Ma la Russia è un buon investimento?

La Grande Madre Russia, spesso riferita come l’Orso Siberiano, è un paese dai molti volti e dai grandi numeri: la più grande estensione geografica del pianeta (17.098.242 km²), 143,5 milioni di abitanti (con una densità di 8,3 persone/ km²) con elevata scolarità e per l’80% Russi etnici, risorse naturali enormi: legname, terre coltivabili, minerali, gas e petrolio, con una produzione annua di circa 3.750 milioni di barili (secondo produttore dopo l’Arabia Saudita con 4.070 milioni annui) e riserve accertate di 88.200 milioni di barili (bbl), pari al 5,3% delle riserve mondiali, con una vita media residua stimata in 21,5 anni (l’Arabia Saudita ha riserve di 265.500 milioni bbl — dopo il Venezuela che ne potrebbe ancora estrarre 296.500 milioni bbl — e con una vita residua delle riserve ampiamente superiore: 61,8 anni).

Il PIL nominale della Russia di 2.020.813 milioni di USD (2014) la pone al nono posto mondiale, mentre il PIL nominale pro capite è di 14.317 USD (2014), al 53° posto mondiale.

Una economia largamente dipendente dal petrolio che pesa per il 16% del PIL (stima: 324.770 milioni di USD), per il 70% delle sue esportazioni (seguite da minerali, gas, legnami ed armi che generano 15.700 milioni di USD di esportazioni) e che copre oltre la metà del gettito fiscale russo.

Da inizio 2014 la Russia è entrata in una fase economica recessiva, per ragioni politiche (crisi ucraina) ed economiche (con il prezzo del petrolio che è rapidamente sceso dai 90-100 115$/bbl del periodo 2013-2014, a meno di 80$/bbl ad ottobre 2014, e poi ancora a livelli inferiori, sino agli attuali 45-50$/bbl). Il tasso ufficiale di disoccupazione è il 5,5% (ma la popolazione censita sotto il livello di povertà era il 12,6% a settembre 2014), con una forza-lavoro di 75,9 milioni di persone.

Il debito pubblico è pari al 9,2% del PIL; il debito russo detenuto da soggetti esteri è di 599.000 milioni di USD (gennaio 2015; era 679.422 milioni a settembre 2014); le riserve ufficiali erano di 478.000 milioni di USD a giugno 2014 (ultimo dato disponibile), composte per il 10% circa da oro, ponendo la Russia al 5° posto nel mondo per riserve ufficiali; a tali disponibilità si aggiungono 87.400 milioni USD del Fondo di Riserva e 88.600 milioni USD del Fondo di Benessere Nazionale. Questi dati finanziari sottolineano la sostanziale “capacità di rimborso” della Russia, anche nel medio termine.

In questi ultimi mesi il cambio Rublo/USD ha subito un netto peggioramento, per le ragioni sopra-esposte: se il 14 marzo 2014 erano sufficienti 36,36 rubli per acquistare 1 USD, il 16 dicembre 2014 ci volevano 68 rubli, e venerdì 12 marzo 2015 il cambio era di 61,18 rubli/USD: un peggioramento del 68% in 12 mesi. La Banca Centrale Russa, per fronteggiare il deflusso di investimenti (i FDI, gli investimenti di imprese estere in Russia, sono stimate in 552.800 milioni USD) e depositi bancari (sono “usciti” 151.500 milioni USD nel 2014, di cui 45.321 milioni dovuti al rimborso di prestiti contratti dalle banche e 72.685 milioni per rimborsi del settore industriale e legati alle misure di embargo internazionale), ha disposto interventi “senza limiti di tempo, senza necessità di preavviso” per sostenere il rublo, portando il tasso ufficiale di sconto al 14% (dato al 13.3.2015); il prezzo del Bond 10 anni è 72, con un rendimento del 13,1% (13.3.2015); lo spread sui CDS (Credit Default Swap) è di 470 pb (sceso dai 590 bp del gennaio 2015), con una probabilità di default stimata del 6,5% nei prossimi 12 mesi. Le Agenzie di rating hanno abbassato la valutazione del debito russo a “below investment grade” (Moody’s Ba1, Fitch BBB-, S&P’s BB-, cioè “junk”).

L’inflazione annua è in rapida crescita al 16,2% (febbraio 2015).

Il petrolio è “gloria e dannazione” dell’Orso Siberiano: rappresenta la maggiore fonte di ricchezza attuale (e prospettica, ma non oltre i prossimi 20 anni, con una vita media residua di 21,5 anni), crescente nelle fasi “bullish”, ma anche un rischio nelle fasi “bearish” dell’oro nero, come in questa fase economica.

Ma quanto “pesa” e “conta” questo rischio, in termini economici, e non solo?

“Vox populi” rimarca la vulnerabilità della Russia (al pari di altri paesi) alla “guerra dei prezzi del petrolio”, sottolineando che il prezzo del petrolio (soggetto alle regole di domanda ed offerta, del mercato finanziario, delle ragioni “geo-politiche”, di una supposta “regia”,…) è utilizzato come “arma” strategica nel grande risiko politico internazionale.

In termini pratici ed effettuali, la riduzione del prezzo del barile di petrolio da 100 a 60 USD/bbl significa per la Russia, su base annua, un minor fatturato di 150 miliardi USD; a questi livelli, 1/3 delle sue riserve ufficiali. Un forte impatto negativo, ma non “devastante”. Se poi convertiamo i dollari in rubli, oggi si ottengono 25 rubli in più per ogni dollaro rispetto a 12 mesi fa; e per ogni barile di petrolio estratto, a 50 dollari/bbl, i rubli incassati sono 3.050 (a 61 rubli/USD), mentre erano 3.500 (a 35 rubli/USD) un anno fa con un barile a 100 USD; mancano 450 rubli per ogni barile estratto, circa il 15% in meno. I costi della “macchina russa” sono in rubli e non in dollari, e la situazione diventa allora meno difficile, forse sostenibile per superare la fase di bassi prezzi del petrolio.

Se la politica russa appare imprevedibile agli occidentali, i sui dati finanziari mostrano una scena più prevedibile: il merito di credito russo (“below investment grade”) è “sotto-valutato” se si guarda a potenziale economico, livello del debito pubblico e privato con finanziatori esteri; il rublo ha raggiunto un livello basso che può essere considerato un minimo da cui ripartire per un lento constante apprezzamento della valuta russa; la valutazione attuale del debito russo è da considerare interessante (quotazione a 72 del Bond 10 anni, con rendimento al 13%) per un paese in accettabili condizioni finanziarie generali.

E se il prezzo del petrolio si riportasse verso l’area 75-80 USD/bbl, l’inverno sarebbe meno rigido.

 

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