L’Europa indebolisce gli Stati o le Regioni?

Prendiamo lo spunto da un articolo inviatoci da un Amico di ItaliAperta, Andrea Fluttero, per una meditazione.

Già oggi le statistiche Eurostat preferiscono pubblicare le confrontabilità per regioni in tutta Europa invece che la mera confrontabilità fra Stati. Vi è una logica in questo e sta nella massa critica. Un esempio: gli Stati Europei sono molto differenti in superficie, popolazione e morfologia. Le Regioni sono anche diverse fra loro, ma un po’ meno diverse. Inoltre le Regioni possono aggregarsi anche in modo cross confinario. Un esempio di questi anni e giorni è il lavoro che stanno facendo le regioni alpine di Francia, Austria, Svizzera e Italia (http://uk.businessinsider.com/afp-dismantling-ski-lifts-and-moving-villages-alps-adapt-to-climate-change-2014-11).  Le ragioni del progetto stanno nella necessità di riposizionamento economico delle attività turistiche legate alla neve, che come noto diminuisce in spessore, estensione e durata. Qui il cross-confinario è addirittura extra-Europeo, non essendo la Svizzera parte dell’Europa. Una considerazione più filosofica, ma basata sull’osservazione dei fenomeni, suggerisce che dove le democrazie si sviluppano, i confini spariscono. Come è noto i confini sono un’invenzione dell’epoca coloniale; allora il Globo venne completamente suddiviso da confini tracciati dalle potenze (Stati) dominanti. Quell’epoca terminò recentemente, poco dopo la seconda guerra mondiale. L’invenzione “confini” non è più utile in un mondo in cui i diritti individuali tendono a prevalere sui diritti degli Stati. Tuttavia si stima che ancora sei miliardi di persone vivano in sistemi non democratici; là vi è ancora utilità concreta, nei confni, per gli Stati dominanti sui diritti degli individui.

Il tema della stratificazione efficiente dell’amministrazione pubblica è ampio, urgente e utile. Specie alla luce di un antieuropeismo anacronistico diffuso. Il tema va ovviamente affrontato nel senso del tornaconto dei cittadini e non in chiave di “potere” degli amministratori pubblici che fin troppo spesso equivocano fra interesse proprio e interesse di cittadini.

Qui di seguito, pubblichiamo l’articolo di un Amico di ItaliAperta, Andrea Fluttero, che, sulla base della concreta esperienza vissuta di amministratore pubblico, esprime una pacata  e ragionata opinione. Oltre alla sua visione, Andrea F. mette in luce un più profondo e pericoloso fenomeno: gli amministratori pubblici tendono a prendersi quanto più potere possibile e la minore responsabilità possibile. E i Cittadini non sono sufficientemente preparati ad esercitare il loro ruolo di “proprietari” del Paese, cioè di sorvegliare l’operato degli amministratori e di dare loro indicazioni vincolanti.

Ben venga dunque un approfondimento pacato e ragionato fra cittadini sulla forma dell’Amministrazione Pubblica del presente, che è il futuro in formazione.

Scior Carera

– UNO STATO 20 REPUBBLICHE ASSURDO di Andrea Fluttero

Consapevole di sostenere posizioni che non godono di grande popolarità in questo periodo, ho però piacere di inviarvi alcune mie piccole considerazioni sul tema dell’eliminazione delle Province. Dal 1985 al 2011 sono stato consigliere comunale e assessore in un piccolo Comune, poi consigliere provinciale, e poi ancora sindaco e consigliere comunale in un Comune di medie dimensioni, vivendo quindi dall’interno il sistema degli enti locali. Semplificando possiamo dire che oggi ci troviamo di fronte a cinque livelli di governo: l’Europa, lo Stato nazionale, le Regioni, le Province e i Comuni. Tre di questi livelli legiferano, Europa, Stato e Regioni, due amministrano, Province e Comuni.
Partendo dal basso mi pare evidente che, escludendo le grandi città metropolitane, gli oltre 8mila Comuni italiani hanno bisogno di un livello sovracomunale nel quale gestire i servizi di area vasta e trovare economie di scala non raggiungibili a livello comunale. Tale livello è naturalmente e storicamente la Provincia, che potrebbe efficacemente diventare un organo di secondo livello, composto dai sindaci dei Comuni che vi apportano i servizi da far gestire. Con tale configurazione dovrebbero essere eliminate tutte le altre forme intermedie di gestione sovracomunale come Ato, Consorzi e Società varie. Le Province così definite non avrebbero la necessità di essere accorpate forzosamente e in modo innaturale, ma seguirebbero la naturale e storica propensione di un territorio di avere come riferimento la città più grande, che, spesso fin dal medioevo, ne rappresenta il capoluogo e ne definisce l’identità culturale e socio-economica.
Partendo dall’alto, invece, lo sviluppo e la concretizzazione del progetto europeo ha reso gli Stati nazionali sempre più “regioni d’Europa” che hanno, e dovrebbero sempre più avere, nella dimensione e nell’omogeneità culturale, linguistica ed economica gli elementi di forza per rappresentare in ambito europeo gli interessi dei propri cittadini. Dopo aver partecipato in fase ascendente alla definizione delle Direttive europee, il Parlamento nazionale si incarica di introdurne i principi nella legislazione. Due livelli che amministrano il territorio, Comune e Provincia, due livelli che legiferano, Europa e Stato nazionale.
A me pare, a questo punto, che il livello ridondante sia quello regionale, con 20 Regioni, per altro di dimensioni molto diverse tra loro, che legiferano su svariate materie, creando confusione normativa per chi vuole investire in Italia. Le Regioni sono storicamente poco definite, perché nate per scelta politico-amministrativa negli anni Settanta, e spesso disomogenee da un punto di vista sociale, culturale ed economico. Mi chiedo, per esempio, cosa leghi sotto questi aspetti Cuneo con Novara, Varese con Piacenza o Foggia con Taranto. Inoltre, la vicenda dei trasferimenti di competenze dallo Stato alle Regioni dimostra la scarsa utilità di questi enti. Infatti ogniqualvolta lo Stato ha trasferito competenze, come nel caso delle strade ex Anas o degli Uffici di collocamento, le Regioni hanno rapidamente trasferito queste competenze alle Province. Ancora più incomprensibile la gestione della sanità, che assorbe circa l’80% dei bilanci delle Regioni e che dovrebbe essere uno di quei servizi rispetto ai quali si deve garantire ai cittadini il massimo della omogeneità su tutto il territorio nazionale, anziché modelli qualitativamente diversi per ogni Regione.
Le Regioni che “giocano” a fare gli Stati, con presidenti che si credono “governatori” e aprono sedi di rappresentanza all’estero e a Roma, che legiferano in modo caotico e con frequenti conflitti di competenza con lo Stato, che sfondano regolarmente i budget di spesa sanitaria e che si indebitano con mutui per pagare la spesa corrente sono, come dimostra la recente cronaca e come dimostrano i preoccupanti dati di bilancio di molte di esse, non solo al Sud, il vero e grande problema da affrontare. In un’epoca caratterizzata da internet e video conferenze, da facilità di collegamenti aerei e ferroviari, il dialogo tra Europa e Stato, che legiferano, e Comuni e Province, che amministrano il territorio, può essere risolto settore per settore con meccanismi di confronto tra i ministeri dello Stato centrale e coordinamenti di Province che di volta in volta si formano in funzione della materia e non dei confini amministrativi. Capisco che dopo mesi di campagne mediatiche per l’eliminazione delle Provincie possa sembrare strano proporre di eliminare le Regioni, ma eliminando le Province a me parrebbe ancora più strano e discutibile il modello organizzativo nel quale ci verremmo a trovare, con tre che legiferano, Europa, Stato e Regione, e uno solo che amministra, il Comune. Sarà magari perché mi ricorda quelle vecchie barzellette nelle quali in tre dirigono e uno lavora…