L’ultima predica di San Marco ad Alessandria D’Egitto

 

 


 

 

L’ultima predica di San Marco ad Alessandria D’Egitto
Gentile e Giovanni Bellini
1504-1507
olio su tela 347×770 cm
Milano Pinacoteca di Brera
San MArco ad Alessanria

La storia e il narratore si trovano entrambi nel telero di quasi 30 mq, ancora gigantesco nonostante la riduzione delle dimensioni che troncò le torri, i minareti e gli edifici dello sfondo.
Eccolo lì Gentile Bellini; in primo piano vestito di rosso come i confratelli della Scuola di San Marco. Era famoso per il suo dono di cronista dettagliato e grande narratore delle meravigliose storie di un’Italia che dava il meglio di sé. Orgogliosamente diceva che il collare d’ oro, che qui gli pende sul petto, era dono del sultano Maometto II, da lui stesso ritratto nel 1479 a Costantinopoli su incarico della Serenissima Repubblica. Bellini ascolta concentrato il discorso di San Marco nell’immaginaria grande piazza di Alessandria d’Egitto.

Nell’antichità Alessandria d’Egitto, con la sua mitica biblioteca, era stata la capitale della conoscenza. Gli obelischi, i minareti, le cubiche luminose facciate ocra dei palazzi in stile mediorientale, proiettano l’osservatore in uno spazio tanto affollato e colorato che se ne sentono i forti odori speziati. Sullo sfondo passano diversi animali africani; c’è perfino una giraffa al guinzaglio che passeggia davanti alla grande chiesa che chiesa non è. Sembra Santa Sofia trasformata in moschea, ma sembra anche di più la Basilica di San Marco a Venezia. I tondi archi rampanti gotico-arabeggianti evocano, ma sulle guglie invece delle croci ci sono le mezze lune.

Si crede che Marco sia morto martire ad Alessandria d’Egitto. È possibile che, più o meno ventottenne, ne abbia visto la prima distruzione intorno al 48 d.c.. Nel 642 gli ottomani, in dirompente espansione, l’avevano distrutta per l’ennesima volta. Nel 1492, quarant’anni anni dopo la conquista della terza Gerusalemme (Costantinopoli – 1453), la Scuola di San Marco assegna il contratto a gentile Bellini. Nel 1507, a cura del figlio Giovanni Bellini, finalmente appare San Marco che, da un pulpito dalle raffinate decorazioni, parla ai nuovi martirizzatori della cristianità, .

maometto IIC’è un’atmosfera strana nella grande piazza.

La scimitarra per la decapitazione, alla cinta del giannizzero di schiena, attende di tagliare la testa sull’ara-patibolo. Un ripetuto martirio sta per colpire il Vescovo di Alessandria e la sua Chiesa. Alle spalle di San Marco una importante delegazione di dignitari veneziani, mercanti tedeschi, e anche Dante, ascoltano ogni parola di San Marco, con impassibile postura da negoziatori in un territorio difficile.  Nei precedenti mille anni, i veneziani avevano tratto immense ricchezze dalle relazioni con Costantinopoli.

Maometto II aveva imposto una discontinuità nei rapporti di forza. I dignitari sono attenti, quasi irrigiditi, impersonano appunto i comportamenti professionali degli inventori della diplomazia protocollare del futuro Occidente. Sono lì per trovare un punto di convergenza fra l’antica potenza Veneziana e gli emergenti ottomani. Senza volerlo, Venezia rappresentava la nuova Europa di fronte al nuovo Oriente.

 

Gli orientali sfilano pacifici esibendo abiti e copricapi, maschili e femminili, esotici, fantasiosi, colorati, lucenti, sfolgoranti. Tutt’altro che ostili, sostano incuriositi o distratti dai loro affari. Un gruppo di donne musulmane accovacciate per terra sono in ascolto di san Marco; le più intraprendenti si avvicinano al palco per ascoltare meglio le parole di Marco. Gli ottomani sono pacifici e consci della loro forza.

Non lo sapevano, ma Lepanto era vicina.

Curiosità: nell’828 le spoglie di San Marco furono trafugate con uno stratagemma da due mercanti veneziani e trasportate a Venezia, nascoste in una cesta di ortaggi e di carne di maiale. Poco iniziò la costruzione della Basilica di San Marco che ancora oggi ospita le sue reliquie. C’è però chi sostiene che quelle spoglie siano in realtà di Alessandro Magno.

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