Le Città liquide e l’ordine immaginato

Il populismo è il dissenso verso l’”ordine costituito” i cui Amministratori non sono più in grado di fornire sicurezza e prosperità ai Cittadini, nemmeno in forma di sogno per il futuro. Il populismo è il sintomo inascoltato del desiderio di un mondo nuovo. Il populismo non propone nuovi modelli sociali, solamente mostra un insieme incongruente e disorganizzato di aspirazioni. La Storia insegna che il primo ad organizzare le aspettative dei Cittadini si prende la guida verso l’autodistruzione o verso un più grande futuro.

Gli Stati sono nati per separare gli “uguali” con muri di confine; dentro ci sono gli uguali (sempre i migliori) e fuori ci sono i diversi, inevitabilmente i peggiori. Da più di duecento anni i Cittadini stanno costruendo un sistema, la democrazia, nel quale gli uguali non sono più uguali, ma sono tutti individualmente diversi e hanno pieno diritto di esserlo. Il dentro e il fuori hanno sempre meno senso.

Le Città, al contrario degli Stati, sono sempre state il punto di aggregazione spontaneo degli uomini, di qualsiasi uomo. Sono connesse fra loro e sono nodi di una rete attiva, inclusiva, innovativa. Saranno le Città a proporre, sperimentandolo nel concreto, un nuovo modello di cooperazione che superi le rivalità fra nazioni?

Solo chi ha vissuto per mezzo secolo nel socialismo reale e per un altro mezzo insegnando sociologia in UK poteva coniare la definizione “società liquida”. Baumann ha visto e descritto il dissolversi del mito della “società solida” (la società governata da un “ordine unico” di princìpi universali, eterni, immutabili, divini) e l’inizio della “società liquida”, nella quale i comportamenti dei singoli sono congruenti solo in parte, per lo più sono mutevoli e valgono temporaneamente solo negli accordi fra pari.

L’”ordine immaginato” che regge le società solide (non così tanto solide)

Le prime Città – Si stima che all’epoca della Rivoluzione Agricola, 12.000 anni fa, sulla Terra vivessero 5-8 milioni di cacciatori-raccoglitori nomadi. Duemila anni fa 1-2 milioni di cacciatori-raccoglitori ancora resistevano sulla superficie terrestre che nel frattempo si era coperta da chiazze di una muffetta sottilissima composta da 250 milioni di agricoltori stanziali. Insieme all’agricoltura e alla stanzialità, gli umani avevano inventato i villaggi e le Città

I confini – La terra coltivata era costantemente minacciata dell’invadenza della vegetazione, degli insetti, degli animali, degli stranieri. Preoccupazioni di sopravvivenza, al limite del paranoico, occupavano l’animo degli agricoltori. Inventarono così la separazione difensiva installando steccati, siepi, fossati e infine anche mura.

Ricchezza individuale o collettiva? – C’è chi sostiene che la Rivoluzione Agricola portò enormi benefici all’umanità. È innegabile che la società umana collettivamente mise a segno un grande successo di crescita numerica, diffusione e occupazione territoriale. Molti però argomentano che, con l’aumento della popolazione, la qualità della vita del singolo individuo sia peggiorata.  La Rivoluzione Agricola in effetti incatenò gli umani alla terra, li costrinse a vivere sempre nello stesso posto, in capanne di pochi e angusti metri quadri e accalcate l’una sull’altra, nella pericolosità di una dieta poco varia, nella scarsa igiene che la stanzialità compressa implica.
Paradossalmente la tipica casa degli agricoltori conteneva costosi manufatti in numero molto superiore a quelli posseduti da un’intera tribù di cacciatori-raccoglitori. Gli attrezzi erano costosi, ma non erano esattamente una ricchezza; erano mezzi indispensabili per mantenere la produzione di cibo in quantità sufficienti a pareggiare il crescente fabbisogno delle comunità umane. Si era creata una spirale impressionante: più cibo c’era, più cresceva il numero di umani e più aumentava il fabbisogno di cibo. Gli agricoltori si erano ridotti a ricchi-poveri, schiavi della loro stessa terra che mai potevano abbandonare, che dovevano difendere, che dovevano coltivare con attrezzi complicati da costruire.

Qualcuno è più uguale – Troppo impegnati a produrre cibo e scorte, gli agricoltori non badarono troppo all’animo predatorio sopravvissuto in alcuni degli umani: i briganti. Questi capirono presto che avrebbero potuto campare con meno sforzo sottraendo le scorte agli agricoltori, ad alcuni anche il necessario per vivere. I briganti oziavano su tutto, ma non sulle arti della violenza necessarie ad ottenere la “cooperazione” degli agricoltori affinchè provvedessero al loro mantenimento. I briganti assunsero il ruolo a loro più confacente: amministratori delle comunità. La violenza però è piuttosto inefficiente; bisogna darsi da fare con la spada, qualche brigante moriva o restava mutilato; ma il peggior effetto è che la violenza decima la popolazione produttiva.
Al nostro tempo contemporaneo, la parola cooperazione è evocativa di buoni sentimenti e giudica la sudditanza una forma di cooperazione troppo forzosa. A quel tempo invece, gli umani, che sono gente inconsapevolmente pragmatica, cominciarono a credere ad un nuovo ordine delle cose: ai benefici della sudditanza volontaria.  Tutto sommato gli amministratori, briganti e violenti, tenevano tutto “ordinato” secondo il loro modo di vedere; allo scopo era a loro sufficiente eseguire, di tanto in tanto, qualcosa di violento per ricordare che avrebbero potuto essere molto pericolosi. Il sistema implicava quindi un uso minimo ed efficiente della violenza; così, con beneficio per tutti, gli agricoltori potevano moltiplicarsi più velocemente.
Nei fatti l””ordine immaginato” della sudditanza produsse un ulteriore successo. L’agricoltore e la sua famiglia stentavano, ma la collettività andava a gonfie vele. Nell’8500 a.C. Gerico contava alcune centinaia di abitanti. Nel 7.000 a.C. la Città di Çatalhöyük contava 5-10.000 abitanti. Come un sistema stellare in formazione, intorno al 4-5.000 a.C. molte erano le Città popolose in grado di controllare i villaggi vicini, anch’essi sempre più grandi. Le Città attraevano migliaia di individui e il processo di aggregazione era solo all’inizio. Ma l’espansione del genere umano stava per collassare, come Babele, sotto il peso del proprio successo.

La scrittura e la burocrazia – In milioni di anni, gli umani avevano affinato un metodo per stare insieme in gruppi che non superavano le poche decine di individui. Ma le Città si erano moltiplicate e ciascuna contava migliaia e migliaia abitanti. L’antico metodo sociale non era più sufficiente. Tutto stava succedendo molto rapidamente ed era assolutamente necessario trovare un metodo che facesse cooperare decine di migliaia di persone che non si conoscevano fra di loro. Molto tempo addietro gli umani avevano inventato i miti che gli anziani, e gli sciamani, ripetitivamente raccontavano per ricordare i comportamenti “utili” e quelli pericolosi; più o meno tutti fermamente credevano ai miti col risultato di tenere coesa la piccola comunità. Col sistema di trasmissione orale però i miti non potevano essere ricordati tutti quanti, a così tante persone e sempre con la stessa precisione.
Con l’aumento delle terre e delle popolazioni agricole, gli agricoltori avevano inventato una scrittura adatta a misurare la terra e i raccolti, a ricordare e comunicare. La scrittura non era stata pensata per scrivere un romanzo o una poesia. Ma Hammurabi ne capì il potenziale e intorno al 1776 a.C. fece scolpire sulla pietra il più famoso manuale di cooperazione sociale della Storia: il Codice di Hammurabi.
Fu un successone.
Intorno al 3.500 il primo regno egiziano unificò tutti gli insediamenti umani del basso Nilo. A partire dal 1.000 a.C. in Medio Oriente si moltiplicarono gli imperi con eserciti permanenti di decine di migliaia di soldati e con milioni di sudditi. Più o meno contemporaneamente alla formazione dell’Impero Romano, l’imperatore Qin unificò la Cina. Entrambi gli imperi erano amministrati ciascuno da una burocrazia con oltre centomila funzionari statali che registravano gli eventi e comunicavano fra loro con la scrittura. Tutti convintamente credevano nelle scritture e nei fatti che esse descrivevano. Il mondo dell’amministrazione (le leggi) era ormai immaginato come un sistema divino, universale, eterno, immutabile, scritto e creduto da tutti.

I principi universali, immutabili, eterni, divini – Alla Storia piace il gioco e l’ironia; nel 1776 d.C. venne scritto un altro famosissimo manuale di cooperazione sociale: La Dichiarazione di Indipendenza americana. Non sappiamo se i princìpi di Hammurabi, dei Romani, dei Qin e dei costituenti americani siano di origine divina. Da loro stessi però apprendiamo che i princìpi (da tutti loro dichiarati universali-immutabili-eterni-ispirati dal divino o dal “pre-esistente naturale”) sono in notevole contraddizione fra di loro. Evidentemente non sono affatto né universali, né eterni ed è da dubitare che siano giusti. Ma allora perché sono creduti “veri”, meritevoli di fiducia? Non si sa esattamente, ma il fatto è che, ciascuno nel suo tempo, ha “deciso” di credere al proprio “ordine immaginario” universale, immutabile, eterno, divino.
Gli osservatori, Baumann e più ancora i fatti che accadono intorno a noi, raccontano che ai nostri tempi sempre meno umani credono all’esistenza di un “unico solido ordine” immutabile, universale, eterno, divino.

Il solido si va facendo umido, anzi liquido.

Dal verticale all’orizzontale – Prima della Rivoluzione Industriale sulla superficie della Terra vi erano numerosissimi gruppi umani assoggettati a codici “verticali”, cioè scritti da un capo/re/imperatore come Hammurabi. Con la Rivoluzione Industriale iniziarono sporadici esperimenti di democrazia nei quali alcuni delegati dal popolo iniziarono a scrivere Costituzioni le quali proclamavano un “nuovo ordine”; la verticalità del divino e del capo cominciò a inclinarsi verso una società orizzontale di Cittadini “pari” e sovrani. Nel 1800 si contavano già sei Costituzioni. Il cambiamento fu lento e centocinquant’anni dopo (prima del 1945) le Costituzioni erano poco più di una dozzina. Settant’anni più tardi, ai nostri giorni, quasi tutti i 200 Stati iscritti all’ONU hanno una Costituzione, seppure con gradi di democraticità assai variabili. Possiamo affermare che l’umanità è oggi suddivisa in circa 200 “ordini immaginati” (Stati) ciascuno contenuto nei propri confini. Tutti separati quindi, ma anche tutti più simili. Ormai tutti hanno una Costituzione e hanno sempre più elementi in comune. Come abbiamo visto la convergenza fra gruppi umani è in aumento da sempre; sebbene qualcuno voglia disperatamente resistere e retrocedere predicando diversità incompatibili, in una specie di canto del cigno. La “convergenza” (più comunemente chiamata globalizzazione) è un processo complicato che forza gli Stati ad essere più simili. Gli Stati, per loro natura e origine, sono “ordini solidi” che esistono tanto in quanto esistono altri “ordini solidi”; tutti però condividono almeno una essenziale convinzione: essere diversi gli uni dagli altri. E se l’unica vera diversità fosse che hanno Amministratori diversi i quali ci tengono a restare al loro posto?  Anche a costo di inventare interessi contrastanti fra Cittadini?
Baumann ha descritto quest’evoluzione che ha battezzato liquefazione della società degli Stati (i Cittadini che non credono più ai propri amministratori); ha anche raccontato un mare agitato da onde incrociate, ancora più sfidante e pericoloso che, alla luce degli eventi attuali, ora vediamo più nitidamente:

  • Stati solidi e Cittadini solidi –  Vi sono Stati solidi che da tempo hanno seguito l’evoluzione del sentire dei loro Cittadini diventando parte integrante di un più vasto sistema sempre più globale. Esistono molti altri Stati solidi i cui Amministratori non intendono affatto abbandonare le proprie immaginate caratteristiche identitarie (leggi: potere). Essi retrocedono verso il rafforzamento dei simboli estetici quali l’abbigliamento e i comportamenti rituali pubblici, continuando a vivere nel privato in modo del tutto diverso e contraddittorio. La “solidità” dei sopravvissuti Stati solidi dipende da quanto a lungo i loro Cittadini resteranno ferventi credenti della sudditanza. Sembra però che questo convincimento sia tanto forte da non consentire loro di vedere la distruzione fisica dell’ambiente nel quale vivono. L’incredibile violenza verso i propri sudditi volontari  è l’ultimo tragico tentativo dei loro amministratori di ripristinare l’ordine immaginato da entrambi (sudditi e amministratori).
  • Cittadini e Stati evoluzionari – I Cittadini di molti Stati modificano progressivamente l’“ordine” del proprio Stato, copiando gli uni dagli altri, con il risultato di far sembrare gli Stati più simili fra loro. Gli Stati evoluzionari sono riconoscibili da vari sintomi; per esempio l’evanescenza dei confini condivisi e la frequente rotazione dei loro amministratori.
  • I Cittadini liquidi – Gli Stati non possono essere liquidi, per definizione. Gli Stati sono ciascuno espressione concreta di un sistema unitario e locale di regole e comportamenti. I Cittadini evoluzionari puntano diritto verso una mutazione in Cittadini liquidi. Il nuovo Cittadino liquido a) dà per scontato che i confini non esistano più e che non servano a nulla se non in particolari casi (es: immigrazione massiva), b) non “crede” all’esistenza di “un solo ordine”, ma ritiene di potersi associare contemporaneamente a molteplici “società”, ciascuna affine ai propri individuali interessi, anche transconfinarie e con loro propri ordinamenti.  Gli amministratori degli Stati solidi sono abituati ad essere: narcisi ammirati dal proprio popolo grazie alle elargizioni, alle dichiarazioni di giustizia, di uguaglianza, di libertà, di prosperità e di tante altre promesse vacue, non credibili e infatti sempre meno credute. La trasformazione del Cittadino da solido a liquido inevitabilmente conduce all’indebolimento dell’ordine unitario e monocromatico dello Stato che viene relegato a svolgere solo alcune funzioni faticose, scomode, antipatiche, divisive, impopolari. Insomma agli Amministratori degli Stati abitati da Cittadini liquidi viene richiesto di assolvere ad un ruolo “impossibile”,  specie se non producono positivi risultati concreti come accade da anni in tante economie “avanzate”.

Il mare incrociato – Nonostante la resistenza al processo di apertura verso la pacifica convivenza, i Cittadini solidi non sono più costretti entro i confini del proprio Stato. Si spostano facilmente fra uno Stato e l’altro, mescolandosi sia con altri Cittadino solidi sia con Cittadini liquidi. Lo smarrimento dei Cittadini solidi, abituati ad una sola regola, si confrontano con Cittadini senza altre regole se non quelle della tolleranza e del rispetto reciproco. Queste ultime sono peraltro quasi irrilevanti e incomprensibili per i Cittadini solidi. Non è sorprendente che lo smarrimento maggiore si abbia dove il rimescolamento di solidi e liquidi è più intenso. E non è nemmeno sorprendete che negli Stati solidi, dove si manifestano tentativi di cambiamento sociale, esplodano movimenti violentemente repressivi.

In conclusione

Gli Stati generalmente non spostano persone. Gli Stati tendono a spostare, o difendere, i confini con l’uso delle “forze dell’ordine” (qui la parola ordine trasporta pesi e significati nettamente percepibili).  Gli Stati, gli Amministratori, non sono abituati, e ancor meno sono attrezzati, per comprendere e trarre vantaggio dai molti “ordini” transnazionali costruiti e partecipati dai loro Cittadini (la scienza, la ricerca, la cultura, il turismo, il commercio, il diritto, la finanza, lo scambio, le merci, il lavoro, le arti, …).

Le Città, al contrario degli Stati, sono da sempre libere aggregazioni delle persone che hanno scelto di viverci. Da che esistono, la sfida (quasi sempre vinta) delle Città è quella di facilitare la convivenza pacifica di chiunque vi abiti. Lo è stato in passato e sperabilmente ancor più lo sarà in futuro. Le Città sono da sempre connesse da imponenti reti di trasporto e scambio globali. Le Città sono, da sempre, il motore sociale dell’umanità; anche questa volta, nel passare dal solido al liquido, sono meglio motivate ed attrezzate per trovare mille soluzioni convergenti.