono almeno due intuitive leve per ridurre i rischi.

La prima, e più efficiente, è quella di frazionare il grande problema in problemi più piccoli. L’esempio sociologico-antropologico più evidente è la democrazia: funzionano decisamente meglio quelle evolutive, costruite un pezzo di cambiamento alla volta, rispetto a quelle di quelle costruite su un progetto omnicomprensivo e totalizzante (es. rivoluzione francese, rivoluzione russa et similia). Nell’immaginario umano resiste tuttavia il mito del grande progetto unico mirato al “grande obbiettivo”. Tenderemmo a convergere con l’idea del progetto unico, forse più efficiente, se condividessimo l’idea di un “grande obbiettivo” unico per tutti. La Storia in effetti racconta che i “grandi obbiettivi” non durano e che i grandi progetti sono fragili castelli di carte. L’idea di fare un passo alla volta (nell’area verde) è buona prassi da molti punti di vista.

La seconda leva è più organizzativa: avvicinare il decisore al problema. Non è per caso che gli umani tendono ad affidare la soluzione dei grandi problemi a chi è disposto a studiarli da vicino. Si chiama delega e funziona benissimo per i problemi lontani e complicati  per i cittadini impegnati nel loro proprio lavoro quotidiano; ma sono problemi vicini, e tutto sommato gestibili anche se grandi, per quelli che vi si dedicano quotidianamente. Si tratta di considerazioni di banale buon senso. Ma allora:

  • Perchè il singolo cittadino è ostacolato nel decidere sul destino del marciapiede davanti a casa sua (decisione facile)? Perché la decisione è resa inefficientemente difficile ponendo il punto di decisione lontano dal problema?
  • Perché d’istinto molti pensano che sia giusto chiedere ai cittadini di decidere su un F35? (decisione molto rischiosa)?
  • Perchè qualcuno ha chiesto agli amici del bar di decidere su Brexit?
  • Perché il super-stato franco-germanico sembra proprio volersi occupare dei piccoli problemi lontani (zucchine, vongole e banane) lasciando i problemi ad alto rischio del tutto trascurati?

A pensarci bene, anche noi ora la pensiamo come Madison a proposito della democrazia in salsa francese. Alla dem 3.0 servono meno “irrinunciabili rincipi e diritti” e alcune fattibili in concreto:

  • il massivo avvicinamento dei Cittadini ai processi di decisione sui problemi nei quali sono coinvolti “da vicino”.
  • una maggiore attenzione al divario fra cavalieri dello sviluppo e i “feriti” dal cambiamento. (Lincoln diceva che la democrazia non sta nel tirare giù chi è in alto, ma nel tirare su chi è rimasto indietro. A destra hanno dimenticato la seconda metà della frase, a sinistra hanno dimenticato la prima metà, gli AP hanno dimenticato tutt’e due le metà).

In conclusione: le grandi città sono sistemi più piccoli e più agili degli Stati. Non hanno il problema dei distinguo, dei confini e dei nazionalismi. Sono sistemi molto più omogenei fra di loro che con il resto dei “loro” stessi Stati. Sono inoltre sempre più connesse fra di loro rispondendo positivamente al richiamo dell’attrattività. Non stupisce che, al palese fallimento delle Amministrazioni Pubbliche (super)Nazionali, le Città si stiano proponendo di risolvere le sfide e i problemi che le riguardano, cercando di superare gli ostacoli, più immaginari che reali, posti dagli Stati. Le Città ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale e si stima garantiscano un PIL procapite medio da due a tre volte più grande del PIL procapite medio. Se non ce la fanno loro, gli Stati ci divideranno.