Lo spreco razionale delle “grandi opere”.

Diecimila euro, duecentocinquanta milioni di euro oppure venticinque miliardi? Queste sono alcune delle cifre che hanno danzato nei numerosissimi articoli che sono stati scritti per spiegare all’opinione pubblica l’ultimo scandalo che ha avuto per oggetto le cosiddette “Grandi opere”. Su di esse, sul loro ordine di grandezza, è necessario riflettere per comprendere perché non siamo né saremo in grado di venire fuori da queste pessime prassi, portatrici di illegalità e di sprechi e grandi costruttrici di debito pubblico.

Diecimila euro è il prezzo di un modello pregiato di orologio, inopportunamente regalato. L’ordine di grandezza della cifra è comprensibile a qualunque lettore di giornali e l’episodio rientra sotto l’etichetta della ‘Casta’. Dunque i media se ne occupano volentieri, l’episodio fa colore e la sua ‘narrazione’ è molto facile e inevitabilmente apprezzata dai lettori.

Duecentocinquanta milioni è invece la stima dei compensi percepiti, all’aliquota prudenziale dell’1%, per la ‘direzione dei lavori’, dunque l’attività di controllo in corso d’opera nell’interesse del committente-pagante, riferiti a opere pubbliche per un totale di 25 miliardi di euro. L’ordine di grandezza della cifra è già meno comprensibile, e l’episodio rientra tra quelli oggetto d’indagine della magistratura. Qui il cittadino comprende di meno ma spera che la giustizia faccia il suo corso e riesca a porre rimedio.

Si, ma in cosa consiste il rimedio? Nella condanna di chi ha compiuto illeciti. Che non è molto probabile, se estrapoliamo dalla storia italiana dell’ultimo quarto di secolo. E in ogni caso non è in grado di riportare nelle casse pubbliche i 250 milioni. Figuriamoci allora quanto può fare sui 25 miliardi spesi. Chi ha avuto ha avuto e il debito pubblico è tutto del cittadino… Chi rompe non paga e i cocci restano a chi prima ha già sborsato per l’intero vaso. Esiste un moltiplicatore dello sperpero: per ogni euro di cui qualcuno riesce ad appropriarsi indebitamente, l’onere totale per il cittadino-contribuente è di almeno trenta euro, più probabilmente di cinquanta e forse anche di cento.

Il vero grande problema, tuttavia, sta nei trenta, cinquanta o cento euro di spesa pubblica inutile, di cui la magistratura non potrà mai occuparsi perché non è suo compito vegliare sull’efficienza della spesa bensì solo sulla sua legalità. Ma lo sperpero di soldi pubblici, o più precisamente la spesa pubblica per finalità inutili o dannose, è perfettamente legale in Italia, purché la politica la realizzi con le procedure formali previste dalle norme dopo aver messo su di essa l’etichetta, del tutto discrezionale, di ‘interesse pubblico’. Per farlo basta una decisione a maggioranza.

Qualsiasi cosa sia collocata nell’area dell’interesse pubblico da una maggioranza politica, fossero anche nuove piramidi da faraoni, diviene infatti automaticamente meritoria e giustifica il prelievo fiscale necessario a finanziarla. Non è richiesto in alcun modo di dimostrare che la tal opera valga per i cittadini più dei soldi necessari per realizzarla, il giudizio che invece noi diamo per ogni nostra scelta privata di spesa. E non essendo richiesto è molto probabile in Italia, anzi praticamente certo, che valga di meno. In questo modo tuttavia il benessere pubblico diminuisce ogni qual volta un’opera pubblica viene deliberata con la motivazione di accrescerlo.

Ma a quanto ammonta la spesa pubblica per investimenti nel settore dei trasporti realizzata nell’ultimo quindicennio? Facciamone una stima: il Conto nazionale dei trasporti riporta una spesa totale in conto capitale del solo settore statale pari a 10,6 miliardi di euro nell’anno 2000, 10,2 miliardi nel 2004, 12,4 miliardi nel 2007, 9,3 miliardi nel 2010 e 6,7 nel 2012, ultimo anno disponibile. La media di questi dati sfiora i 10 miliardi, dunque si tratterebbe di circa 150 miliardi nell’ultimo quindicennio. Ma tale cifra non rappresenta l’intero costo. Infatti la spesa per investimenti, come è ragionevole che sia, viene finanziata con l’emissione di debito pubblico e dunque ogni anno occorre conteggiare anche la spesa per interessi sul debito. Ipotizzando 10 miliardi in più all’anno di debito pubblico dal 2000 a oggi, necessari per finanziare la spesa in conto capitale dei trasporti, su di essi avremmo pagato in totale, al costo medio annuo dell’intero debito pubblico italiano, 46 miliardi di euro di spesa ulteriore per interessi.

Il conto totale dal 2000 a oggi sfiora pertanto la somma monstre di 200 miliardi di euro, una cifra che pochi italiani avrebbero mai immaginato e che in nessun giornale, neppure in questo periodo, è comparsa. Essa include, ovviamente, i costi necessari delle opere utili ma comprende anche i costi evitabili delle opere utili e i costi delle opere integralmente evitabili in quanto inutili. Purtroppo non esiste al momento alcun setaccio pubblico in Italia in grado di separarli, né analizzando il passato né programmando il futuro, e finché non ce ne costruiremo uno continueremo a sprecare poiché è razionale farlo per chi può decidere discrezionalmente la spesa senza essere chiamato a rispondere, politicamente e non solo giudiziariamente, delle conseguenze.

Il vero grande problema è l’insostenibile leggerezza decisionale sulle opere pubbliche che si traduce inevitabilmente in un’insostenibile pesantezza finanziaria.

@ugoarrigo

Tratto da Stradeonline.it: http://www.stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/1044-lo-spreco-razionale-delle-grandi-opere

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